Mark Peckmezian è nato nel 1985 in Canada, un paese che negli ultimi anni ha giocato un importante ruolo nello scenario della fotografia indipendente. Come spesso si nota tra i suoi connazionali, anche Mark ha una caratteristica pulizia nei suoi scatti, che sporca solo con un layout che realizza personalmente per esprimere un suo concetto e soprattutto, dopo aver sviluppato e stampato le sue foto a mano, come si faceva una volta. Lavorando con vari formati e fortemente influenzato da una fotografia più artistica, Mark riesce a creare un insieme di “fine photography” e documentario, con il risultato di proporre una differente prospettiva.
Come ti chiami?
Mark Peckmezian
Di dove sei?
Toronto, Canada.
Dove vivi?
Toronto.
Ci campi con la fotografia?
Qualche volta. Sempre di più. Non spesso come vorrei però.
Se no, cosa lo fa?
Lavoro servile.
Quanti anni hai?
25.
Quanti te ne senti?
Molto più giovane per certi aspetti e molto più vecchio per altri.
Quando hai iniziato a fotografare e perché?
Ho iniziato in modo informale quando avevo 11 anni o giù di lì e più formalmente quando ne avevo 15, credo. L’arte è da sempre ciò che ho più a cuore e la fotografia fu di particolare attrazione durante la mia adolescenza. Sento come se avessi potuto prendere un’altra direzione però.
Si tratta più di estetica o del senso delle cose?
Le estetiche hanno un significato! Sto sempre più imparando questo concetto. La maggior parte delle cose che noi consideriamo puramente estetiche sono in realtà parte del significato complessivo di un’opera, se non il significato stesso. Lo stile è tutto, in un certo senso.
Come descriveresti il tuo modo di fotografare?
“Portraiture and documentary” (Ritrattistica e Documentario, ndr) è quello che dico solitamente: questo definisce a grandi linee quello che sto facendo. Un sacco di foto che faccio prendono vita solo quando vengono raggruppate, il che mi porta a credere che sia la mia esperienza personale e la mia visione del mondo il soggetto del mio lavoro, ma non ne sono sicuro.
Qual è la tua big picture?
Sticking to whatever works
Cosa altera le tue percezioni?
Droghe, di solito. La meditazione, nel miglior modo possibile, ci riesce anche un po’.
Cosa non ti piace della fotografia oggi?
La “media cottura”, ciò che è poco interessante, asciutto, la fotografia d’arte concettuale. Questa roba ha un suo posto, ma non mi sento a mio agio a chiamarla arte. L’ arte che è completamente non affettiva manca di qualcosa di fondamentale, elementare. Un sacco di ciò che si definisce arte è solo per un elite e per addetti ai lavori, indipendentemente dal fatto che le persone che la realizzano la apprezzino o meno. Non credo che l’arte debba essere “di basso profilo”, ma che al di là di tutto ci sia un dibattito alto-basso.
Cosa ami della fotografia oggi?
La sua natura democratica. La maggior parte dei fotografi si lamenta di come sia a basso costo il prezzo d’ingresso, dove tutti in un mese possono spendere $500 e iniziare a produrre immagini che sono da subito troppo vicine a quello che era un prodotto per professionisti, ma penso che invece questo sia il più grande attributo della fotografia. Idee e visione personale sono ciò che importa; inoltre, non ci sono barriere preventive che ostacolino le persone a fare ciò che vogliono.
Segui qualche regola? Se sì, quali?
Non proprio. Cerco di essere il più non ideologico e pragmatico possibile, di seguire solamente quello che funziona. Da un punto di vista pratico, cerco di lavorare d’intuizione quando scatto, anche se credo che si debba pensare un sacco prima di scattare, in una sorta di impostazione dei parametri di un’intuizione.
Chi sono i tuoi fotografi preferiti?
Non so se ne ho uno preferito, ma ho un debole per Diane Arbus. Un sacco di fotografi che mi piacciono, poi ad un certo punto non mi interessano più, ma lei posso dire che sia una fotografa che mi piace da sempre – e con sempre maggiore intensità in effetti. Sento una sorta di affinità con lei, anche se non mi illudo, cercando un confronto.
Che tipo di macchina fotografica usi?
Una varietà di macchine fotografiche: una Contax T2 o una Rollei per gli snapshot, una Hasselblad o una 4×5 per altri lavori.
Che macchina vorresti usare?
Mi piacerebbe una buona 35mm Rangefinder. Anche una Mamiya 7 sarebbe bella.
Chi ti piacerebbe scattare in topless?
Non sono sicuro di chi sia adatto per l’idea che avevo avuto.
La nudità è difficile da usare, penso, più che altro ha bisogno di essere giustificata perché non ne esca come un trucco o un’esca per lo spettatore. Non ho nulla contro il porno, ma qualcosa contro chi pretende che il porno sia arte.
Chi dovrebbe essere il nostro prossimo fotografo del mese?
Per cose documentaristiche, Andreas Meichsner ha un occhio davvero acuto e spirito, una sorta di ibrido tra Martin Parr e Joel Sternfeld (www.andreasmeichsner.de ).
Quale sarà il tuo prossimo scatto?
Nello stesso modo con cui scatto cani, voglio scattare fiori. Credo che ci sia un terreno maturo per l’esplorazione. Soggetti come cani e fiori sono un luogo così comune da risultare irrilevante, il che significa che sono altre cose, come lo stile, ad emergere. Credo che soggetti come quelli siano assolutamente dei buoni veicoli per un certo tipo di espressione.
www.markpeckmezian.com














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