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James Blake

Ormai non si contano più i fenomeni nati in rete, lanciati col passaparola nel tempo di un disco, un brano, o semplicemente un video. Ci sono però anche talenti che da Internet emergono senza la consapevolezza di esserlo, destinati a far breccia nei cuori infranti delle nuove generazioni e, nella migliore delle ipotesi, a durare nel tempo. James Blake sembrerebbe uno di questi. Il malinconico video di “Limit To Your Love” è stato visto quasi quattro milioni di volte – nel momento in cui scriviamo – su YouTube, mentre il disco omonimo uscito a febbraio, un’implosione “soulstep” di ibridazioni elettroniche, silenzi ed emozioni vocali, ha convinto chiunque. (Foto di Paul Herbst e Ulijona Odisarija).

Ma come è nato questo talento? James Blake è un ragazzo qualunque di ventidue anni, cresciuto nel tranquillo e alberato quartiere di Enfield a nord di Londra, figlio unico di padre musicista (James Litherland di Colosseum e Mogul Trash, del quale campiona segretamente Where To Turn nel singolo The Wilhelm Scream) e madre designer grafica di successo. I genitori assecondano la sua propensione alla musica fin da piccolo, forgiandone il carattere e insegnandogli il significato di determinazione e libertà di scelta. Diventa così un “prodotto della sua generazione”, che già a sei anni impara le note della tastiera: “Il piano è il mio primo e unico strumento musicale, su cui ho imparato anche a cantare”, ci racconta in un’intervista telefonica. Come predestinato, a quindici anni si diploma in pianoforte e a ventuno ottiene la laurea alla Goldsmiths con specializzazione in popular music. Oggi James Blake è il nome sul quale sono puntati tutti i riflettori dello showbiz. A partire dalla BBC, che nel proprio pool d’ascolto degli artisti più promettenti, quest’anno lo posiziona in cima alla classifica tra Jessie J e The Vaccines. Un posto riservato precedentemente a personaggi in lizza per il premio Mercury come La Roux e Marina and the Diamonds.
E pensare che, solo due anni fa, il ragazzo era virtualmente uno sconosciuto. Eppure proprio il 2009 è stato un anno importante, anzi fondamentale nella storia personale di Blake. In quest’anno della svolta il novello pianista dagli studi classici, totalmente estraneo al mondo della musica elettronica, viene proiettato dagli amici nel più moderno, affascinante, rumoroso e sotterraneo ambiente del Plastic People. E’ alle serate del FWD>> che Blake si sblocca, scopre il dubstep e avverte l’esigenza di fare musica con i bassi. “Avevo circa 19 anni, quindi mi sono avvicinato all’elettronica piuttosto tardi”, spiega. “Dopo aver ascoltato e assorbito pezzi come Haunted di Digital Mystikz o Airlock di Pinch ho sentito il bisogno di fare quella musica. In realtà più che i singoli pezzi è stata quell’atmosfera a colpirmi, le diverse sensazioni che provavo di volta in volta. Così mi sono procurato Logic e ho iniziato a comporre i miei pezzi”.

A differenza dei suoi coetanei, Blake fino a quel momento ascolta musica più colta e adulta, a cavallo tra classica, jazz, soul, vecchi dischi della Motown e gospel. Prima si impegna a raggiungere le estensioni vocali di Stevie Wonder e Sam Cooke, poi impazzisce letteralmente per la limpidezza di Joni Mitchell (“Al secondo anno di università ho messo il suo disco Blue tutti i giorni per sei mesi consecutivi”), scopre le corde di Justin Vernon/Bon Iver e Will Oldham/Bonnie “Prince” Billy, quindi la disco mutante di Arthur Russel e infine il minimalismo di Satie, del quale apprezza “un tipo di ascolto diverso, la sensazione che un unico suono possa durare molto a lungo senza diventare noioso”. Tutti musicisti che, in un modo o nell’altro, avranno una grande influenza sulle future composizioni di Blake, sia per l’uso della voce sia per la concezione di armonia.

Dal dubstep, invece, apprende il concetto di spazio e l’utilizzo delle pause nella musica come sulla pista da ballo, le tecniche maniacali di produzione (in parte mutuate dalla scena hip hop/R&B, con riferimento principalmente ad Outkast e R. Kelly), la voglia di diventare un DJ e sentirsi parte di un movimento (multi)culturale tanto diverso e coinvolgente. “Cerco di dedicare il maggior tempo possibile a suonare come DJ, praticamente ogni fine settimana. Non solo a Londra e Manchester, ma anche all’estero”. Mentre parla delle serate più esaltanti, come al DMZ, James ci rivela che fare DJ-set davanti a tanta gente gli dà molta soddisfazione, anche se è un’esperienza diversa dal suonare dal vivo con la band (messa in piedi con il produttore Airhead e altri compagni di scuola) e ancor di più dalle sue registrazioni solitarie in studio, ovvero nella sua cameretta. Il fatto di produrre da sé e per sé fa emergere qualche contraddizione nel suo racconto, tra obiettivi egoriferiti (“faccio musica soltanto per me stesso”) e ambizioni collettive a largo raggio: “vorrei creare musica dance che unisca le persone nel modo in cui lo farebbe un disco soul, e che parli alle persone con la stessa umanità di un disco folk”.

Blake confessa di essere ossessionato dalle emozioni al punto da essere erroneamente considerato una persona spirituale, nonostante sia attratto dagli scritti di un altro Blake (William). I suoi testi, che scorrono per sottrazione di pari passo con la musica, sono elaborati dopo le sue serate nei club, magari in corsa notturna su un treno, con lo sguardo permeato da nichilistiche scorie adolescenziali. “Sono testi estremamente personali, parlano di certe situazioni che ho vissuto durante la mia crescita e all’università. Esperienze più che altro del passato, anche perché le ho scritte nel 2010 e nel frattempo mi sono laureato, ho scoperto nuove cose, ho viaggiato. Si provano sempre emozioni, a vent’anni come a cinquanta, basta poco per farsi ispirare”.

I turbamenti del giovane Blake finiscono nel suo primo singolo, Air and Lack Thereof. Il 12” esce nel 2009 per la Hemlock di Jack Dunning (Untold), che non ha esitazioni a pubblicarlo dopo averlo sentito su Rinse FM a un set di Distance, altro rispettato produttore dubstep. Come per contrappasso, nel 2010 l’(auto)isolamento come “guilty pleasure” di James si tramuta in una fortunata serie di singoli ed EP per la R&S (CMYK e Klavierwerke) e la Hessle Audio (The Bells Sketch), caratterizzati da una continua e a tratti bizzarra – secondo i canoni dubstep – ricerca sonora. Siamo ormai in territori post-dubstep, o forse lo siamo stati dal principio senza accorgercene. Di fatto il suono di Blake si fa sempre meno avviluppato, sulla scia degli amici e colleghi Mount Kimbie (che remixa e con cui suona in tour) e Jamie degli xx, verso i quali si dimostra affettuoso e riconoscente: “Tanto Jamie xx quanto i Mount Kimbie mi hanno facilitato notevolmente le cose. Hanno aperto la strada ad un nuovo modo di ascoltare e intendere la musica elettronica. Siamo molto amici, li rispetto profondamente e adoro la loro musica”.

Quel che Blake ama di più nella musica è il processo compositivo, nel suo caso del tutto improvvisato e spontaneo, il fatto di cercare nuove soluzioni e modi di lavorare attraverso la scrittura, il suono del piano e il canto. Quest’ultimo è la vera novità, la chiave di lettura dell’album di debutto di Blake, che fino a questo momento non si è mai sentito sicuro delle proprie qualità canore. Le voci presenti nei singoli sono per lo più campionate, mischiate con la sua che è accuratamente processata o comunque resa irriconoscibile all’ascolto. Nel primo disco sulla lunga distanza, invece, Blake esce allo scoperto, con la sua voce candida e struggente, definita da alcuni “senza sesso e senza età”. “Che cazzo significa?”, si altera improvvisamente. “E’ la cosa più ridicola che abbia mai sentito”. Nemmeno quando viene descritto come il nuovo Antony sembra contento del paragone: “Di Antony Hegarty ce n’è già uno. Spero di diventare me stesso e so che ce l’avrò fatta quando un domani si dirà di qualcun altro: ‘Sei il nuovo James Blake’. Vedremo”.

A questo punto la conversazione tocca un altro nervo scoperto, la cover del brano Limit To Your Love di Feist che il nostro interlocutore ha magistralmente riscritto in chiave elettronica, usando per la prima volta la sua voce in modo pulito. Un pezzo perfettamente riuscito, la cui delicatezza e potenza pare abbiano fatto ingelosire gli autori, Feist e Chilly Gonzales. Blake racconta di aver realizzato la sua versione senza chiedere il consenso alla songwriter canadese e senza preoccuparsi di eventuali paragoni. “Non ci vuole mica il permesso per fare una cover. Solo quando uno ha successo accade che la gente se ne preoccupa. L’ho fatto solo perché mi piace molto questa canzone e mi piace lei come artista. Dal mio punto di vista è un omaggio nei suoi confronti. Spero davvero che non se la sia presa a male, in questo caso avrei ottenuto l’effetto contrario a quello sperato. E comunque non si possono fare confronti: se una canzone è bella non si può dire se sia meglio o peggio, può piacere o meno. Molti preferiscono la versione di Feist e continueranno a farlo, altri si saranno quantomeno incuriositi alla mia, che ha un suono diverso, senza chitarra ma con l’elettronica”. Il video che accompagna Limit To Your Love contribuisce non poco ad animare gli entuasiasmi per questa canzone, e per tutta l’opera prima di Blake. Il regista Martin De Thurah (Mew, Fever Ray, Röyksopp) è stato convocato dall’entourage Universal e dallo stesso James per il suo modo di lavorare piuttosto eccentrico. “Mi sono divertito a girare il video e non ho faticato perché non ho dovuto recitare, mi sono limitato a cantare. Tra l’altro non mi aspettavo che riscuotesse tutto questo successo in rete”, racconta un Blake finalmente rilassato.

Sa benissimo che la sua vita non sarà più la stessa, ma preferisce non pensarci. Nonostante la sopraggiunta popolarità, secondo lui tutto è come prima. Ride ostentando apparente tranquillità e sicurezza, e alla domanda su come si senta in questo momento della sua vita, se sia nervoso per le pressioni, risponde laconico: “Ho finito il mio album e non devo fare nient’altro. Non mi aspetto nulla, spero solo che alla gente piaccia”.

www.myspace.com/jamesblakeproduction

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