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Pariah

Arthur Cayzer, in arte Pariah, a soli 23 anni è uno dei talenti più cristallini della nuova scena elettronica inglese. Una cricca di golden boy che partendo dalla rivoluzione dubstep sta gradualmente ridefinendo i canoni dei dancefloor “made in UK” a colpi di ibridazioni techno, ritmiche garage, elucubrazioni ambient, suggestioni hip-hop, digressioni acid e chi più ne ha più ne metta. Il giovane scozzese infatti, come molti altri suoi coetanei d’oltremanica, è alla costante ricerca di contaminazioni innovative e scenari sonori futuribili, con un obiettivo ambizioso: uscire dall’oscurità dei club underground per invadere le case degli ascoltatori più esigenti. Lo abbiamo intervistato in partenza per le vacanze estive a casa dei genitori. Un bravo ragazzo insomma. Tutto casa e club. (Foto di Paul Herbst)

Dove ti trovi al momento?
Sono sul treno. Sto andando in Scozia a trovare in miei genitori. Mi fermerò un paio di settimane. Ho proprio bisogno di un po’ di vacanza.

Presentati ai lettori di PIG.
Non c’è molto da dire in realtà. Ho 23 anni. Sono nato in un paesino vicino a Dundee, in Scozia, dove ho vissuto sino ai 18. Poi mi sono trasferito a Londra. Vivo lì da cinque anni ormai.

Perché hai scelto il nome Pariah per farti riconoscere?
E’ il titolo di una canzone dei Cursed, uno dei miei gruppi preferiti. E’ un omaggio. Non ha un significato particolarmente profondo. Tra i nomi che mi sono venuti in mente era l’unico decente.

Quando hai iniziato a fare musica?
Due anni e mezzo fa circa.

Cosa ti ha spinto?
Non è un segreto per nessuno. Devo tutto a Burial. E’ lui che mi ha fatto venire voglia di mettermi davanti a un computer e scrivere i miei brani. La sua influenza è stata cruciale.

Hai sempre solo ascoltato musica elettronica?
Assolutamente no. Da ragazzino ero un patito dell’hip-hop e mi piacevano molte guitar band.

Come nasce un brano di Pariah?
Non ho ancora sviluppato un vero e proprio metodo. Di solito parto da una melodia o da un sample e cerco di costruirci una struttura intorno. Ogni brano attraversa diverse fasi, durante le quali cambia radicalmente prima di raggiungere la sua dimensione definitiva. E’ un processo molto lungo. Non sono un tipo prolifico. Passo settimane intere senza scrivere nulla. Soffro spesso di blocchi creativi. Poi improvvisamente svaniscono e in una settimana scrivo tre pezzi nuovi.

Che tipo di strumentazione usi?
Ho un Mac su cui ho installato Logic. Purtroppo non posso ancora permettermi le macchine che vorrei. Da qui a un anno mi piacerebbe abbandonare i software per dedicarmi solo all’hardware. Ho intenzione di imparare a usare quei vecchi tape-loop di una volta.

Dei vari remix che ti hanno commissionato di quale sei più soddisfatto?
Quelli di Forest Swords e How To Dress Well. Non so spiegarti esattamente perché. Credo di avere reso giustizia agli originali e allo stesso tempo di aver aggiunto un qualcosa di mio.

Quali sono le differenze principali tra il tuo primo singolo Detroit Falls e l’Ep successivo Safehouses?
C’è uno stacco enorme tra le due release. Detroit Falls e Orpheus sono le prime tracce che ho completato nella mia vita. Volevo che suonassero rispettivamente come un brano hip-hop e come un pezzo garage. Sono estremamente calligrafiche in tal senso. Safehouses invece ha un suono più personale. Ho sperimentato sonorità diverse, ma sono riuscito a ottenere un risultato più omogeno. A distanza di un anno quelle tracce mi sembrano ancora troppo derivative comunque. I brani che sto scrivendo oggi hanno maggiore personalità e un’identità più marcata. E’ un aspetto su cui ho lavorato molto ultimamente e sono molto soddisfatto dei risultati ottenuti. La cosa più importante per me al momento è riuscire a produrre qualcosa di davvero originale.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Sono sempre alla ricerca di nuova musica e non faccio distinzione di generi. Il nuovo Ep di Lukin su Glum è fenomenale, di sicuro il suo lavoro migliore. Credo sia uno degli artisti più sottovalutati dell’intera “scena”. Poi ultimamente ho ascoltato molto il disco di Fennesz e Ryuichi Sakamoto insieme. E’ un album fantastico e molto malinconico in cui l’unicità dello stile di entrambi s’intreccia alla perfezione.

Quanto sei cambiato come persona e come artista durante tutti questi mesi?
Musicalmente mi sono evoluto molto. All’inizio ero un produttore alle prime armi che sperimentava con idee differenti alla ricerca di un proprio marchio di fabbrica. Oggi le nuove produzioni hanno una maggiore consapevolezza linguistica. Ho imparato a curare i dettagli e ho guadagnato in termini di originalità. Le tracce che sto registrando per il mio album d’esordio sono ancora più scure e strane. Mi sto progressivamente allontanando dal dancefloor per spingermi in territori più introspettivi. Questo distacco è fondamentale perché voglio scrivere un disco che sia adatto a un ascolto casalingo, con una propria coerenza e forza narrativa generale, al di là dei singoli episodi. Qualcosa che funzioni e che abbia un senso anche fuori da un club. Non solo materiale esclusivo per dj insomma.

Quali saranno i tuoi prossimi passi quindi?
Sto lavorando a un paio di nuovi remix e uscirà presto una nuova traccia, Left Unsaid, su una compilation della R&S. Per il resto mi concentrerò sulla scrittura del disco che dovrei finire entro la prima metà dell’anno prossimo.

Ti ricordi ancora la tua prima serata come dj? Come è andata?
Certo che la ricordo! E’ stata disastrosa. Ero nervosissimo. In più la spia non funzionava e i dischi saltavano in continuazione. Sono andato nel pallone mandando all’aria ogni possibilità di mixare decentemente.
Ho imparato da subito a mie spese a non fidarsi dei club quando si parla di puntine dei giradischi.

La cosa che preferisci di fare il dj?
Suonare la musica che ami per gente che condivide la tua passione.

Il tuo dj preferito?
Domanda difficile. In giro ce ne sono tanti di molto bravi. Dovendo fare un nome direi Ben Ufo. La sua selezione è impressionante e ha una tecnica impeccabile. Grazie a lui ho scoperto dischi che altrimenti non avrei mai conosciuto.
Subito dopo mi viene in mente questo nuovo talento di Glasgow davvero straordinario, si chiama Blake. Ha solo diciannove anni e una cultura musicale enciclopedica. Lui e i suoi amici hanno appena fondato un’etichetta, la All Caps, e stanno per pubblicare delle cose davvero interessanti. Sicuramente un tipo da tenere d’occhio nei prossimi mesi.

Un brano che non manca mai nei tuoi set?
Woman Is The Devil di Levon Vincent. E’ una traccia semplicissima ma davvero molto efficace, perfetta per il dancefloor.

Cosa ne pensano i tuoi genitori della musica di Pariah?
So per certo che mio padre non è così impressionato da quello che faccio. Non credo abbia mai ascoltato pop nella sua vita. E’ un grande appassionato di musica classica e di opera. Un giorno gli ho inoltrato un link di un mix che avevo fatto per Mary Ann Hobbs su BBC Radio. Mi ha chiamato dopo pochi minuti dicendomi “Beh… Non è esattamente Beethoven!”. Nonostante questo è orgoglioso che io riesca a guadagnarmi da vivere con qualcosa che amo profondamente. Mia madre invece è una persona decisamente più aperta, pur non essendo la mia prima fan.

Una band o una canzone che ti hanno cambiato la vita?
Chiunque abbia mai letto una mia intervista sa quanto Burial sia stato importante per me. Ha cambiato il mio approccio alla musica.
Ma nessun gruppo mi ha mai colpito emotivamente come i Godspeed You! Black Emperor, in particolare il loro primo album e l’Ep Slow Riot For A New Zero Kanada. Li ho visti di recente dal vivo durante il loro ultimo tour in Inghilterra ed è stato senza dubbio il concerto più inteso al quale abbia mai assistito. In alcuni momenti sono stato vicino alle lacrime. Un’esperienza pazzesca.

Quali sono i tuoi interessi al di là della musica?
Libri e film soprattutto. In questo periodo sto rileggendo The Border Trilogy di Cormac McCarthy, uno dei miei scrittori preferiti. Consiglio a chiunque non abbia mai letto questa trilogia di farlo al più presto!

Cosa ti fa ridere?
Arrested Development, la serie tv.

Ok, visto che siamo in tema. Serie Tv preferita?
Se la giocano The Wire e i Sopranos.

L’ultimo disco che hai comprato?
Un white label di un ragazzo che si fa chiamare Dense & Pika. Appena è uscito l’ho snobbato perché il nome mi dava l’impressione della solita edit disco, in realtà è tutt’altro.
Entrambe le tracce sono scure, drogate, molto lente, warehouse techno per intenderci. A quanto pare è qualcuno dell’etichetta Planet E con un nuovo pseudonimo. E’ un 12” pollici straordinario. Esattamente il genere che mi piace suonare nei club.

L’ultimo film che hai visto?
E’ un film italiano, Le Conseguenze Dell’Amore. Un amico me l’ha portato a casa qualche giorno fa ed è sicuramente una delle pellicole più belle che abbia visto da un bel po’ di tempo a questa parte. Fantastico.

Guidi? Che macchina hai?
Non possiedo un auto. Sono il peggior guidatore della storia. Vivo a Londra e non ne ho motivo. E’ troppo costosa e il traffico è terribile. Preferisco di gran lunga un buon bus o un viaggio in metropolitana. Un paio di cuffie e la città che ti scorre sotto il naso fuori dal finestrino.

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