Clicky

Feature: Nile Rodgers (Chic)

Nile Rodgers non avrebbe bisogno di presentazioni. Chitarrista, produttore discografico di giganti del soul e del pop – Sister Sledge, Grace Jones, Diana Ross, Madonna, Duran Duran, David Bowie per citarne alcuni, senza contare il no ai Rolling Stones (“Non cercavamo fama, solo musica che ci rispecchiasse”) – e soprattutto leggenda della disco funk per quasi quarant’anni con gli Chic, Rodgers è arrivato all’IMS con la grinta di una Black Panther quale fu negli anni Sessanta e l’entusiasmo di un emergente. In un faccia a faccia balearico ci ha raccontato aneddoti – dal boom dello Studio 54 a Miles Davis – con un’ironia travolgente, nonostante la grave malattia che lo affligge, dimostrando grandezza d’animo e umiltà esemplari per le nuove generazioni.

Nile Rodgers
(Foto di Sean Beolchini)

Può raccontarci la storia di Le Freak?
Eravamo artisti ancora piuttosto sconosciuti, ma quelle sedici note di basso molto groovy che martellavamo (ritmando il suono a voce, ndr) erano piaciute a Grace Jones, una fan del nostro pezzo Everybody Dance. Ci chiese di produrle un disco, ma prima avremmo dovuto vederla dal vivo per conoscerla meglio. Era la notte di capodanno del 1977, allo Studio 54 di New York. Il centro dell’universo. Ci consigliò, una volta arrivati, di bussare alla porta del camerino presentandoci come suoi ospiti personali. Così facemmo, aggiungendo di essere gli autori di Dance, Dance, Dance e della musica che stavano mettendo in sala. Ma il tizio all’ingresso ci rispose “Ah, fuck off!” sbattendocela in faccia, forse perché quella notte troppe persone ci stavano provando e Grace Jones non era ancora arrivata. Nulla da fare per convincerlo… per fortuna!

Perché per fortuna, se vi cacciarono?
Tornammo a casa mia che era dietro l’angolo e iniziammo una jamming: Bernard (Edwards, ndr) diede un suono molto funky al basso mentre io intonavo nel bridge una serie sempre più complicata, divertente e oltraggiosa di combinazioni per mandare affanculo quel tizio, tipo “Se tua madre ti dice di non farlo…fanculo”, “Se il dottore ti riporta tuo figlio con un problema…fanculo” fino a “fuck Studio 54, ah fuck off!”. Ma il vaffanculo non poteva andare in radio, il punk non era ancora esploso e noi non eravamo un gruppo hip-hop, quindi cambiammo “fuck off” con “freak off”, che però non suonava bene. Sono cresciuto tra i beatnik e la mia generazione era hippy, ho assunto molto LSD, quindi mi venne in mente che quando si prende un acido di qualità scadente si va fuori di testa così come quando sei in pista da ballo circondato da splendide ragazze: “Ah, freak out!”. Dopo un attimo di perplessità, Bernard mi disse: “È vero, i ragazzi potrebbero ballare questa nuova danza chiamata The Freak”. Non sapevamo come scrivere il testo di un pezzo dance, a quel tempo si suggeriva ogni mossa (“Muovi il piede sinistro qui, quello destro lì…”) per cui la mettemmo giù su un piano olistico-spirituale (“Have you heard about the new dance craze?”) con l’onestà di chi non ha inventato un nuovo ballo ma l’ha visto e ne ha sentito parlare (“Young and old are doing it, I’m told”) e un verso che divenne l’anthem dello Studio 54 (“Just come on down to the 54…”).

Come si sentì il giorno in cui chiuse lo Studio 54?
Nell’epoca d’oro era normale che venisse sigillato dalla polizia, ma quello era un buon segno. Quando lo chiusero definitivamente (nel 1986, riabilitato a teatro, ndr) ormai aveva perso l’atmosfera dei primi anni e chiunque poteva accedervi.

Girano storie magiche su quella discoteca. Qual è invece la situazione peggiore che ricorda di aver vissuto lì?
La gente faceva di tutto per entrare. L’episodio più triste fu quando alcuni ragazzi cercarono di intrufolarsi, la sera prima, attraverso i canali dell’aria condizionata. Rimasero intrappolati e morirono congelati, anche perché era inverno.

Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa del suo percorso artistico?
Nulla. Il mio unico rimpianto è stato non fare un disco con Miles Davis. Miles mi disse che Good Times era il disco dance per eccellenza, faceva ballare e divertire la gente, cambiava cori ed era jazzy al punto giusto. Mi chiese di fare un disco dance con lui. Io pensavo scherzasse. Ci incontrammo per uno shooting di moda per Issey Miyake, dove mi fecero indossare (e mi vollero regalare) un cappotto molto lavorato, prodotto in un unico pezzo, del valore di 20mila dollari. Dopo gli scatti andammo in un club dove Miles rimase ipnotizzato dalla gente che ballava. Molti non ricordano che il jazz è nato per far ballare le persone. Il bebop faceva volare. Solo dopo è arrivato il jazz moderno, una musica più da ascolto. Ho un rispetto enorme per Miles, Dizzy (Gillespie, ndr), Eric Dolphy, John Coltrane. Sono cresciuto con la loro musica, che in genere ascoltavano quelli a cui la disco faceva schifo. Questo spiega perché non presi sul serio la proposta di Miles. Ascoltava i miei pezzi fusion e per mesi continuò a ripetermi, testualmente: “Marcus (Miller, componeva per lui, ndr) can do this shit. Now, gimme a motherfucker good time”.

Non sarà la stessa cosa, ma ora si può rifare con i Daft Punk.
Stiamo lavorando insieme ed è grandioso, ma ho promesso a Thomas e Guy che non ne avrei parlato.

Come vede la musica dance oggi paragonata a quella degli anni Settanta?
Sul fronte delle emozioni per me è la stessa cosa, mentre è cambiata la produzione. Anche se io e Bernard componevamo pezzi, avevamo bisogno di molti altri (tra musicisti e cantanti) per suonarli. Io scrivo musica da ensemble, un po’ come Beethoven per l’orchestra sinfonica. Il cambiamento è avvenuto con Giorgio Moroder, capace di un grande album con il solo contributo di Pete Bellotte e due coriste. Ma il team era pur sempre costituito da tre o quattro persone. I produttori di oggi, invece, possono fare tutto da soli, sintetizzare le voci, diventare robot come Thomas e Guy.

È ancora “lost in music” come allora?
Assolutamente, è la mia frase preferita (ride, ndr). Il mio maestro a scuola mi diceva sempre di avere disciplina, la capacità di saper aspettare la gratificazione. Gli dissi di voler diventare un musicista. Mi rispose: “Tutto qui? Se è una cosa che ami, prima o poi arriverà”. Basta volere una cosa, essere gelosi di chi la possiede, e diventare migliori.

Lascia un Commento

  1. [...] pezzi storici della musica disco ed elettronica come Nile Rodgers (intervista del nostro Gaetano qui) e di Giorgio Moroder. Nell’attesa di sviluppi scaldiamoci ulteriormente con una [...]

  2. [...] La Roux, il duo formato da Elly Jackson e Ben Langmaid, stanno lavorando ad un nuovo album con Nile Rodgers, leggenda vivente e chitarrista degli Chic. In un’intervista recente Rodgers ha dichiarato: [...]

  3. [...] del presunto teaser. L’ultimo documento affidabile è un’intervista a Nile Rodgers, l’ex Chic, che ha collaborato con il duo e ha rilasciato una dichiarazione all’inizio [...]