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Jamie Harley

Jamie Harley, inglese di origine ma francese d’adozione, è l’ultimo profeta della tecnica del found footage film, un termine che indica quei lavori realizzati riassemblando in un nuovo contesto immagini preesistenti, spesso “rubate” da pellicole oscure e misconosciute. Jamie realizza così i suoi video musicali che si trasformano in un nuovi oggetti semantici. In poco tempo ha creato un nuovo trend nel settore audiovisivo, arrivando addirittura a colpire l’attenzione di Lady Gaga e del suo entourage. Ci ha rilasciato una delle sue primissime interviste. (Foto di Emanuele Fontanesi)

Ciao Jamie. Raccontaci un po’ di te, del tuo background e di cosa ti ha spinto a diventare un filmmaker.
Quando ero piccolo una delle mie zie ha sposato Toni Wilson, il fondatore della Factory Records. Hanno divorziato pochi anni dopo, io ero ancora un ragazzino. Nonostante non l’abbia conosciuto ha avuto un’influenza enorme su di me, soprattutto nel modo in cui è riuscito ad associare la cultura “alta” a quella popolare. Inoltre ho fatto parte della prima generazione di “Mtv kids”. Ero figlio unico e trascorrevo la maggior parte del mio tempo da solo davanti alla tv, guardando video musicali. Qualche anno più tardi ho cominciato a lavorare nell’ambito della computer animation ed è stato naturale iniziare a girare videoclip. Il mio primo lavoro ufficiale è stato una collaborazione con Malcom Mclaren, un cortometraggio per la tv francese intitolato The Biology Of Machines. Dopodiché ho diretto video musicali “convenzionali” per quasi dieci anni, soprattutto per indie band inglesi e ho anche fatto qualche pubblicità. Ma non sono mai stato del tutto soddisfatto dei risultati. Le band con cui lavoravo non erano granché e i budget si abbassavano di anno in anno, per via della crisi. Così tre anni fa ho deciso di smettere.

Quando hai capito di voler fare il regista?
Sin dall’adolescenza ero sicuro che sarei diventato un artista. Quando ho diretto il mio primo video musicale ho capito che sarebbe stato il mio lavoro ideale.

Lavori anche come music supervisor. Che cos’è Schmooze e di cosa si occupa?
E’ una compagnia creata dieci anni fa da uno dei miei migliori amici. Forniamo consulenze musicali per grandi produzioni come le pubblicità della Pepsi, di Chanel, della Lancome o film come Dog Pound, The Time That Remains, Espion(s). Io seguo l’art direction. In pratica seleziono la musica che finirà negli spot o nelle scene di un film oppure scelgo i compositori per le colonne sonore.

Che tipo di educazione hai avuto? Dove sei cresciuto?
Sono nato a Manchester nel 1973. La mia famiglia si è poi trasferita in Francia per lavoro quando avevo tre anni. Ho vissuto a Versailles in una comunità cristiana di emigrati americani, un ambiente molto religioso. Ero un bambino solitario, con pochissimi contatti con il mondo esterno. I dischi, i libri e i film erano l’unico modo per sfuggire da quella realtà. Non ho studiato granché nella mia vita. Sono andato all’università per pochissimi mesi poi ho smesso e mi sono messo a lavorare.

Vivi a Parigi. Cosa ti piace di più della capitale francese?
Ogni mattina mi prendo mezzora per leggere i giornali in un caffè a pochi passi da casa mia a Montmartre. E ogni volta mi sento fortunato. E’ difficile spiegare il fascino di una città, così come è difficile spiegare quello di una persona.

Hai un ufficio?
Lavoro da casa, che è molto comodo ma allo stesso tempo vuol dire non staccare mai del tutto.

Sei sposato? Hai figli?
Mi sono sposato appena ventenne. Facevo il dj in un club di Parigi. Una notte ho incontrato una ragazza, mi sono innamorato e l’ho sposata due mesi dopo. Stiamo ancora insieme. Non abbiamo bambini. Forse capiterà presto.

Come ci si sente a essere uno dei registi di videoclip più in voga del momento?
Ovviamente è gratificante ma cerco di concentrarmi più che posso sul lavoro e non pensare troppo a quello che dicono di me. Il mondo dell’industria discografica funziona a ondate. Un giorno sei trendy, il giorno dopo ti hanno dimenticato.

Quando hai iniziato a lavorare con la tecnica del “found footage film” di cui sei uno dei precursori e il rappresentante forse più autorevole? E’ uno stile che va per la maggiore ultimamente nell’ambiente dei video musicali…
Il primo lavoro che ho fatto è stato per Memoryhouse. Ho un blog musicale, www.schmooze-blog.com, dove posto soltanto clip. C’era questa canzone, Sleep Patterns, che mi piaceva molto ma non aveva un video. Così ho preso alcune immagini da un film che avevo appena visto, le ho montate sopra la canzone e ho messo il tutto online. Il risultato è stato subito incoraggiante. Pitchfork e altre testate giornalistiche ne hanno parlato immediatamente e così ho pensato: “facciamone altri!”.

Qual è secondo te l’aspetto più interessante di questa tecnica?
Mi piace associare significanti culturali diversi, provare a tracciare delle connessioni tra cose che sembrano del tutto scollegate. Trovo interessante l’aspetto morale di tutta la faccenda. C’è una linea sottile tra il rubare immagini altrui e creare con esse un nuovo oggetto creativo. Ogni volta che faccio un video mi scontro con questo dibattito interiore.

Quanti film guardi alla settimana?
Di solito vedo almeno due film al giorno. Ma per lo più li guardo con il fast forward per trovare delle scene interessanti da usare.

Devi essere costantemente alla ricerca di nuovi film e nuove immagini. Hai un archivio? Dove prendi tutto il materiale? Possiedi i diritti dei sample che usi?
Cerco del nuovo girato in continuazione. E’ quasi un’ossessione. Registro molti film dalla televisione, compro un sacco di dvd di seconda mano e faccio parte di un paio di community online dedicate allo scambio di pellicole fuori catalogo. Ogni volta che vedo una scena interessante la estraggo e la metto nel mio archivio. Non possiedo alcun copyright ed è per questo che non guadagno nulla da quei video.

Immagino che tu sia sommerso di richieste ultimamente. In base a cosa decidi se accettare o meno un lavoro?
Prima di tutto devo essere in grado di aggiungere qualcosa alla canzone che mi viene proposta. Poi è importante che sia in sintonia con l’artista con cui collaboro. Se penso che il suo interesse nei miei confronti non sia genuino, ma legato soltanto alla visibiltà che posso dargli, non se ne fa nulla.

Il video di cui sei più orgoglioso?
Potrebbe sembrare strano perché il mio apporto è stato davvero minimo ma quello che preferisco è Lover Start di How To Dress Well. Mi ci sono voluti solo cinque minuti per realizzarlo. Il tempo di sovrapporre le immagini alla musica.
Poi ha preso una vita propria. In fondo io non creo nulla, faccio solo in modo che le cose accadano.

Quanto è importante la fase di post-produzione nei tuoi video?
Faccio molta attenzione a dosarla. Cerco di limitare l’uso di effetti il più possibile perché è troppo facile farsi prendere la mano. Se un lavoro funziona già in fase di sovrapposizione evito di intervenire per farlo mio. Il risultato finale è l’unica cosa che conta.

Chi ti ha coinvolto in Editing Kate, il progetto di Showstudio teso a promuovere il genere emergente dei fashion film?
E’ stato Matthew William, l’art director di Lady Gaga, che dopo aver visto alcuni miei video ha deciso di contattarmi. In quel periodo stava lavorando con Nick Knight e gli ha suggerito di collaborare con me. Avevo già una grande stima per Nick ma dopo averlo incontrato è diventato uno dei miei modelli.

Che tipo di approccio hai avuto alla cosa?
Volevo ottenere un risultato molto semplice, come un videoclip minimale. Ho usato solo una scena del girato che avevo a disposizione affinché Kate Moss non sembrasse una modella ma il personaggio di una storia.

Conoscevi qualche fashion film prima di questa esperienza?
Non molti, ma amavo quelli di Guy Bourdin.

Mi racconti una tua giornata tipo?
Mi sveglio sempre molto presto, alle 5,30 del mattino, e lavoro per le restanti venti ore. Nel frattempo bevo un sacco di caffè e fumo troppe sigarette, per essere onesto nel pomeriggio mi faccio anche un riposino veloce.
Raccontami del tuo rapporto speciale con How To Dress Well.
Passiamo un sacco di tempo a scambiarci idee e sensazioni. Mi piace lavorare con lui perché considera i video come delle opere d’arte e non un veicolo promozionale.

Come sei entrato in contatto con Twin Shadow?
Conosceva alcune mie cose e mi ha contattato via email spedendomi il brano Castles In The Snow. Me ne sono subito innamorato. Così ho iniziato a cercare del materiale documentaristico di giovani che avessero un aspetto duro e orgoglioso ma allo stesso tempo apparissero molto fragili. Alla fine ho trovato questo documentario sulla scena punk anni ottanta di Sao Paulo. Calzava a pennello.

Che tipo di budget hai quando giri un video?
Per me è solo una questione di libertà artistica. Non guadagno nulla. Non possiedo i copyright del materiale che uso. Lo faccio solo per il gusto dell’arte. Non potrei mai arricchirmi su qualcosa che non mi appartiene. Ovviamente me lo posso permettere perché ho già un altro lavoro che mi paga le bollette.
Non considero gli artisti con cui lavoro come dei clienti. Per me è importante stabilire con loro un contatto speciale per creare delle opere che possano soddisfare una mia ricerca estetica.

Ci sono dei temi ricorrenti nei tuoi clip?
Cerco il più possibile di non ripetermi. Ciò che li accomuna però è la totale assenza di ironia.
Anche quando uso personaggi come Pamela Anderson o David Copperfield, li tratto come esseri umani e non come icone kitsch.

I registi che ti hanno influenzato?
Douglas Sirk, Joseph Mankiewicz, Mario Bava, Nicolas Winding Refn, Koji Wakamatsu, Brian De Palma e molti molti altri.

Che musica stai ascoltando in questo periodo?
Sparks, Harry Nilsson, Franco Battiato, Wire, A.R. Kane, Beach Boys.

Come ti vedi tra dieci anni?
Spero di essere impegnato in qualcosa che oggi non riesco neanche a immaginare.

Il tuo pittore preferito?
Francis Bacon.

L’attore?
Rutger Hauer.

Tre aggettivi per descrivere come ti senti in questo momento?
Esausto, preoccupato, eccitato.

Nuovi progetti a cui stai lavorando?
Una pubblicità per Esprit e una serie di nuovi video per How To Dress Well, Korallreven e Koudlam.

Il film più sottovalutato di tutti i tempi?
Speed Racer. Il blockbuster più sperimentale degli ultimi anni.

Cos’è meglio di un film?
Un video musicale!

http://jamieharley.tumblr.com/

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