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Sonar 2011

Anche quest’anno siamo andati a Barcellona per seguire da vicino il nostro festival di musica elettronica preferito. Il Sonar ha compiuto diciotto anni e non li dimostra, motivo in più per festeggiare l’edizione della maturità insieme alle 80mila persone che sono giunte da ogni parte del globo per ballare giorno e notte, fare nuove scoperte artistiche e condividere emozioni. Impossibile raccontare tutte le 150 esibizioni spalmate su otto palchi, tra glorie del passato che hanno fatto scuola e nuovi talenti. Chi seguiamo oggi? Cosa vediamo stasera? Dilemmi quasi esistenziali, che hanno suscitato dibattiti, mosso la nostra curiosità e aumentato la frenesia del pubblico, impepando di fatto il lungo weekend del Sonar 2011. (Foto di Rafa Castells e Alba Yruela)

Giovedì 16 maggio, non ancora smaltito il dispiacere per il forfait dato da Steve Reich, ci lanciamo al Village dove Toro Y Moi e Little Dragon in versione pomeridiana portano a casa i primi applausi del dia. The Brandt Brauer Frick Ensemble al Dome, invece, catturano il nostro interesse per la presenza scenica. Un po’ ambiziosi e formali, sono penalizzati da uno spazio poco adatto alla commistione tra techno e musica da camera. Nel frattempo Nicolas Jaar e la sua band ormai rodata hanno imballato la Hall lasciando fuori centinaia di ritardatari. Siamo appena arrivati e il sole di Barcellona prevale sull’istinto di vedere dal vivo i cupissimi Raime. E poi si sa, il Sonar è anche l’insieme di eventi Off (e Anti), per cui optiamo per il “rooftop” party di Hotflush/Aus con gli ottimi – e per l’occasione più festaioli – Deadbeat, Appleblim, Scuba e Will Saul.
Dopo una radiografia al programma, venerdì proprio non c’è spazio per la serata “periferica” di Pampa e Innervisions. Rinunciato ad Ame, Dixon e compagnia bella, ci infiliamo nel capannone Red Bull per Daisuke Tanabe, beat maker che smuove a suon di chirurgici ritmi spezzati e glitch, ma anche wonky, jazz e hip hop, conquistando a pieno titolo la massa danzante diurna. E’ ora dello showcase della Tri Angle, etichetta culto della Brooklyn infestata dalla witch house, di cui seguiamo i set – per la verità non così magici – di oOoOO, Holy Other e How To Dress Well, quest’ultimo frenato da evidenti problemi di voce e sostanze alteranti. Dall’altra parte Four Tet sta infiammando la piazza: inizia a spingere da subito con Love Cry, fin quando si alzano i bassi ed è delirio. Facciamo un salto da Ghostpoet per vivere uno stato di apnea collettiva prima di tirare il fiato. Sta per arrivare il Sonar de Noche.

Il capannone della Fira è già semipieno quando entrano in scena i pionieri del synth pop britannico, The Human League. Philip Oakey è mobilissimo da una parte all’altra del palco, Susan Sulley in tubino inguinale e tacchi vertiginosi, Joanne Catherall la meno in forma del trio. Lo show alterna pezzi del nuovo album (Egomaniac, Night People) a brani storici (Empire State Human) e hit come Tell Me When e Don’t You Want Me, che il pubblico meno acerbo canta a squarciagola. Tra i bis la crepuscolare Being Boiled e Together in Electric Dreams, per chiudere col sorriso. Transitiamo al Pub via Cut Copy – suonano proprio di fianco ai maestri di Sheffield – per sentire i venti minuti finali di Trentemøller con la band. Il sound è davvero potente, anche qui con punte retro ma decisamente più chitarroso e rock. Tra i pezzi in prevalenza strumentali, l’apice arriva con l’impressionante versione live di Evil Dub/Moan. Applausi. La tabella di marcia scorre puntuale finché tocca a M.I.A. E’ in ritardo di mezz’ora. Fa la diva? Nel dubbio decidiamo di cambiare aria. No, un momento. Si apre il sipario, si sente un canto Tamil, compaiono immagini della dea Sri Krishna. Percussioni, trombe da stadio ed eccola finalmente, una Maya in caschetto biondo platino e occhiali scuri che subito si getta tra la folla. Un copione già visto a Milano, per cui ci dirigiamo verso Dizzee Rascal per una raffica di Old Skool e Bassline Junkie. Ritmi sincopati, serie di Yo!, uno scratcher da far paura, una voce femminile intona You’ve Got the Love, e tutti giù a ballare. Saltiamo volutamente Katy B, sorta di Rihanna bianca più scarsina per tornare al Club, dove Scuba prepara il terreno ad Aphex Twin martellando senza sosta techno in 4/4, mica lo SCB a sorpresa del party Hotflush. Nell’unica intervista da lui rilasciata di recente (al País), Richard D. James dice di aver pronte 600 (?!) tracce che aspettano la risoluzione del rapporto con la sua ex moglie per essere pubblicate. Che il successo abbia dato alla testa? Questioni sentimentali, soldi e blocchi creativi a parte, non vediamo l’ora di sentire il nuovo materiale. Intanto il suo djset inizia poco dopo le tre con immagini pixelate e un flusso di suoni e disturbi digitali. Poi charleston in levare, momenti stranianti, IDM mutante ed emozionale, immagini di donne pettorute e giocatori del Barça con il suo sorriso malefico a sostituire i loro volti. Ci congediamo con il campionamento luciferino del film Magnolia.

Sabato al Village i No Surrender, affiancati da Costanza Francavilla e uno dei Cut Copy, sembrano i TVOTR più hip hop. I falsetti di You’re a Star catturano la platea indie strizzando l’occhio al mainstream. In chiusura Young Love, con tutta la crew a ballare e lanciare cd al pubblico: non sono neanche le quattro ed è già festa. Ci spostiamo nella Hall per il ritorno dei Global Communication, un’immersione nello spazio dietro un pannello in 2D su cui scorrono galassie, astronavi e orologi meccanici prodotti da As Described. Una culla astrale, liquida, sognante, lunga quasi tutto il leggendario album 76:14. Dopo 40 minuti parte Sensorama, le teste oscillano, spezzano un incantesimo che ha ipnotizzato fino a quel momento. La seconda metà dello show inizia con beat accelerati ed effetto club: si balla. Il sample di Górecki dei Lamb in chiave jungle è una manna dal cielo, davvero sublime.
Riemersi in superficie, è l’ora del folk-aperitivo. Gli Shangaan Electro dal Soweto sono coloratissimi, pennuti, cantano e ballano danze street sopra basi a 180 bpm. Il carnevale sudafricano trasforma il palco in balera hardcore-gabber, senza bisogno di additivi. I Tiger & Woods intanto stanno scaldando gli hooligans inglesi – e non solo – ammassati al Dome al tramonto. E’ qui la vera festa italo. Il duo amante dell’anonimato esce allo scoperto: niente maschere di tigre, solo T-shirt nere e cappellini da baseball per uno dei “maestri” della RBMA, orgoglio nazionale da esportazione, e il suo fedele compagno di squadra.

La notte del Club è inaugurata da Chris Cunningham, che sta tenendo una lezione di videoarte ed effetti speciali da antologia. Tre schermi interattivi, suoni e rumori sono in sync con immagini angoscianti, tra cui un bimbo dalle espressioni deformate con elettricità, cortocircuiti, metronomi. Un grande videoclip da lasciare a bocca aperta.
Se Yelle ammalia il Lab col suo french pop e una mise da cat woman in rosso, ci paiono più intriganti i suoi conterranei Arandel al Car-rozzone, una console al luna park. Il duo laptop usa innesti acustici – un sax distorto, un flauto traverso, un gong cinese – per un suono notturno e lascivo che rallenta e riparte con cambi percussivi avvincenti. Minimalismo romantico e trip mentale, combinazione vincente. Cos’altro si può dire degli Underworld, se non il solito ma struggente tuffo nel dancefloor anni ‘90? Per le migliaia di persone ammassate, anthem storici come Rez, Cowgirl e Born Slippy sono una garanzia di svago e sudore. Scegliamo di chiudere la nostra maratona al Car, dove sempre dal roster Infiné c’è il parigino Rone dai suoni altrettanto ipnotici, ma più espliciti e incisivi dei colleghi Arandel. Ci voltiamo e per un attimo riconosciamo alle nostre spalle un volto familiare. Al terzo sguardo di soppiatto, ricambiato con un ghigno, ci avviciniamo a Richard D. James, che è in dolce compagnia. Scambiamo qualche parola, sospesi nel tempo e nello spazio, circondati da centinaia di persone che non lo riconoscono. No, non abbiamo uno scoop da raccontare, né materiale per una bio ufficiale di Aphex Twin, ma qualche aneddoto privato e molte suggestioni che conserveremo per sempre nella nostra memoria e in quella di un festival unico al mondo come il Sonar.

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