Metti un italiano a Londra… Il suo nome è Alessio Natalizia, in arte Banjo Or Freakout. Amico di Four Tet, Caribou e James Holden, corteggiato dalla DFA, coccolato dalla stampa inglese. Con i Walls, il progetto elettronico in collaborazione con Sam Willis degli Allez Allez, è riuscito addirittura a far perdere la testa a quelli della Kompakt. E poi si dice che l’Italia non sia in grado di sfornare talenti di caratura internazionale. (Foto di Piotr Niepsuj).
Ti sei trasferito nella capitale inglese tre anni fa per amore. Eri un ragazzo di provincia sconosciuto, originario di Vasto, in Abruzzo, emigrato a Torino. Ora sei reduce dal tuo primo tour italiano. Com’è andata? Tornato da vincitore?
Ahahaha, beh sì dai son soddisfazioni. E’ stato un test importante per preparare il tour americano e vedere di persona le reazioni della gente alle nuove canzoni. Sono contento di questa settimana italiana. Il pubblico non è stato forse quello delle grandi occasioni ma è sembrato molto attento e coinvolto. Un giorno poi siamo addirittura andati al mare, vicino alle Cinque Terre.
In quanti siete sul palco in questa versione live di Banjo or Freakout?
Siamo in tre. Credo sia la formazione ideale per proporre il disco dal vivo. All’inizio della mia carriera ero da solo e non ti nascondo che a volte trovavo la cosa abbastanza deprimente, soprattutto quando c’era da andare a suonare in giro. Poi siamo passati a due elementi per arrivare a un massimo di quattro. La veste attuale rappresenta il giusto equilibrio.
Era da un po’ che lavoravi a questo disco. So che avevi a disposizione più di cento bozze. Come hai selezionato i brani che poi sono finiti sull’album?
In realtà di tracce complete ce ne saranno state una trentina. Volevo realizzare un disco pop, fatto di canzoni vere e proprie. Ho scelto i brani che più si adattavano all’idea generale che mi ero fatto. Un lato A, molto accessibile e melodico, un lato B più sperimentale e dilatato.
Perché la scelta di tenere fuori dalla scaletta definitiva i singoli (Upside Down e Left It Alone) che hanno preceduto l’uscita di questo esordio?
Non volevo ripetermi e registrare di nuovo alcuni brani che avevo già pubblicato. Da ascoltatore amo i gruppi che propongono materiale sempre nuovo, senza ripetersi. Trovo sia molto più stimolante anche per i fan.
Come è cambiato il tuo approccio alla scrittura rispetto agli inizi del progetto Banjo Or Freakout?
Non credo sia cambiato molto, a parte una maggiore consapevolezza dei miei mezzi. Cerco di scrivere nella maniera più personale possibile. All’inizio forse l’approccio era più sperimentale e con il passare del tempo mi sono avvicinato a una forma canzone più canonica.
Il disco è stato prodotto da Nicolas Vernhes (Animal Collective, Bjork, Spoon, Dirty Projectors). Com’è nata questa collaborazione?
Ho scritto una lista di persone con cui mi sarebbe piaciuto lavorare al missaggio del disco. Dopodiché ho iniziato a mandare qualche mail in giro per stabilire i primi contatti. Nicolas era tra queste e siamo subito entrati in sintonia. Qualche chiacchierata più tardi ed ero a New York nel suo studio di registrazione. Mi sono fermato un paio di settimane ed è nata una vera e propria collaborazione a due. Siamo diventati amici e abbiamo prodotto il disco insieme. Nicolas suona diversi strumenti e ha partecipato anche a qualche backing vocals. C’è stato un solo problema. E’ impegnatissimo. Infatti ci sono voluti sei mesi per avere i master con il missaggio finale. Una lunga attesa, ma ne è valsa la pena. Rientrerei in studio con lui domani. Inoltre negli Stati Uniti l’album è uscito sulla sua etichetta personale, la Rare Book Room.
C’è qualche ospite sul disco?
Ci sono un paio di tracce con Matt Tong dei Bloc Party alla batteria. Abitavamo nello stesso isolato ed è amico di Nicolas, così durante la mia permanenza a New York ci siamo frequentati spesso.
Quali sono gli artisti che più hanno influenzato la realizzazione di questo album?
Molti parlano di Atlas Sound e Deerhunter, in realtà i miei ascolti sono altri. Il punk rock e la scena hardcore di Washington con i Fugazi in testa. In seguito sono arrivato al krautrock di Can, Harmonia, Neu!. E poi Arthur Russell, uno dei miei artisti preferiti di sempre.
Ti faccio una domanda un po’ spinosa. Rispondimi più onestamente che puoi. Come hai reagito alla stroncatura di Pitchfork?
Ahahaha… Ci sono rimasto male. E ho pensato: questo non capisce un cazzo, il disco non l’ha nemmeno ascoltato. Ho contattato il mio ufficio stampa in America e ho chiesto spiegazioni. Loro mi hanno detto che in redazione era piaciuto, ma lo hanno assegnato alla persona sbagliata. Non ho condiviso la critica principale: la mancanza di canzoni. Mi è sembrata frutto di un approccio superficiale, approssimativo. Ma in fondo va bene così. Ho cercato di scrivere un album che potesse durare nel tempo, che non si esaurisse a un primo ascolto. Il giorno che è uscita quella recensione ero in tour con Caribou. Mi ha detto di non prendermela, che prima di glorificarlo lo avevano stroncato per anni. Da nerd quale sono è già stata una soddisfazione vedere il mio nome su quelle pagine. Ti espone a un pubblico enorme che spero abbia la curiosità di sentire l’album ed esprimere un proprio giudizio. Magari al prossimo giro mi daranno un 8.4. D’altronde sono voti abbastanza random. Massacrano la maggior parte dei gruppi inglesi, per poi osannare qualunque cosa venga fuori dalla scena dubstep. Seguono meccanismi che hanno poco a che fare con la musica, o almeno al modo in cui la intendo io.
Come sei entrato in contatto con Memphis Industries, l’etichetta inglese che ha pubblicato il disco? Come mai alla fine hai scelto loro tra tutte le label che ti hanno corteggiato?
Per un po’ ho pensato di pubblicarlo da solo, con un’etichetta tutta mia per poi affidarmi a una distribuzione internazionale. Tendenzialmente non volevo legarmi a una label per troppo tempo, avere dei vincoli contrattuali. Poi mi sono reso conto che era una cosa complicatissima. Proprio mentre stavo ultimando il disco mi è arrivata una mail dai ragazzi della Memphis Industries. Sono entrato in contatto con varie case discografiche ma loro mi sono sembrati i più entusiasti. Anche in termini contrattuali mi hanno presentato l’offerta più vantaggiosa. Abbiamo un accordo su un solo album, poi si vedrà…
Non si parlava anche di DFA e XL Recordings?
La DFA è stata in assoluto la prima etichetta che mi ha contattato: mi hanno aiutato a credere nella validità del progetto Banjo Or Freakout. Per ragioni di vendite hanno smesso di pubblicare album indie e si sono concentrati solo su prodotti dancefloor. Sono regolarmente in contatto con Jonathan Galkin, l’”uomo ufficio” dell’etichetta. Mentre con James Murphy ci siamo sentiti pochi mesi fa per un remix degli Ndf.
La XL Recordings invece era parzialmente coinvolta nei miei primi Ep su Half Machine, una label satellite, gestita da uno dei loro addetti stampa.
Cosa ti aspetti dal tour americano? Dove suonerai?
E’ un sogno che diventa realtà. A parte un concerto a New York e lo showcase al SXSW dello scorso anno, sarà la mia prima esperienza negli States. Abbiamo un calendario molto intenso. Quattrodici date in quindici giorni, da New York a San Francisco. Calcherò palchi storici che da ragazzino potevo solo immaginare: Knitting Factory a New York, Emo’s ad Austin, Black Cat a Washington. Non vedo l’ora…
Riesci a vivere di musica?
Diciamo che me la cavo. Tra concerti, remix, produzioni altrui e i Walls, riesco a sopravvivere…
Ecco raccontami del progetto Walls. Avete bruciato le tappe…
E’ nato tutto all’epoca dell’Allez Allez remix di Sam Willis, il mio partner nei Walls, per il brano Upside Down di Banjo Or Freakout. Da lì ci siamo promessi di fare qualcosa insieme. Un paio di tracce, niente di più. La Kompakt però ha sentito quegli esperimenti e ci ha spinto a fare un disco. A sei mesi dal nostro primo incontro avevamo già pubblicato un album… E stiamo pianificando il prossimo, che dovrebbe uscire nell’autunno del 2011. Questa volta sarà decisamente più club oriented. Vicino alle nuove sonorità di Four Tet e alla Border Community di James Holden, uno dei più grandi talenti del panorama musicale contemporaneo. E’ una scena che sto frequentando molto ultimamente, soprattutto grazie a Sam, che era il coinquilino di Nathan Fake.
Il tuo primo gruppo, i Discodrive, invece che fine ha fatto?
E’ incredibile quanta gente, durante questi giorni in Italia, mi abbia fatto la stessa domanda. La cosa non può che lusingarmi. Abbiamo del materiale da parte. L’intenzione di pubblicare qualcosa insieme c’è. Bisognerà solo trovare il momento giusto. Viviamo in tre città diverse. La logistica non ci aiuta. Adesso penso a Banjo Or Freakout, poi sarà il turno del secondo disco dei Walls, dopodiché potrebbe essere il momento giusto per il nuovo album dei Discodrive…
Ti ritrovi a fare il giornalista per un giorno. Chi ti piacerebbe intervistare?
Robert Wyatt, uno dei miei artisti preferiti in assoluto, Bob Dylan e Scott Walker, oppure Wolfgang Voigt e Michael Mayer di Kompakt.
Gruppi italiani che secondo te meriterebbero la ribalta internazionale?
Sicuramente gli A Classic Education di Jonathan Clancy e poi un gruppo che ho prodotto di recente, i Drink To Me. Anche i Going Places, la nuova band di Jacopo dei Discodrive, promettono bene. Putroppo però la situazione non mi sembra così rosea. E’ come se l’Italia musicale si fosse fermata a vent’anni fa. Le band più o meno sono sempre le stesse. Penso ai Massimo Volume, che tra l’altro adoro. E’ un po’ triste che le cose più interessanti vengano da realtà che hanno iniziato negli anni novanta.
Mai pensato di tornare a vivere in Italia?
No, non ancora, magari quando avrò cinquant’anni… Anche se mi manca spesso, soprattutto il calore della gente. Sembra un’ovvietà, ma le differenze con gli inglesi sono enormi. La gente qui parla pochissimo, è molto chiusa.
Stai già lavorando al prossimo disco?
Di tracce ne ho, anche molto diverse tra loro ma non ho ancora deciso quale sarà la prossima direzione. Non mi dispiacerebbe muovermi in territori più upbeat. E’ ancora troppo presto per fare previsioni, anche perché non smetto mai di scrivere…









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