Clicky

Weekly Favorites: Cinema

Il “must see” della settimana è ovviamente Lo Hobbit di Peter Jackson, che riparte con un’altra trilogia dedicata ai miti di Tolkien, portando sullo schermo il mitico prequel: già si sprecano discussioni infinite a riguardo in ogni parte della rete sui pro e i contro di questa operazione. Lasciamo da parte certo sensazionalismo e soffermiamoci su un paio di titoli “minori”, invece, che fanno del realismo e della coerenza il loro punto di forza. Si parla in entrambi i casi di lavoratori sottopagati e reietti, anche se con registri diametralmente opposti: da una parte il realismo tragicomico di Loach e del suo ultimo La parte degli angeli e dall’altra il cupo dramma di sopravvivenza di The Grey, dallo stesso regista di Narc e A-Team.


The Grey di Joe Carnaham

Il quinto film del regista californiano porta in scena un dramma umano che ha come protagonisti sei operai petroliferi che finiscono vittime di un drammatico incidente aereo cadendo sulle montagne innevate dell’Alaska, braccati da lupi famelici e da un freddo polare. Svetta lo ieratico e immenso Liam Neeson, sempre capace di metterci e mettersi alla prova con interpretazioni al limite della resistenza fisica. Un dramma della rivalsa di reietti che non si vogliono dare per vinti contro la crudezza e la bellezza della natura selvaggia, affrontando sofferenza, redenzione e morte. Non scevro da difetti ma coinvolgente e affascinante The Grey colpisce per il crudo realismo della messa in scena sempre tesa e coinvolgente e per il sottile sottotesto di denuncia sociale.


La Parte degli Angeli di Ken Loach

La nuova pellicola di Loach ritorna a parlare di “working class” inglese. E lo fa col solito acume e realismo, pur con il linguaggio della commedia il cui tono serve, in questo caso, a infondere speranza e non solo a farci sorridere per le peripezie di un gruppo di spiantati riportati sulla “retta via” grazie alla passione del loro tutore per i whiskey pregiati. La parte degli angeli è infatti quel 2% di scotch contenuto in una botte che evapora ogni anno, metafora di quella percentuale di ingegno che ha in sé ognuno di noi e che la “società civile” non è in grado di sfruttare ma che è solo capace di far morire nell’oblio di lavori e condizioni di vita indegne. L’acume di Loach è affilato nel mischiare dramma e commedia oltre che nel saper gestire un manipolo di caratteristi ottimi nel tratteggiare le personalità allo sbando dei propri personaggi. Purtroppo il doppiaggio italiano impedirà di godersi appieno le loro performance, come al solito: si sa che parte integrante del realismo del cinema di Loach risiede infatti nella caratterizzazione linguistica dei personaggi delle sue storie. Se ne consiglia quindi la visione in lingua originale.

Lascia un Commento