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Diego Marcon

Storie di famiglia e altri racconti. Intimi, quotidiani, che diventano immaginario collettivo. In brianza come in America. Le narrazioni di Diego Marcon riguardano tutti noi. (Intervista di Francesca Mila Nemni. Foto di Federica Nuzzo).

Sei legato alla tua famiglia?
Si, inevitabilmente. È un legame forte quanto doloroso. Sono legato a mia nonna e ai suoi lunghissimi racconti di momenti da niente. A mia zia, al suo modo di sedere e di lamentarsi del caldo. Ai miei cugini, all’entusiasmo con cui mi propongono una canzone dei Nirvana o dei Prodigy, appena scoperti, alla mestizia con cui mi chiedono un favore. A mia madre, alla sua bontà e distrazione. E anche a mio padre, alla sua sordità e tagliente presunzione.

E la memoria? Spesso parli di esistenze individuali piuttosto che di storie collettive. Quali sono quelle che ti interessano ti più?
Quelle d’amore.

Com’è la provincia di Varese?
È bella. E provincia. Ci sono i laghi e attorno le Prealpi. Sono tutto l’anno di un verde bagnato e spugnoso, i paesini si raccolgono accanto alle strade che le venano, facendosi spazio tra capannoni, centri commerciali e rotatorie. La gente si appropria dei parcheggi dei supermercati, dei piccoli giardini recintati, entra dai buchi nelle reti dei campi da golf per andare a prendere il sole. Passano spesso auto con la musica ad alto volume e se ci si sporge dalla finestra si sentono i telegiornali venire dagli appartamenti e risuonare nelle strade vuote. Forse un vicino fuma al balcone. C’è Malpensa. Quando ci si passa accanto dalla superstrada, se si è fortunati, un aereo passa sopra la testa pesante e lento, come una balena. Poi si prende l’uscita di Somma Lombardo, si guida verso la zona del Lidl e dell’Oviesse e si può cenare al MacDrive restando in macchina.

Nei tuoi lavori è ricorrente la fascinazione per le piccole cose. In quali luoghi le ritrovi?
Sono ovunque, si trovano quando si fa loro spazio e smette il baccano.

La home del tuo sito in questo periodo si apre con uno spezzone piuttosto esplicito tratto da un film di Dario Argento il cui titolo è ancora più esplicito: “La Sindrome di Stendhal”. Mi sento quasi costretta a chiederti una definizione della parola “immagine”. Dentro e fuori dal tuo lavoro.
Non avevo mai prestato attenzione al lavoro di Dario Argento, ma in qualche maniera mi è tornato alla mente e poco tempo fa ho iniziato a guardare i suoi film. Trovo alcune sue scelte stilistiche talmente insistite e sottolineate da essere meravigliose tanto sono spudoratamente inquadrature. Ne “La sindrome di Stendhal” ogni inquadratura distrae dalla narrazione costringendoti ad osservarne taglio, movimento e porzione. Incastra lo sguardo, lo piega e lo trascina con sé. Le immagini sono ferite, aperte.

www.diegomarcon.net

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