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Feature: Ital


Molti avranno già sentito parlare di Daniel Martin-McCormick in relazione al progetto Mi Ami, duo sospeso tra indie, dance e post-punk. Dopo un lungo viaggio tra East e West Coast, Daniel ha riscoperto la sua passione per la musica elettronica e nel tempo libero ha ripreso a coltivarla, prima come Sex Worker poi come Ital. La sua “avventura” solista comincia ufficialmente grazie al legame con Amanda e Britt Brown, titolari della Not Not Fun e della sua succursale dance, la 100% Silk. Come i suoi compagni di merende – LA Vampires, Maria Minerva, Coyote Clean Up, Octa Octa e altri – è diventato uno dei portabandiera del recupero di sonorità e di un’estetica nineties.

Abbiamo incontrato Daniel al Sónar di Barcellona in occasione dello showcase della 100% Silk insieme a LA Vampires, Magic Touch e Maria Minerva. Ital è in Italia per due live set oggi a Milano e domani a Foligno.

Ital
(Foto di Piotr Niepsuj)

Come mai questo nome? Ha qualcosa a che fare con l’Italia o il latino?
Diciamo di sì. Quando ho scritto il primo pezzo per la 100% Silk, Ital’s Theme, avevo in testa l’immagine di un personaggio dalle sembianze romane, latine. Un certo “Italo”.
L’idea era di aggiungerci una linea vocale maestosa, da tenore. Ma poi non se n’è fatto nulla. Il nome mi sembrava buono, semplice, e l’ho tenuto.

Da dove vieni?
Sono cresciuto a Washington DC, ho vissuto per un po’ a San Francisco e da poco mi sono trasferito a New York.

Come mai secondo te è più facile vedere un musicista rock appassionarsi e cimentarsi con la musica dance che il contrario?
Penso sia un processo graduale. Secondo me quando sei giovane cerchi qualcosa di immediato, “aggressivo”. Per quello di solito si comincia col punk, con l’hard core o con il rock. C’è voglia di stare insieme agli altri, di condividere un’esperienza, di fare parte di un qualcosa: una band. Oltretutto credo sia più semplice cominciare con uno strumento, che sia la chitarra, il basso o la batteria piuttosto che avere una visione d’insieme dell’intero processo compositivo, come avviene con la musica dance o elettronica.

Com’è nato il progetto Ital? Si tratta in qualche modo di un’evoluzione del progetto Sex Worker?
Ho iniziato a fare musica nel 2006. Mi ero appena trasferito a San Francisco e non avevo molti amici. Ho cominciato ad appassionarmi al mondo della musica dance e a lavorare con Audacity, un software gratuito che uso ancora oggi. Nel frattempo ho conosciuto Damon e abbiamo fondato i Mi Ami. Ho ripreso a lavorare da solo tra il 2009 e il 2010 come Sex Worker. Volevo semplicemente fare dei pezzi e così è nato Ital’s Theme. Pensavo solamente a produrre, non avevo nessuna intenzione di suonare dal vivo con mille macchinari, di dividermi tra uno e l’altro come fossi un polipo.

Adesso però sei diventato un po’ “polipo”…
Un pochino sì, anche se il mio set-up per i live è abbastanza semplice. Si limita a un MPC, una tastiera e un mixer.

Com’è nata questa passione per l’house e la techno?
Gradualmente. A DC sono cresciuto con i ragazzi che poi hanno fondato l’etichetta Future Times. Due di loro avevano anche una band chiamata Manhunter e facevano techno. Sarà stato il 2004. Piano piano ho cominciato ad ascoltare musica electro, da lì Arthur Russel, poi Villalobos, acid house, disco… Un po’ di tutto insomma. Un giorno mi è capitato tra le mani un disco dei Masters At Work: una rivelazione. Ho capito che la disco e la house sono i miei generi preferiti, anche se ancora oggi ho un debole per le cose più “strane”.

Qual è il tuo dance anthem preferito degli anni ’90?
Di recente Maria Minerva mi ha fatto sentire You Don’t Even Know Me di Armand Van Helden. Una bomba. Voto quello.

Hai campionato nello stesso pezzo - Doesn’t Matter (If You Love Him) - Lady Gaga e Whitney Houston, due icone musicali pop del nostro tempo. Che cosa ti ha colpito di questi due personaggi?
È iniziato tutto con Lady Gaga, dal sample di Born This Way (“it doesn’t matter if you love him”). Volevo fare un pezzo costruito solamente con suoi sample e chiamarlo Lady Gaga. Poi ho cambiato idea e ho pensato di far ruotare tutto attorno al tema dell’amore, una specie di “love medley”. Da lì il campionamento di I Will Always Love You e quello di Peter Frampton. Ovviamente la morte di Whitney ha un po’ cambiato le cose fornendo all’ascoltatore tutta una serie di possibili interpretazioni del brano.

Come sei entrato in contatto con la Not Not Fun? Tra l’altro considerato che la prima release è tua hai avuto un ruolo importante nella nascita della 100% Silk, o sbaglio?
Ho incontrato Britt la prima volta nel 2009 ad un concerto dei Mi Ami. Mi ha chiesto se cercavamo un’etichetta. Gli ho risposto che avevamo intenzione di firmare con Thrill Jockey, ma che avevo in testa anche un progetto solista, Sex Worker appunto. È così che le prime cose soliste sono uscite su Not Not Fun. Un bel giorno, mentre eravamo in tour insieme, Amanda mi ha parlato del suo desiderio di dare vita ad un’etichetta dance. Mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto.

Dove trovi l’energia per suonare così tanto? Anche per molte ore di fila… (a Cracovia ha suonato fino alle 9 di mattina del giorno dopo il party di chiusura dopo aver fatto tre live distinti come Sex Worker, Ital e LA Vampires, ndr)
A 14 anni ho capito che nella vita volevo fare musica. Non ho una laurea né altri particolari talenti. Non mi pesa per nulla, amo suonare. Può essere che mezzo minuto prima di andare onstage stia dormendo o sia distrutto, ma quando vado sul palco mi sento rinascere.

E’ vero che sei un fan di Bob Marley?
Di Marley amo la musica ma non solo. Mi piace come questo personaggio sia diventato un’icona oltre la musica, una specie di brand. L’idea della riproducibilità che ha assunto “Bob Marley”: magliette, bandiere, etc.

Un po’ come successo per Che Guevara?
Esattamente.

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