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Speciale Unsound (4/4): Stellar OM Source

Per concludere, eccovi l’ultima intervista sullo speciale Unsound.

Lo spazio è il suo posto, il sintetizzatore – meglio se vintage – il mezzo di espressione ideale per raggiungerlo. Da bambina, invece che giocare con le Barbie, Christelle Gualdi armeggiava con il mixer del padre musicista. E così è diventata un’amazzone della nuova kosmische, produce musica da trip e, da quando ha scoperto la drum machine, riesce pure a farci ballare.

(Foto di Pawel Eibel)

Hai un cognome italiano. Di dove sei?
Mio padre è italiano ma sono nata a Parigi. Da piccola mi sono trasferita in Olanda, tra Rotterdam e L’Aia, per 15 anni. Ora vivo ad Antwerp, ma stare in Belgio è una strana sensazione. Una specie di isola in mezzo all’Europa dove non accade molto.

Perché te ne sei andata dall’Olanda?
A L’Aia c’era uno studio di registrazione enorme e super economico, dove mi trovavo con altri artisti a far baccano sin dal mattino, che purtroppo hanno chiuso. Allora ho deciso di cambiare aria per vedere cosa succede da altre parti. Ho vissuto anche a Lisbona per un breve periodo, ma ora mi mancano i miei amici olandesi e penso di tornare indietro.

Com’è nata la tua passione per la musica?
Mio padre mi faceva ascoltare i suoi dischi di Tangerine Dream, Ash Ra Tempel e Jean Michel Jarre. Inoltre lui è un musicista blues, un ambito diverso, ma fin da bambina mi portava ai suoi concerti e festival. Per 14 anni mi ha reso partecipe del suo programma radio. Ero affascinata da quel mondo, adoravo giocare con i comandi del mixer della radio ed entrare in quello studio senza tempo. Rimanevo stupita di cosa si potesse fare con tutti quegli strumenti.

Ti divertivi col mixer invece che con le bambole.
Lo so, è strano, sono sempre stata più a mio agio con le attrezzature tecniche e i macchinari. Ogni tanto penso che dovrei comportarmi come le mie amiche, andare a cercare il trucco o i vestiti, ma non posso farci nulla. E’ più forte di me.

Quando hai iniziato a scrivere pezzi?
In uno degli eventi di mio padre. Gli commissionarono la colonna sonora per una mostra intitolata “Musica e Spazio” in un centro culturale comunista nella periferia ovest di Parigi. Doveva andare in loop per quattro ore. Mio padre a quel tempo aveva una Yamaha MSX e un Atari 1040 e mi chiese di fare insieme delle musiche sintetiche e spaziali, sai tutti quei bip e suoni tipo satellite. Avevo 13 anni e una visione ancora infantile della musica dello spazio, ma fu comunque la prima volta. Conservo ancora quella registrazione a quattro tracce.

Hai imparato a suonare sul campo o studiato?
Ho studiato musica classica, a sei anni il piano, poi il violino, il sassofono, il contrabbasso e il violoncello. Dai 16 ai 18 ho suonato il violoncello in una giovane orchestra in Germania. Tuttora provo molte emozioni nell’ascoltare la Symphonie Fantastique di Berlioz, o le opere di Debussy e di alcuni quartetti, le stesse che posso provare con la contemporanea, la UK bass o altro. Sono intuitiva nel mio approccio alla musica, cerco di seguire l’istinto più che la testa.

Produci ancora musica kosmische?
In realtà nell’ultimo anno ho introdotto le drum machine. All’inizio ne ho usata una di mio padre, ma ora che mi diverto a produrre beat e avendo restituito il sintetizzatore preso in prestito per realizzare Trilogy Select, vorrei comprare nuovi strumenti e cambiare un po’ il suono, renderlo ritmico. Ascoltando i miei nuovi pezzi, alcuni amici dicono che sono totalmente diversi dalle mie prime produzioni, è dance da ballare. Altri che è la mia tipica musica, cosmica, spaziale e con le sferzate di synth.

Qual è il tuo sintetizzatore preferito?
Sto usando un nuovo mono che all’inizio odiavo e ora amo perché combina sei tipi diversi di sintetizzatore e riproduce i suoni FM. Poi mi piace qualsiasi cosa della Roland, dalla D-50 alla Juno 106. Quest’ultimo è il mio preferito, ma è difficile da trasportare e usare dal vivo, quindi spesso tiro fuori il JP-80 o il JP-8080 anche se suonano molto anni ’90.

Quanti ne possiedi?
Una decina, anche per questioni di budget. Se uno di loro rimane inutilizzato troppo a lungo, lo sostituisco. In Olanda c’è un posto fantastico dove scambiare e permutare questi strumenti, Marktplaats, un vero mercato legato a Synthforum. Sono sempre lì a comprare e vendere.

Che sensazioni ti regalano le macchine?
La libertà. E’ incredibile cosa puoi riuscire a fare partendo da una semplice onda sinusoidale, aggiungendo un filtro e così via. E’ come cucinare. Quando cominci a giocarci diventa un viaggio, entri in un altro mondo. E’ una sensazione che non ho mai provato con gli strumenti acustici, solo con l’elettronica e senza sforzi. Tuttavia non uso il laptop, troppa libertà e troppi presets.

Come ti senti da analogica in un mondo digitale?
Ogni macchina analogica ha una sua anima e con ognuna di esse instauro una relazione diversa. Basta aprire un sintetizzatore per capirlo, ha un corpo pieno di circuiti, è organico e caldo come quello umano. Il digitale, invece, suona di ghiaccio.

Preferisci stare più con le macchine che con altri esseri umani?
Dopo due giorni di fila passati in studio, la prima persona che incontro la mattina seguente è la cassiera del supermercato. Lì mi dico che forse è il momento di interagire con altre persone (In realtà dopo questa intervista abbiamo scoperto che Christelle ama stare in mezzo alla gente: al party finale di Unsound ha chiacchierato fino alle 9.00 del mattino seguente, ndr).

Fai musica per te o per gli altri?
E’ una cosa astratta per me stessa, ma sento il bisogno di condividerla.

Che bisogno c’è di rivisitare la musica del passato?
Si può ancora attingere dagli anni ’60 fino agli anni ’80, ventennio rivoluzionario per la musica, mentre i ’90 e i ‘00 sono stati più insipidi. C’era libertà totale grazie ai pionieri del suono. Mi manca anche il modo di godersi i concerti di una volta, quando si stava quattro ore davanti a una band rock, certo magari anche attraverso le droghe. Oggi una dimensione simile è più facile da trovare nei club ed è per questo che sto esplorando la musica dance. Sono tempi duri ed è molto difficile essere artisti, anche perché chiudono sempre più spesso i luoghi dedicati alla cultura.

“Space is the place”?
Lo spazio è il posto, ma sulla Terra.

Sei attratta dalla fantascienza?
Mi piacciono i libri di Philip K. Dick, avevo anche un progetto chiamato Ubik come la sua opera del ‘69. Sono una grandissima fan di J.G. Ballard, però è strano perché all’università ho studiato architettura. Volevo rimanere coi piedi per terra, ma appena sono entrata in ufficio mi sono sentita soffocare.

A Incendiary magazine hai dichiarato che la scena undergound non è dominata dagli uomini, mentre a Simon Reynolds che c’è disparità sessuale. Qual è la verità?
La verità è che mi piacerebbe parlare solo di musica, non se chi la fa è uomo o donna. Da un altro lato, tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte degli smanettoni sono uomini e vedere sul palco una donna in mezzo a quei giocattoli tecnologici può colpire.

Progetti futuri?
Sto lavorando a nuovi pezzi per un EP di prossima uscita che, come ti dicevo, saranno più ritmati e ballabili per l’uso di drum machine. Mi piacerebbe suonare a qualche sfilata, dove la musica è molto intensa, a partire da una fashion designer olandese che adoro, LEW. La trovate al sito www.l-e-w.nl

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