Ben Briand, filmmaker australiano di ottime speranze, mi ha conquistato al primo sguardo. No, io e Ben non ci siamo mai incontrati di persona, ma quello che emerge dai suoi lavori video mi affascina come è successo poche volte da quando ho iniziato a fare questo lavoro. Delicato e controverso, attaccato alla realtà nella narrazione di sentimenti semplici ma d’ispirazione onirica, con una messa in scena che rompe il fiato e commuove, Ben è autore di un cortometraggio cliccatissimo in rete, “Apricot”, di una dolcezza e poesia disarmante, oltre che di “Some Static Started”. Lo abbiamo raggiunto proprio durante la fase di scrittura di quello che sarà il suo primo lungometraggio, di cui al momento si dice soddisfatto. E a vedere i lavori che ha fatto fino ad oggi, non possiamo che essere sicuri che sarà una delle promesse che un cinema australiano in continua e perfetta evoluzione, sfornerà a breve, stupendoci un’altra volta in originalità e linguaggio. (Foto di Pedro Ramos).
Ciao Ben! Come stai? Cosa stavi facendo prima di questa intervista?
Ciao! Stavo navigando su Borders, leggendo magazines che non posso permettermi di comprare.
Quanti anni hai?
31.
Puoi descriverti in poche parole?
Creatore di immagini, Pesci, uomo che ha bisogno di dormire di più.
Qual è la cosa migliore dell’essere Ben Briand?
La mia fidanzata e mia figlia che mi sostengono. Le due migliori donne della mia vita.
E la cosa peggiore?
Il mio bisogno che il mondo sia simmetrico.
Sei felice?
Sì. Specialmente quando tutto è simmetrico.
Puoi dirci come è iniziata la tua carriera nel cinema?
Ho iniziato a recitare da molto giovane, ma durante la mia adolescenza mi sono interessato maggiormente alla creazione del mondo in cui erano gli attori a farne parte. Quando avevo 15 anni ho scoperto il mondo del cinema cult e ne ero ossessionato. Nouvelle Vague, Dalì, Bunuel… Non ho mai frequentato una scuola di cinema. Non l’ho mai desiderato. Pensavo che qualcuno mi avrebbe detto che quello che stavo facendo era sbagliato. Ho frequentato una scuola d’arte e studiato storia dell’arte, scultura, fotografia, video, etc. E’ stato molto più interessante che studiare solamente cinema.
Che tipo di studenti eri?
Ho passato molto tempo nel reparto artistico. Mi sedevo sulla stessa panchina da dove mi limitavo a osservare tutti gli altri studenti sul prato. Mi piacevano i ragazzi con cui andavo a scuola, ma non sono mai stato veramente uno di loro! Immagino fossi un tipo solitario!
Perché sei un regista-fotografo?
Mi piace muovermi tra esperienze differenti e squadre di diverse dimensioni. Fare un film a volte richiede una squadra di dieci persone, altre volte di cento – per qualche commercials. Può essere necessario molto tempo per trasformare alcune idee in un’immagine finale. Trovo che la fotografia possa essere una buona strada per vivere facilmente il momento creativo.
In che ambiente sei cresciuto?
Nei bassifondi di Sidney. Era strano: la mia casa era circondata da droga, crimine e prostitute, e io avevo una borsa di studio per una scuola d’elite. Quindi i giorni erano molto diversi dalle notti.
Qual è il tuo miglior ricordo di quando da piccolo andavi al cinema?
In realtà tutti i miei ricordi migliori mi vengono dall’home video! Il VHS è stato la mia educazione perché ogni cosa estrema mi interessava ed era disponibile in quel formato, dato che non potevo entrare al cinema. A 7 anni i film che avevo visto di più erano Robocop, Nightmare on Elm Street e Sid & Nancy. Consumavo queste cassette ogni weekend.
Puoi darmi una tua definizione di Cinema?
Il Cinema è la vita che passa come in un sogno, sebbene tu sia sveglio. Mi piace che a volte le cose siano chiare e altre volte confuse, come nella vita. Amo il cinema artigianale, che esprima un punto di vista.
Puoi parlarci di come inizia il processo di sceneggiatura? Con che idea inizi un lavoro?
Inizia con uno stato d’animo. E’ un sentimento. Raccolgo le idee riguardo all’atmosfera del film per prima cosa e poi i suoni, gli spazi e le trame iniziano a venire insieme. Una volta che capisco che mondo il film rappresenterà, i personaggi allora lo abitano molto velocemente. E’ come stabilire i confini e le regole di un gioco per poi lasciare i giocatori correre per il prato. Inizio sempre con le mie idee personali, qualsiasi cosa sulla quale io stia fantasticando in quel momento.
Puoi dirmi come è nata l’idea di Apricot? C’è una connessione con qualcosa delle tua vita personale? Non voglio essere impicciona, ma penso che sia il corto più bello e intimo che io abbia visto ultimamente; ti lascia senza fiato ma è allo stesso tempo una storia semplice.
Molti dei personaggi dei miei lavori cercano la loro identità o almeno cercano di capire qualcosa di importante per loro. La scoperta di se stessi è un’idea così universale, specialmente la scoperta di quei primi sentimenti d’amore, desiderio e intimità. Apricot non è autobiografico, ma forse rappresenta come avrei voluto scoprire l’amore! Volevo provare a fare un film in cui ci fosse davvero poca azione, ma in cui le piccole cose che accadono, significassero davvero molto.
Perché oggi quasi tutti i registi sono anche sceneggiatori? Pensi che sia un fatto positivo o negativo?
Tutti i registi per me più interessanti hanno la propria unica voce. Proprio come artisti eccezionali come Francis Bacon, Edward Hopper o Bill Henson, essi esprimono qualcosa di veramente personale per loro. Penso che sia interessante quando i registi fanno conoscere al mondo come sono, quindi scrivono la miglior storia per la propria regia. Quel primo e secondo film dà alle persone la possibilità di riflettere su di loro e sul loro lavoro. Mi piacerebbe molto collaborare alla scrittura con altre persone con idee simili alle mie. Tutti i grandi l’hanno fatto: Kubrick, Scorsese, Lynch…
La tua carriera di filmmaker è costruita su una serie di apprezzati cortometraggi e mi chiedevo se puoi parlare a un giovane filmmaker che vuole diventare regista. Quanto è importante realizzare cortometraggi? Pensi che qualcuno che non ha mai seguito una scuola di cinema o usato una cinepresa possa fare del cinema?
Come in ogni mestiere, penso sia importante partire dalle piccole cose e poi lavorare su progetti più ampi. Amo i lavori d’arte commerciale, i video musicali e i cortometraggi, perché permettono di fare pratica su ogni sorta di grande abilità. Ho imparato anche quello che non mi piace. Non c’è dubbio che non vorrei scoprire molte di quelle cose nel mio primo lungometraggio. Qualcuno una volta mi ha detto di continuare a realizzare, fin quando arrivassi ad un buon lavoro, provando a farlo il più a lungo possibile. Sono un regista completamente autodidatta. Ho imparato a conoscere le cineprese, i software di editing, gli strumenti di classificazione, tutto. Penso che se riesci ad ascoltare quella voce dentro di te e fidarti, sia meglio di ogni scuola di cinema.
Come organizzi il tuo lavoro sul set?
Uso sempre lo storyboard. Anche se non le seguo, è utile avere una mappa di come affronterai la giornata. Dover fare film e pubblicità è un grande regalo per un regista. Il fatto che ci siano trenta persone per filmare qualcosa, solo perché un giorno ho avuto un’idea è una grossa responsabilità e non voglio far perdere tempo a nessuno.
Ho letto che trai ispirazione anche dalla musica (ascoltando Mike Patton e Nick Cave). Che genere di musica ascolti?
Sono sempre ispirato dalla musica. La maggior parte delle idee per i miei film mi vengono dall’ascolto di compositori e musicisti. In particolare Patton e Cave, perché sanno creare suoni violenti in alcuni brani e strazianti ninnananne in altri; mi piace molto questo contrasto. Amo una gran varietà di musica, dal death metal d’avanguardia come Fantomas, al mainstream, pop ben fatto, The Kills, Fever Ray; Grinderman ha delle ottime trame, The Mess Hall e The Preachers sono i miei gruppi australiani preferiti.
Se dovessi scegliere un’artista-band per un videoclip, chi sceglieresti?
Mike Patton.
Quanto tempo lasci all’improvvisazione durante le riprese?
Provo sempre ad usare un sano mix di approccio pianificato e improvvisazione. L’organizzazione (soggetto e sceneggiatura) guida l’attore o la cinepresa verso il cuore dell’idea, una volta lì, è un bel posto dove stare, quindi perché non esplorarlo per un po’!
Come lavori sulla fotografia dei tuoi film?
Scelgo location che abbiano le giuste trame di luce. Se la luce si riflette in un modo che evoca lo stato d’animo che sto cercando, allora inizio a cercare di catturarlo o attraverso fotogrammi o solo in conversazione con il cameraman.
Nei tuoi cortometraggi di solito racconti una storia attraverso un personaggio che parla mentre scorrono le immagini. Perché questa scelta? Non ti piacciono i dialoghi?
Amo i dialoghi, ma mi affascina giocare col tempo. E’ una delle qualità del cinema. E’ un modo per esplorare il passato, il presente e il futuro di un personaggio allo stesso momento. Si crea una tensione per lo spettatore perché a volte quello che vedi nel passato non corrisponde a quanto si dice nel presente.
Guardando i tuoi lavori, sento che ci sia qualcosa della tua personalità. In più, il tuo approccio alla psicologia e all’indagine psicologica dei personaggi è affrontata in modo profondo. Cosa pensi riguardo alla psicologia?
Se non fossi un regista, avrei studiato psicologia. A mio parere, sono fondamentalmente la stessa cosa: un’interpretazione e un’esplorazione del comportamento umano. Questo è il motivo per cui amo così tanto i film misteriosi. Bisogna decostruire gli eventi che portano al comportamento di un personaggio o di un evento.
Hai un qualche incubo ricorrente?
No. I sogni non danno forma al mio lavoro. Ogni giorno per me la vita è molto più astratta rispetto allo stato onirico. Ma mi piace la struttura del sogno. Penso che assomigli molto ai film.
Quali sono le maggiori difficoltà dell’essere regista?
L’equilibrio tra il guadagnarsi da vivere ed essere veri con la propria visione. La solita lotta dell’artista.
Puoi raccontarci il tuo giorno tipo quando non sei sul set?
Al momento sto scrivendo il mio lungometraggio. Mi sveglio, passo del tempo con mia figlia per un’ora e le preparo la colazione. Poi vado nel mio ufficio di scrittura, prendo un succo e poi faccio la mia meditazione. Una volta fatto tutto questo, le scene iniziano a fluire. E’ un momento davvero incredibile quando ti accorgi che qualcosa improvvisamente prende forma e il film funziona.
Se dovessi rappresentare la tua vita d’oggi usando solo un’immagine, quale sceglieresti?
Esteriormente punto su un quadro di Edward Hopper. Ma interiormente direi più L’Urlo di Munch. Scherzo!
Quali sono i registi che ti ispirano maggiormente?
Ogni regista che abbia un forte controllo sulla sua arte e qualcosa da dire. Anche se non mi piacciono i loro film, trovo comunque molto interessante questa combinazione.
Chi è la miglior persona che hai incontrato durante il tuo lavoro?
Cate Blanchett.
Un mito personale?
Mike Patton (di nuovo). Per lui tutto ruota intorno alla musica.
Cosa hai imparato riguardo all’amore leggendo libri e guardando film?
Molto poco. Comunque, Essay’s in Love di Alain de Botton è tutto ciò che bisogna leggere.
Quanto le persone pensano che l’amore sia quello che vedono nei film? Quanto può essere pericoloso? Qual è la tua scena d’amore preferita di tutti i tempi?
Ha! Molto pericoloso. Ci sono molte persone che hanno un’idea distorta dell’amore. Il romanticismo nel cinema è una cosa molto pericolosa quando cerchi di esprimere i tuoi sentimenti per qualcuno. Molte persone lo usano come punto di riferimento. La miglior scena d’amore? Forse quando in Lost in Translation le tocca le gambe o la scena di sesso in True Romance, perché devi credere che questi personaggi si incontrino e s’innamorino nei primi dieci minuti del film. Anche la scena di sesso alla fine di Lost Highway è incredibilmente pericolosa e sensuale allo stesso tempo. La traccia musicale, Song To The Siren è perfetta per questa scena.
Puoi dirmi la tua personale idea sull’amore?
Autenticità tra due persone.
L’ultimo libro che hai letto e hai pensato che potesse essere una bella storia per un film.
Non leggo fiction. La trovo molto lenta perché il mio pensiero inizia a trasformarla in un film con luci e guardaroba, quindi tendo a leggere molta non fiction. Sto leggendo la biografia di Keith Richards al momento. Quell’uomo potrebbe tranquillamente essere il protagonista di una trilogia.
Cosa ti spaventa di più al mondo?
Spazi chiusi con altre persone. Non sai mai cosa faranno le persone. Le persone normali mi terrorizzano.
Puoi dirci il nome di un regista che dovrebbe smettere di fare film?
Nessuno mai dovrebbe smettere di fare quello che ama. Fin quando non danneggia davvero qualcuno.
Due dei miei film preferiti dello scorso anno (Animal Kingdom di David Michod e The Loved Ones di Sean Byrne) sono australiani. C’è una sorta di “new wave australiana”?
Mi sembra come se qualcosa stesse avvenendo qui negli ultimi 3 o 4 anni. C’è certamente un movimento di registi che sta venendo fuori, che vuole realizzare lavori con standard internazionali. David Michod è un ragazzo molto talentuoso. Il suo cortometraggio Crossbow è uno dei miei preferiti perché ha affrontato rischi interessanti e ha avuto buoni risultati. Justin Kurzel è un’altra persona brillante e intelligente. Il suo film Snowtown sarà distribuito più avanti quest’anno. Questi sono registi audaci, con una voce unica.
Puoi descrivermi cosa hai provato la prima volta che hai guardato un tuo film al cinema?
E’ come guardare un bambino correre allo stato selvaggio. A quel punto, sei fuori controllo. Speravo solo di essere maturato nel miglior modo possibile. Quando ho visto Apricot con 3000 persone, alla fine del film c’è stato un lieve movimento e pensavo non fosse piaciuto, ma ho poi scoperto che la maggior parte delle persone erano semplicemente commosse o addirittura stavano piangendo, quindi alla fine è stato efficace.
Un viaggio che ti piacerebbe fare?
La Route 66 con un iPod caricato. (Clichè!)
Qual è il tuo posto segreto?
In macchina. Amo guidare da solo senza una meta precisa.
Usi i social network per la promozione dei tuoi film? Hai un iPad?
Non ho ancora un iPad (sono povero) ma certamente uso Vimeo, Facebook, etc. per entrare in contatto con il mio pubblico. I miei fan sono skater e surfer, siti di moda, blogger e studenti di fotografia. Passano molto tempo online, quindi questo è il modo migliore per raggiungerli.
Cosa ne pensi della “rivoluzione tecnologica”?
E’ fantastico. Crea democrazia in arte, ma allo stesso tempo separerà quelli che hanno talento da quelli che non ne hanno. Amo fare riprese in digitale e l’ho sempre amato. Posso creare quel carattere informale e lo stato d’animo di cui ho bisogno con le migliori prestazioni.
Quale pensi possa essere il futuro del cinema?
Film più specializzati per mercati più specializzati. Così il contenuto potrebbe risultare più oscuro, ma ci sarà più scelta. La cosa grandiosa è che il pubblico avrà il potere, non solo un gruppo di individui al comando. Quindi sarà più difficile mostrare merda alle persone, perché si limiteranno a spegnere. Puoi accorgertene guardando quello che è accaduto in tv durante gli ultimi dieci anni con Mad Men, Sopranos, ecc.
Progetti futuri?
Il mio lungometraggio è il mio prossimo grande passo. Al momento è così emozionante. Penso al film ogni ora della mia giornata, anche quando lavoro su molti altri progetti. E’ come un piccolo mondo al quale ritorno di tanto in tanto e mi stuzzica il pensiero. Non vedo l’ora di vedere che inizi a materializzarsi.
Una cosa che ti piacerebbe fare, ma non hai il talento per farla?
Ha! Suonare la chitarra, specialmente dopo aver guardato It Might Get Loud.
Dove ti vedi tra 10 anni?
Starò facendo il mio terzo film.
Chi ti piacerebbe intervistare se facessi il mio lavoro per un giorno? Perché?
Hmmm. Intervisterei registi che recitano anche nei loro film. Trovo la cosa affascinante e penso ci sia qualcosa di filosofico in questo, ma non ho ancora capito di cosa si tratti.
Cosa odi di più nelle interviste dei giornalisti?
“Cosa ti ispira?” – la domanda più stupida del mondo.
Una domanda che nessuno ti ha mai fatto ma a cui ti piacerebbe rispondere?
Qual è il rapporto con un tuo lavoro dopo che l’hai finito? E’ lo stesso di quando lo stai realizzando?
E la risposta sarebbe..
Risposta: No. Sento internamente il lavoro mentre lo sto realizzando, perché posso ancora modificare il risultato. Una volta finito, è come una ex fidanzata. Qualcuno a cui ero molto interessato, ma che ora non mi interessa più.
Cosa farai dopo questa intervista?
Scriverò le domande della mia intervista per una video installazione. Girerò domani. Una parte di questo è un’intervista. L’altra parte è uno studio in slow motion riguardo a un performer nel mezzo della sua esecuzione.











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