Clicky

Speciale Unsound (1/4): LA Vampires

Attratti dal tema “Future Shock”, lo scorso ottobre siamo stati a Cracovia per seguire l’Unsound, uno dei festival di musica più avvincenti d’Europa. Abbiamo visto artisti che non dimenticheremo. Morton Subotnick che riproduce “Silver Apples of The Moon” del 1967 col suo sintetizzatore Buchla. Chris & Cosey e la loro magistrale prova di cold wave. Juan Atkins e la techno mutante della man-machine Model 500. Andy Stott con i suoi bassi ipnotici. Villalobos, sperimentale come un pittore nella chiesa di S. Caterina. Un Daniel Martin-McCormick dall’energia inesauribile. I Sun Araw neo psichedelici al museo dei manga. Ed è proprio qui che abbiamo voluto conoscere di persona quattro tra i nomi femminili più freschi dell’elettronica contemporanea: LA Vampires, Laurel Halo, Maria Minerva e Stellar OM Source. Arrivano da Los Angeles, New York, Tallin e Parigi. Pubblicano su etichette culto dell’underground come Not Not Fun, Hippos In Tanks, 100% Silk, Olde English Spelling Bee e hanno in comune la passione per i sintetizzatori e il lavoro in solitario. Ma, soprattutto, sono donne. Pronte a sovvertire il cliché machista sulla produzione di musica elettronica.

(Foto di Pawel Eibel)

LA Vampires

La Not Not Fun è una delle etichette più avventurose del sottobosco losangelino. Nata dalla creatività dei coniugi Amanda (LA Vampires) e Britt Brown, sta scalando le barriere del digitale a suon di vinili e cassette per un pubblico di cultori sempre più ampio. Dall’arte concettuale all’estetica passando per la sensualità, ecco come reinventarsi nel 2012.

Quando e perché avete mollato il vostro lavoro per fondare la Not Not Fun?
Britt Brown: Nel 2004 lavoravo per la rivista di moda Flaunt e Amanda era la mia stagista. Uscivamo insieme, suonavamo nei Weirdo/Begeirdo e conoscevamo altri validi artisti senza etichetta. All’improvviso Amanda, dopo essersene andata dal magazine, mi propose di mettere in piedi una nostra etichetta, per pubblicare materiale meritevole di attenzione. Non avevamo un’idea precisa, volevamo raccogliere buona musica da ogni parte del mondo.

Britt, esci sempre con le tue stagiste?
BB: E’ stata la mia prima volta, e ci siamo sposati (risata, ndr).
Amanda Brown: E’ colpa mia. L’ho forzato, lui non voleva. La verità è che lui era un ottimo capo, io una pessima stagista.
BB: Infatti poi te ne sei andata.
AB: Ti ho piantato lì per rivederti fuori dall’ufficio.
BB: Abbiamo avviato l’etichetta in modo meno autoconsapevole di altri, per mettere insieme la nostra creatività, senza barriere sul genere di musica da pubblicare. Solo ciò che ci piace, psichedelia, strano bedroom pop o ambient noise.

Cos’è cambiato da allora, oggi che siete tra le realtà underground più conosciute?
AB:Ora dedichiamo alla label tutto il nostro tempo, le energie, l’amore e il denaro. Possiamo pubblicare più uscite, incontrare più band, ascoltare tutti i demo e i master. E’ un circolo virtuoso: più curiamo le cose, più aumentano i nostri fan. Ci facciamo conoscere, andando in tour o attraverso interviste, in modo che anche l’audience più lontana da Los Angeles possa apprezzarci. Non siamo qui per diventare miliardari, tuttavia non ci dispiacerebbe (risata, ndr).

Riuscite a sopravvivere solo con questa attività?
AB: Per fortuna sì, perché abbiamo poche spese generali. Non avendo dipendenti sosteniamo costi molto bassi, e inoltre lavoriamo da casa quindi paghiamo meno tasse.
BB: La nostra vita è il nostro business: meno spendiamo e più riusciamo a investire nei prodotti. L’economia non va benissimo, ma viviamo in una zona tranquilla e poco cara, Highland Park, a quattro minuti da Eagle Rock dove siamo stati per sette anni.

Che ne è di Bethany Cosentino, con cui tu Amanda hai condiviso i primi passi nei Pocahaunted?
AB: E’ più giovane di me ed è voluta andare a studiare a NY. Per un po’ ho portato avanti il progetto, ma quando Bethany è tornata a LA ormai le nostre strade si erano divise: lei pop, io underground. Anche volendo, non riuscirei a fare lo stesso. Non saprei come scrivere una canzone pop, i miei testi e suoni sono più strani.

Perché LA Vampires è sempre in collaborazione con qualcuno?
AB: Per me non è divertente lavorare da sola, anche se quasi tutti gli artisti lo preferiscono. Amo la condivisione di questo lavoro, ho bisogno di un partner.

Zola Jesus, Ital, Matrix Metals sono collaboratori molto diversi. Cosa cerchi in ognuno di loro?
AB: Cerco persone brillanti che mi rendano brillante. Non voglio restare ingabbiata in un unico progetto o tipo di suono, per questo mi piace lavorare con persone ricche di spiritualità, capacità e passione come Maria, Daniel e Damon (Minerva e Mi Ami, ndr) e di recente anche con Pariah. Vorrei possederli, ma non è possibile. Viviamo in città diverse e produciamo musica diversa, ma stare insieme anche per un solo progetto è un’esperienza davvero eccitante. Quando ho lavorato con Zola Jesus ero terrorizzata: lei è molto più dark e drammatica di me, la sua voce mi intimidisce. A cose fatte sono rimasta di stucco, non avrei immaginato un risultato simile. Con la musica di Daniel, invece, mi sento più affine.

E’ una contraddizione cercare la spiritualità ed essere concettuali?
AB: Avere contraddizioni rende più interessanti. E’ vero, mi considero più un’artista concettuale che una musicista fresca, come può essere Maria. Per ogni album immagino un tema, un protagonista, ma dal mio interno cerco sempre di essere sincera ed empatica.

Quali sensazioni vuoi dare all’ascoltatore?
AB: Dipende, con Zola Jesus qualcosa di sensualmente oscuro e haunting; con Daniel qualcosa di sexy e triste, a metà tra sensualità e malinconia; con Matrix Metals ho cercato di sembrare più sbandata.
…e sexy.

AB: Ma certo! Voglio essere sexy in ogni progetto. Sai, mi viene più naturale ora di quando avevo vent’anni. Mi sento più esperta e non ho il timore di mostrarmi per quello che sono. Non dobbiamo fare tutte come Britney Spears o aver paura di apparire troppo sexy e senza profondità. L’intelletto è la cosa più sexy che esista.

Non avete paura di perdere genuinità con la crescita del vostro business e l’avvento del digitale?
BB: Il trucco è conservare l’ispirazione. Non è solo business, è amore. Lavoriamo più ora di quando eravamo assunti, non stacchiamo mai.
AB: Nemmeno la sera a tavola e nei weekend. E’ stressante ma appagante. La musica ci mantiene giovani e vitali (risata, ndr). Qualcosa con la crescita dei volumi è inevitabile che si perda, come le lavorazioni a mano che facevamo all’inizio su ogni prodotto in edizione limitata. E abbiamo dovuto cedere anche sul fronte digitale: continuiamo a preferire vinili, cassette e perfino i CD ai file digitali, ma la modernità non guarda indietro. Dobbiamo rispettare anche chi ascolta la musica su iTunes o con l’iPod.

Il vostro è un approccio estetico, al lavoro come nella musica.
AB: L’estetica per noi è tutto. Nella musica, prima ancora che artisti siamo dei fan. Ci lasciamo ispirare da ciò che è bello, una canzone, un’opera d’arte, un film, una conversazione, e lo traduciamo senza freni in musica. Con la Not Not Fun, invece, siamo un po’ più cauti nel cambiare estetica: cerchiamo di fare piccoli passi avanti e vediamo chi ci segue. Ci piace la dance, ma non possiamo catapultare i nostri fan nella dance pura, dobbiamo avvicinarli prima all’elettronica, alle drum machine e ai beats. E’ anche per questo che è nata la 100% Silk, etichetta parallela che attrae a sé il pubblico meno intransigente della Not Not Fun.

Ed è anche il motivo per cui non potete spingere troppo sul dub, genere che amate.
BB: In Inghilterra sarebbe diverso, ma in America non possiamo spingerci oltre una mera influenza del dub nelle nostre produzioni. Siamo partiti da cose più ambient e psichedeliche e ci stiamo evolvendo, l’importante è suonare freschi.

Come si fa a restare freschi quando tutto è già stato detto?
AB: E’ dura, ma oggi in musica siamo allo stesso livello di collage in cui si trovò l’arte visuale negli anni ’60-’70: dal cubismo all’astrattismo, c’era già stato tutto, tranne il pastiche. Ora si scava un po’ qui e un po’ lì, ma anche questa è una forma d’arte. La sfida è rispettare il passato dando un tocco moderno. Nel 2012 non si può essere originali al 100%, basterebbe arrivare al 20%. Senza contare che non tutti gli ascoltatori hanno una vasta cultura musicale, specie i più giovani. Chi non è cresciuto con Siouxsie Sioux potrebbe avvicinarsi alla sua musica partendo da Zola Jesus.

Trovate il tempo per fare altro?
AB: Dobbiamo trovarlo, siamo pur sempre una famiglia, essere umani, amici, compagni, scrittori. Sono riuscita a scrivere un romanzo sugli adolescenti di LA, Drain You, che verrà pubblicato nell’estate 2012. Ormai siamo adulti, non possiamo più fregarcene come a vent’anni.

www.discogs.com/artist/LA+Vampires

Lascia un Commento

  1. [...] la seconda intervista dello Speciale Unsound. [...]