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Feature: Andy Stott

Foto di Piotr Niepsuj

“Sei Andy Stott?”. “No”. “Vai allo show di Andy Stott stasera?”. “No”. Comincia con una conversazione surreale l’avventura italiana di Andy Stott, su un volo Ryanair diretto a Milano dove il produttore è atteso per il terzo evento S/V/N/ dell’anno. Di fianco a lui, uno studente fiorentino di sound engineering emigrato a Manchester prova ad approcciare il mancuniano. I due si ritroveranno qualche ora dopo alla Buka, scherzando tra il numeroso pubblico presente. Stott non è propriamente una star: fino a qualche mese fa lavorava come carrozziere alla Mercedes, ora si dedica completamente alla musica. Con l’ultimo album, Luxury Problems, la sua fanbase si è allargata ben oltre i circuiti underground o da club. L’inserimento di voci – quella dell’ex insegnante di piano Alison Skidmore – e suoni più accattivanti, ma anche l’ultima campagna di Vogue che ha musicato, devono aver contribuito non poco alla diffusione della sua musica profonda, rallentata, “mental”, come direbbe lui.

Essere riconosciuti su un volo Manchester-Milano non capita tutti i giorni. Sei diventato famoso?
È stata una situazione particolarmente strana e simpatica al tempo stesso. Il ragazzo seduto di fianco a me in aereo sapeva tutto della mia musica sin dai primi lavori, quindi credo abbia poco a che vedere con la visibilità dell’ultimo disco. Non so come mai stia ricevendo tutte queste attenzioni e in ambiti differenti. La voce di Alison ha reso le composizioni più accessibili e tradotto al meglio i suoni, mentre io mi sono concentrato sulla musica senza pensare a chi l’avrebbe ascoltata, solo a come avrei voluto sentirla, rallentata a 90 bpm. Eppure recentemente mi è capitato di vedere un gruppo doom metal a New York che, dopo il concerto, si è avvicinato dicendo di conoscermi e di amare la mia musica. L’associazione al metal è davvero pazzesca.

Com’è nata l’idea di inserire le voci?
Diverse persone mi hanno suggerito di farlo in passato, ma ho sempre ritenuto fosse una perdita di tempo. Non avrei saputo farlo. Questa volta, però, ho deciso di provare. Non avevo nulla da perdere e l’etichetta era d’accordo. L’unica persona che mi è venuta in mente, e anche la più adatta, è Alison. Era la mia insegnante di piano classico da adolescente, e in passato aveva cantato in un gruppo rock alternativo. Non ci sentivamo dal 1996. Le ho inviato una mail chiedendole se avesse voluto fare qualcosa di sbagliato e mi ha risposto subito di sì. Ha iniziato a mandarmi delle parti vocali, sempre via mail, su cui ho costruito le canzoni. Ci siamo incontrati solo un pomeriggio, al termine delle registrazioni, ma è come se non ci fossimo mai persi di vista in tutti questi anni.

Cos’hai usato per produrre i pezzi di Luxury Problems?
Per la maggior parte ho usato Ableton, aggiungendo vari effetti, poi un sintetizzatore Waldorf Blofeld per quanto riguarda le tastiere e una drum machine Elektron.

Quanto hanno influito a livello artistico i cambiamenti nella tua vita privata?
Nei primi due lavori, We Stay Together e Passed Me By, ho puntato a ottenere una reazione di tipo fisico, qualcosa che guardando al monitor mi facesse pensare: “Oh, questo suona davvero rude, continuiamo così”. Ma c’erano anche altre situazioni che più o meno coscientemente mi hanno condizionato a quel tempo, come la gravidanza della mia ragazza e il lavoro in officina. Tornavo sempre tardi a casa, pensare alla musica iniziava a diventare pesante. Ecco perché a settembre ho deciso di mollare il lavoro e di dedicarmi completamente alla musica. Luxury Problems nasce da una condizione mentale più libera.

Sei convinto della tua scelta, di aver rinunciato a uno stipendio sicuro?
So cosa si prova a lavorare in officina. Riparare macchine incidentate non è qualcosa di veramente glamour. Ogni tanto chiamo i miei amici che lavorano ancora lì e gli chiedo cosa fanno. Mi rispondono che in quel garage fa un feddo cane e non combinano niente, allora penso di aver preso la miglior decisione della mia vita. Non mi manca quel lavoro perché non mi mancano le condizioni in cui si lavorava. Certo, è una scommessa e niente è ciclico come la musica: in un certo istante puoi essere al massimo della forma, non devi far altro che pubblicare qualcosa, ma se non piace alla gente l’attimo dopo sei svanito. Questo d’altronde è l’aspetto migliore della mia etichetta, la Modern Love, dove escono solo i suoni migliori e con un controllo della qualità e un’attenzione ai dettagli pressoché totali. L’album era pronto da un po’, ma prima di pubblicarlo l’hanno riascoltato centinaia di volte per essere sicuri che funzionasse.

Come sei approdato alla Modern Love?
Mark Stewart (Claro Intelecto) è un mio caro amico da quando avevamo quattordici anni. Ero compagno di classe di suo fratello minore, Kevin. Ogni volta che andavo a casa loro, Mark ci passava dei dischi di Aphex Twin e musica techno. Qualche anno più tardi, per l’uscita di un suo lavoro distribuito dalla Beggars, mi portò con sé dal distributore. Uno dei ragazzi stava per aprire la propria etichetta, la Modern Love, ed è lì che ho iniziato nel 2005.

Quando hai iniziato a comporre musica?
A nove anni smanettavo già con le tastiere. A quattordici ascoltavo musica di merda alla radio, ma cercavo comunque di riprodurne le melodie a mio modo, di capire, andando a orecchio, quali macchinari potessero creare quei suoni. Più avanti mi sono procurato il software Reason e così ho imparato.

Quanto conta essere di Manchester per fare questo mestiere?
Quando ho cominciato pensavo di essere l’unico, ora credo che chiunque abiti a Manchester sia un musicista o un produttore (ride, ndr). Certo che la provenienza da una città con un background così ricco e importante a livello musicale aiuta, se non altro per l’influenza anche culturale che ti può dare. Grazie alle radio locali, in mezzo a tante charts, nei primi anni ‘90 eravamo esposti ogni giorno a ottima musica.

Che musica ascoltavi?
Hip hop, non tanto per i suoni ma perché faceva incazzare i miei genitori. Ero un ragazzino. Quando mia madre entrava in stanza, sentiva tutte quelle parolacce dei rapper e usciva sbattendo la porta con disgusto (ride, ndr). Anni dopo ho apprezzato di più i suoni, specie i breaks della prima scena hardcore contenuti nei mixtape che gli amici più grandi facevano girare. Da lì all’ascolto della jungle su radio Kiss il passo è stato breve. Di notte registravo le trasmissioni, la mattina dopo le ascoltavo sul walkman mentre andavo a scuola. Finché non ho incontrato Mark, che mi ha introdotto all’elettronica e alla techno, e mi ha anche insegnato a usare i software con cui faccio musica oggi.

Quali artisti da Manchester suggeriresti in questo momento?
Mi piacciono le produzioni di Kevin McAuley (Pangaea) e Holy Other. Non sono aggiornatissimo sulle ultime novità perché da qualche mese sono diventato padre e ho poco tempo per gli ascolti. Sento volentieri vecchie composizioni di artisti d’avanguardia, come Delia Derbyshire, Daphne Oram, Philip Jeck e William Basinski. Tra i musicisti e compositori più recenti adoro John Maus: mi esalta quando le sue linee di basso si avvicinano ai Joy Division, ovviamente non quando i suoi testi sono esilaranti (ride, ndr).

Cosa insegneresti a tuo figlio? Cosa gli faresti ascoltare?
Non voglio forzarlo, gli darei un motivo per ribellarsi.

E se ascoltasse spontaneamente Justin Bieber?
Cosa? Gli spezzerei le gambe! Ti racconto una scena divertente: quando era ancora nell’utero, ho messo le cuffie sulla pancia della mamma facendogli ascoltare Madlib e lui ha cominciato a scalciare di brutto. La mia ragazza ha iniziato a gridare: “He’s going mental! He’s going mental! Spegni le cuffie!”. Dopo che è nato, gli hanno regalato un giocattolo con una melodia che lo rilassa, ma a me non piace. Ho provato a sostituirlo con la mia musica, ha iniziato a urlare finché non l’ho tolta e rimesso in funzione il giocattolo, oppure azionato…l’asciugacapelli. Uno dei miei compagni di lavoro sulla quarantina, tuttora nel giro hardcore, jungle e hi nrg, ha una figlia di cinque anni. Quando la va a prendere a scuola, spegne il lettore CD e accende la radio. Lei, con accento mancuniano marcatissimo, protesta: “No daddy, hardcoooore!”.

 

 

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