Walter Pfeiffer nasce nel 1946 a Zurigo. Qui svolge i suoi studi per poi laurearsi come grafico ed illustratore. Salta da un lavoro all’altro, ma la sua continua ricerca estetica lo introduce ad un nuovo mondo legato alla fotografia, dove inizia a documentare la sua cerchia di amici ed amanti. Timidamente si introduce al pubblico nel 1974 con una mostra collettiva, di nome “Transformer”, un titolo preso in prestito dall’album di Lou Reed di due anni prima. Il suo contributo sono le foto di Carlo, un transessuale che Walter fotografa sia nella versione maschile che nella trasformazione femminile. Nasce così il genere di Walter. Poco dopo esce il primo libro di Walter, intitolato semplicemente “Walter Pfeiffer: 1970-1980”. Sulla copertina, un’immagine viziosa di una bambola di Ken con una mano infilata nelle mutande, per introdurre il tono delle allora scioccanti immagini che si trovavano all’interno. Ragazzi spesso nudi, che giocano tra di loro, drag queen e scatti ravvicinati di fanciulli in tutto il loro splendore: cazzi, culi, pettorali e tanti sorrisi. Questi scatti sono mescolati con foto di scena casuali, paesaggi, giochi di luci e le immagini dei gatti di Walter. Il libro viene immediatamente considerato un cult e Walter guadagna fama nella scena underground. Eppure, anche se molto influente, la fotografia di Walter Pfeiffer è rimasta un segreto relativamente ben conservato per quasi trent’ anni. Tutto questo cambia nel 2007, quando i-D lo contatta e gli commissiona un editoriale di dodici pagine. Poco dopo, Tom Ford lo chiama per scattare il suo ritratto, insistendo che non vuole nessun altro se non lui: gli invia una Bentley e uno chauffeur per portarlo alla location. Quella foto di Tom a casa, in accappatoio contro una serigrafia di Andy Warhol, ha segnato un trionfo per il Walter Pfeiffer mainstream. Poco dopo arrivano le richieste da GQ, Vogue Homme International, Vogue Parigi e ultimamente T Magazine, W Magazine e le campagne per Pringle of Scotland.Proprio durante la sua visita a Milano per la sfilata di Pringle of Scotland, ho avuto finalmente la fortuna di conoscere uno dei miei fotografi preferiti. Leghiamo subito e visto il poco tempo disponibile a Milano decidiamo di continuare il discorso a casa sua a Zurigo, durante una mia visita in Svizzera. Mentre mi mostra i diari personali che tiene da oltre vent’anni anni, i disegni dell’inizio della sua carriera d’artista e la collezione di cappellini Supreme, mi racconta la sua storia e il successo inaspettato (da parte sua), ma atteso per trent’anni da tutti gli altri. (Foto di Sean Michael Beolchini).
Ciao Walter! Grazie mille per avermi invitato a casa tua. Ho letto così tante interviste sulla tua storia, che vorrei quindi iniziare parlando un po’ di te e di cosa stai facendo oggi.
Quanti anni hai?
Ci tengo a dire che vivo in età classica.
Quanti anni ti senti?
Dipende dai giorni… Proprio oggi mi sento giovane. Ma ci sono giorni in cui mi sento vecchio, non cerco di nasconderlo.
Dove vivi?
A Zurigo.
E’ un buon posto dove vivere oggi?
Sì, ai giorni nostri è ottimo. Intendo dire che dieci o venti anni fa era una storia diversa: dovevi viaggiare fino a Parigi, Londra, Milano o Roma per lavorare. Ma oggi puoi lavorare anche da Zurigo, o avere come base Zurigo e impostare tutto direttamente da casa: questo lo rende molto meglio e facile. Concludendo: sì, ora mi piace. Voglio dire, credo che sia un tantino tardi per me per decidere di cambiare città a questo punto della mia vita, no!?! (ride)
Sei felice qui?
Certo!
Stai tenendo d’occhio qualche fotografo giovane?
No, devo dire che il mio background sia più derivante da un punto di vista artistico, che è come mi è stato insegnato a scuola e ho mantenuto questa passione, dopo tutti questi anni trovo ancora il mio interesse estetico nell’arte classica. Ora che ci penso, la cosa mi fa sentire abbastanza vecchio… Lo faccio guardando del materiale nuovo, ma lo guardo con una prospettiva completamente diversa, quasi osservandolo con curiosità, vedendo le cose che cambiano e si evolvono, o forse provando tristezza verso quelle per cui non è cambiato nulla. Non le osservo in cerca di ispirazione o di idee. Per me l’ispirazione si trova nella vita quotidiana, guardando le persone che camminano per la strada, quello che tengono in mano, come sono vestiti, perché hanno scelto quella determinata pelliccia… Ma non guardo un libro per essere ispirato, non per pianificare il mio lavoro. Vengo dal mondo dell’arte, dal mondo dell’arte classica italiana dovrei dire, Rinascimento… Come me!!! (ride) No, non ho intenzione di incominciare a citare il come e il quando altrimenti non finiremmo più.
Avevi un mentore quando hai iniziato a lavorare?
Sì, avevo un mentore quando ero giovane; in verità ne ho avuto più d’uno, ciascuno per una fase diversa della mia vita. Il mio primo mentore, quando ero giovane e un sipario ancora chiuso, fu il proprietario di una scuola d’arte di Zurigo che frequentai. Fu lui ad aprire il sipario. Mi prese con sé, mi formò dalla testa ai piedi, mi mostrò tutto il possibile, aprendo i miei occhi per un raggio davvero ampio. Fu lui a farmi conoscere l’incredibile Duchamp. Da lui ho capito le varie esplorazioni che l’arte aveva fatto fino a quel momento.
Il mio secondo mentore, Jean Christophe Amman, fu il primo a mostrare il mio lavoro. E mi spinse sempre di più. Non era mai soddisfatto dei miei risultati; quando gli mostravo i miei lavori, li analizzava a fondo e mi diceva di scavare ancora di più e come ottenere certi concetti, volendo sempre di più e ancora di più! Uscivo sempre dal suo studio con una faccia lunga e arrabbiata, sentendomi vuoto. Ma alla fine lui fu il più importante, perché fu colui che mi spinse più lontano. Con lui feci il mio primo libro: Walter Pfeiffer 1970-1980. La sua visione e le sue idee così ferme furono la miglior direttiva che potessi avere. Voglio dire… A quei tempi i cazzi non erano nei libri, ma lui insistette per metterli in un libro e raggiungere una certa attenzione, un’affermazione che fu avanti per il tempo. Mi ha sempre spinto…
Senti di essere stato un mentore per qualcuno?
No so se mi definirei un mentore, credo che sia una cosa che uno non possa dire di se stesso, ma deve essere definito tale da qualcun altro… Comunque ho sempre avuto giovani artisti attorno a me, che mi assistevano. Imparavano un sacco da me mentre lavoravamo, ma credo anch’io di aver imparato molto da loro. Uno dei miei preferiti è stato Linus Bill, un ragazzo con un talento incredibile; mi piace molto il suo modo di pensare.
Linus Bill! Sì, sono un suo grande fan sia come persona sia come fotografo, fu una delle mie prime interviste. Come lo hai conosciuto?
Stavo insegnando ad un workshop alla Scuola d’Arte in Svizzera e stavo cercando un ragazzo giovane che mi facesse da modello. Linus era uno studente di questo workshop e pensai che la sua immagine era perfetta per il tipo di lavoro che avevo in mente. Feci un sacco di foto stupende di lui. Dopo siamo diventati più stretti e parlando, abbiamo condiviso un sacco di interessi e punti di vista, dopodiché è diventato il mio assistente. Molti dei ragazzi con cui ho lavorato crescendo mi hanno annoiato in poco tempo e sarebbero poi finiti a fare il militare, ma con Linus è stato diverso.
Un consiglio che daresti loro?
Non vivere troppo in fretta, di fermarsi e guardarsi attorno o si perderanno un sacco di dettagli. Inoltre, di non affrettare le cose; voglio dire, al giorno d’oggi vedo tanta ambizione, che è buono, ma quando sei un pazzo ambizioso e ti muovi troppo velocemente, credo che lascerai il segno. Sarai famoso per qualche anno, ma nulla di più… Ecco perché sono felice della mia età classica: prendo le cose lentamente, con il mio ritmo.
Stai tenendo qualche lecture? O insegnando in qualche istituto?
Oh sì sì! E mi piace un sacco! Questo weekend terrò un workshop con degli studenti a Zurigo. Mi piacciono questi progetti perché durano solo quattro-cinque giorni e sono intensivi. Non interferiscono troppo con le altre cose che ho da fare. Il tema di questo è “We Are Family” e ci stiamo impratichendo per fotografare gruppi di persone i più ampi possibili. Queste occasioni sono anche un buon modo per conoscere gente, il che ci riporta a Linus Bill, che ora conosciamo!
Sembri molto entusiasta di questo. Cosa credi che (i ragazzi) pensino di te?
Spero che mi amino come io amo loro. Sì, devo dire che se il progetto mi coinvolge, mi ci butto a picco e ne rimango entusiasta… Forse troppo? Mi presento con tutti i miei props, i miei colori e le mie idee; e creiamo…
Parlami della tua nuova carriera come “Fotografo di moda”! Il tuo lavoro è stato venerato dagli anni ‘80 tra tutti i publishers underground, le zines indipendenti e i collezionisti d’arte. Ma recentemente sono i fashion brand e le riviste commerciali che commissionano il tuo nuovo lavoro. Ho visto Vogue Paris, Vogue Homme International, New York Times Magazine e anche Pringle of Scotland, tra i tuoi ultimi successi. Cosa ne pensi?
Mi sono sempre tenuto occupato durante la mia vita e dall’inizio della mia carriera professionale sono stato coinvolto dal fashion in qualche modo. Divertente, non abbastanza per fotografarlo.
Porti la macchina fotografica sempre con te? (Mostramela! Mentre lo dico estrae una Contax T2 splendidamente tenuta dalla sua borsa)
Beh, quasi sempre, la dimentico qualche volta ora data la mia tenera età…E mi trovo fuori e vedo tutte queste cose magnifiche e mi arrabbio così tanto che la mia macchina fotografica sia a casa a riposare…
Hai una macchina fotografica digitale?
Sì. Ultimamente ho deciso di prenderne una per i lavori che mi commissionano oggi. Quando è uno shooting per cose mie uso la mia fedele Contax, ma quando lavoro con clienti grossi, uso questa nuova macchina fotografica digitale e tecnologica. Sono così abituati a vedere il risultato del lavoro in modo immediato, che spesso ho la selezione delle foto prima della fine della giornata.
Sì, ma il tuo personalissimo tocco, lo si può riconoscere anche quando lavori in digitale.
Grazie! Penso che la macchina fotografica in se stessa non cambierà il senso che tu vuoi dare a una fotografia e non credo che dovrebbe. Nel corso degli anni ho scattato con ogni tipo di macchina fotografica che mi è passata per le mani – non sono un tecnico, sono istintivo.
Un cliente o un Art Director ha mai criticato le tue scelte?
Non lo chiamerei criticare, ma è abbastanza divertente, perché scatto solo una o due volte e dico: “Ok, ho fatto!”. E rimangono lì tutti del tipo: “Cosa vuol dire fatto? Voglio dire, non vuoi scattare di più? Sei sicuro?” ecc… Ma ho sempre lavorato così da quando ho iniziato, quando non avevo molti soldi e quindi dovevo tirar fuori il meglio da ogni fotogramma ed essere sicuro di avere il servizio. Anche oggi, col digitale!
Sì, vedo che sei stato fedele allo stesso punto di vista e approccio; le foto col flash sono un tratto distintivo del tuo stile. Perché la scelta di scattare col flash?
Non è stata propriamente una scelta. Sono così nervoso che mi tremano le mani, quindi ho iniziato così come necessità per avere foto belle nitide, ma amo il flash!
Il tuo anno di residenza a New York fu il momento del grande cambiamento, quasi l’innesco del processo di formazione. Cosa successe là?
Certo! Era il 1980 e avevo appena ottenuto la residenza in una delle città che più mi avevano incuriosito durante gli anni giovanili. Erano gli anni di Roxies, c’era un movimento punk vs disco, c’erano i Pink Flamingoes e il sorgere di un nuovo tipo di film a basso costo: tutto stava accadendo!
Oh! Quindi come ci sei riuscito?
Era così diverso da quello a cui ero abituato… La prima cosa che feci è stata quella di buttare via tutti i miei abiti e di prenderne di nuovi ai thrift stores; tinsi i miei capelli e volevo andare ovunque, così iniziai da tutte le retrospettive e proiezioni che potevo. Avevo portato la bozza del mio primo libro (che poi divenne il famigerato 1970-1980, che creò scalpore alla sua pubblicazione per i suoi contenuti e la sua nudità omosessuale esplicita). Il mio sogno era quello di portarlo a Andy Warhol e a Interview Magazine, ma era la mia copia in versione xerox e avevo vergogna…
Vuol dire che non sei mai andato?
No! Mi rende pazzo il fatto di non esserci mai andato.
Così lo hai tenuto con te per un anno e lo lasciasti un segreto?
Quasi un segreto sì, ma non per motivi di invidia o simili: ero solo troppo timido. Così tornato a Zurigo mi sono detto che non avrei dovuto aspettare oltre e l’ho liberato. [pausa] Ma c’era tanta bellezza nella gioventù di allora a New York che ne sono stato catturato. Quel viaggio di lavoro di un anno fu molto importante per me e per il mio lavoro.
Assolutamente, lo vedo nel tuo lavoro. Sei completamente innamorato della bellezza e del glamour (così, il titolo perfetto Love With Beauty – Steidl, 2009) . Mi piace che questo emerga con tale naturalezza, perché questa emozione ricorre spesso quando osservo un tuo lavoro; è come se guardassi attraverso gli occhi di qualcuno che è innamorato di ciò che sta fotografando.
Grazie. Per me l’amore è passione e spesso condivido la passione con il progetto che sto seguendo, dunque con tutti i suoi componenti e i modelli. Quella sensazione di arrivare ad un punto dove senti di aver raggiunto un obiettivo e devi spingere te stesso e la tua squadra per ottenerlo, è veramente veramente duro. Spesso i miei modelli e io ci sentiamo tristi alla fine di una collaborazione, tristi che sia finita.
Ti piace essere fotografato? Credi di essere un soggetto interessante?
Oh no, non credo!
Chi ha scattato la tua foto preferita di te stesso?
Tu! (ride)
Si può essere timido ed essere un buon fotografo?
Oh! E’ un lavoro molto duro! Sono molto timido e l’ho sentito come un grosso limite al mio lavoro, nell’approccio con certe persone o modelli con cui volevo lavorare per me fu impossibile. Penso che sia il mio entusiasmo l’unica cosa che a volte supera e mette fuori gioco la mia timidezza… Credo sia la mia sfida.
Segui il cuore o il cervello? E’ sempre stato così?
Ragazzo mio, seguo il cuore! L’ho sempre fatto e spero di farlo sempre.
Oggi sei qui con me a Zurigo, ma domani dove sarai e cosa farai?
Sto lavorando a un progetto incredibile che avrà luogo in Scozia: fotografare Tilda Swinton per Pringle of Scotland. ma poi tornerò qui a Zurigo, così saprai dove trovarmi!














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