Shimmy Marcus è un regista di Dublino che è approdato quest’anno al Torino Film Festival con un film su cui più o meno ha lavorato per undici anni: “SoulBoy”, pellicola ambientata nel 1974 all’epoca del Northern Soul, fenomeno musicale che ebbe un grande seguito, ma poco conosciuto ai più. Shimmy ha studiato Economia, ma poi la sua passione per il cinema ha avuto la meglio: il suo primo corto arrivò un po’ in ritardo con i “tempi cinematografici”, ovvero quando aveva già 32 anni, ma la sua carriera da allora è in continua ascesa, tra videoclip, corto-lungometraggi. Spirito iperattivo, appena finita la promozione di “SoulBoy”, è tornato sul set per dedicarsi a un nuovo lungometraggio… ovviamente d’ispirazione musicale.Ciao Shimmy! Piacere di conoscerti! Inizia subito a dirmi qualcosa di te…
Sono di Windmill Lane, Dublino, Irlanda e sto finendo il mio nuovo film Good Cake Bad Cake – The Story of LIR. E’ un documentario su una band irlandese incredibile che negli anni ‘90 avrebbe potuto avere un enorme richiamo, ma come moltissime band al mondo, alla fine non ci è riuscita.
Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando ti sei alzato stamattina?
Sarò in grado di fare la doccia? Ci sono carenze idriche in Irlanda per il freddo. I vecchi tubi che sono nel terreno si sono incrinati ed ora il paese è troppo povero per pensare di sistemarli.
Descriviti in poche parole.
Rilassato, preoccupato, pigro, maniaco del lavoro, felice, triste.
Qual è la cosa migliore di essere Shimmy Marcus?
Che ogni giorno è diverso.
E la cosa peggiore?
Soffro di calcoli renali. Per chi non li ha mai avuti, posso dire che è come avere un coltello che ti pugnala ripetutamente la schiena. Una volta ho avuto un attacco mentre stavo lavorando a Los Angeles.
Il medico che mi curava aveva avuto di recente un episodio simile, mentre guidava in autostrada. Si era dovuto fermare perché pensava di essere stato colpito da un proiettile. Credimi, cazzo fa male!
In che tipo di ambiente sei cresciuto?
Ho avuto la grossa fortuna di crescere di fianco ad un parco molto grande dove potevo scappare quando volevo.
C’erano un piccolo lago, campi da tennis e alcuni grandi alberi dove ci si poteva arrampicare, nascondersi e fumare le sigarette.
Qual è il tuo ricordo più bello di quando eri piccolo e andavi al cinema?
La prima volta che sono andato al cinema ho visto Chitty Chitty Bang Bang. Questa esperienza non mi ha mai abbandonato. Era un posto in cui i sogni potevano diventare realtà, in technicolour. Il suono delle risate, degli applausi, della musica: è stato un momento fondamentale della mia vita. Il connubio tra musica e immagini, fantasia ed emozione… Penso che non avessi avuto niente di simile a quell’esperienza prima di allora.
Quando hai iniziato a girare?
Ho cominciato al college. Avevo iniziato a studiare Economia e Commercio ed era così noioso, che per un esame avevo deciso di divertirmi realizzando un video sull’utilizzo dei telefoni nelle aziende. Era veramente amatoriale. Poi mi sono trasferito in un altro college dove ho cominciato a studiare pubblicità. Qui era tutto più interessante, ma era gestito da dinosauri con idee così innovative che avrebbero essere potute tranquillamente evitate. Qui avevo realizzato un commercial usando fotogrammi registrati off air. E’ stato un po’ meglio rispetto al primo tentativo!
Dopodiché ho iniziato a fare film home-made quando avevo 26 anni. Erano documentari stupidi, che avevano come soggetto famiglia e amici. Diciamo che non ho fatto il mio primo e vero cortometraggio fino all’età di 32 anni, quindi mi posso ritenere un tantino in ritardo sui tempi del cinema. Anche se ho iniziato a fare film a tarda età però, il cinema è da sempre la mia passione più grande.
Quindi nessuna scuola…
No, ho imparato tutto soltanto facendolo.
Ma quindi la tua carriera vera e propria in ambito cinematografico com’è cominciata?
Era il Natale del 1994. Ero così annoiato dai film che davano in tv che ho deciso di sviluppare la sceneggiatura per un mio lavoro, per uccidere la noia. Così l’ho scritto in due settimane, a mano. Pochi mesi dopo l’ho inviata ad un produttore e lui l’ha accettata subito. Mi disse però che prima avrei dovuto fare un corto per imparare come si fa del cinema… beh, il resto poi è storia!
Cinque cose che dovrei sapere su SoulBoy:
1) E’ il primo film mai realizzato sul Northern Soul; 2) Tutta la fantastica musica che ci trovi è quella dell’originale Northern Soul anni ‘60-’70; 3) Il protagonista, Martin Compston, si è rotto il piede due giorni prima dell’inizio delle riprese a furia di ballare durante le prove; 4) Dalla prima bozza dello script alla Premiere sono passati undici anni; 5) Non è una storia vera, ma il club usato come set è realmente esistito.
Ti ricordi com’è nata l’idea per il film?
Lo scrittore Jeff Williams ha letto un libro sul Northern Soul e ha avuto l’idea di scrivere qualcosa. Poi il tutto si è sviluppato in una sceneggiatura e dopo un paio di bozze il produttore Christine Alderson mi ha contattato. Questo accadeva nel 2003! Abbiamo fatto una lunga strada prima di ottenere il risultato finale.
Quali son state le più grosse difficoltà a girare un film come questo?
La più grande difficoltà, come in tutti i film, è riuscire a raccogliere il denaro, specialmente quando il tuo obiettivo è fare un film girato in un determinato periodo con la musica originale di quegli anni. Ci sono voluti molti anni prima di raccogliere abbastanza per girare. Per non contare che poi ci sono stati problemi con la disponibilità di locations, attori, troupe, tutto quello insomma che è normale nella lavorazione di un film. Inoltre una delle attrici si è ammalata e quindi mentre giravamo abbiamo dovuto riprogrammare tutta la tabella di marcia.
Ho amato i titolo di coda, una sorta di piccolo documentario utile anche per capire il gran lavoro fatto. Mi dici quanto tempo ti ci è voluto per la ricostruzione di posti, dresscode, coreografie e per la ricerca musicale…? Un lavoraccio davvero…
Abbiamo davvero speso degli anni per le ricerche del film. La grande sfida è stata soprattutto trovare una location e una posizione che potessero sembrare quelle originali del Wigan Casino, dove è ambientato il film. Quando abbiamo trovato il Kings Hall a Stoke on Trent, abbiamo fatto i sopralluoghi della zona e trovato tutte le altre locations in modo che avesse un senso girare tutto il film a Stoke.
Abbiamo creato una piccola fabbrica d’abbigliamento per realizzare la grande quantità di costumi per i ballerini e le comparse. La popolazione locale ci ha donato molti oggetti personali che abbiamo utilizzando nel film con l’intento di ricreare l’autentica scena anni ‘70. Abbiamo parlato con quante più persone possibili che furono abituali frequentatori del Casino negli anni ‘70, così come con molti dei DJ che suonavano lì. Non c’era penuria di opinioni e gente che si è offerta per aiutarci nella ricerca e così lo scenario del Northern Soul si è fatto chiaro. Non tutto, ma la maggior parte!
In un’intervista che ho letto, hai detto “The Film is about the Northern Soul which was the forerunner of the rave”…
Ho sempre amato la musica soul, ma non ero in grado di riconoscerne la differenza fino a quando non ho cominciato a vedere le compilation di Northern Soul nei negozi di dischi. Poi ho iniziato a studiare il fenomeno in maniera più dettagliata una volta che mi è stata sottoposta la sceneggiatura. Per un periodo ero stato coinvolto nella cultura rave della fine anni ‘80-inizi ‘90. Pensavamo di aver inventato la ruota, facendo viaggi in bus per tutto il paese, correndo su e giù per locali dove ascoltare musica dance per tutta la notte, andando al largo con tette e anfetamine. Non avevamo realizzato che la comunità Northern Soul faceva la stessa cosa vent’anni prima, ma con musica e danze migliori!
Come hai lavorato con gli attori?
A causa delle loro diverse pianificazioni e le loro richieste di tempo, abbiamo avuto pochissimo a disposizione per provare. Abbiamo lavorato in silenzio e velocemente su uno sviluppo che fosse davvero chiaro dei personaggi, cosa avrebbero potuto dire e cosa no, o fare, in ogni situazione. Con questa conoscenza è diventato più facile conoscere che linea doveva seguire in ogni situazione. Tutti gli attori hanno esigenze diverse. Alcuni hanno bisogno di poca preparazione e preferiscono scivolare immediatamente nel personaggio, altri vogliono più tempo e quindi il mio lavoro era capire questa cosa e cercare di dar loro ciò di cui avevano bisogno.
Com’è stato lavorare con Martin Compston?
Lui si è davvero appassionato. Non appena si è trasferito a Stoke, dove giravamo, lui è entrato nell’accento locale e non ha desistito fino a quando non ci era dentro alla perfezione. Ha provato le parti di danza costantemente. Forse troppo! E’ sempre pieno di idee e cerca di ottenere tutto dal set come nella vita reale. Se non è vero, non lo sente e se non cade, non può giocare.
Mi racconteresti qualcosa sulla colonna sonora del film?
E’ composta da tutti quelli che furono gli artisti originali e popolari della scena del Northern Soul di quel tempo. Capolavori persi e tesori nascosti dell’anima del Nord America, che sono bizzarramente venuti a contatto con quelle inglesi. Questi artisti non fecero molto successo in patria, ma finirono per diventare stelle in Inghilterra. Questo dimostra quanto la musica possa viaggiare…
Che musica ascoltavi alle superiori e al college?
Ho cominciato la Scuola Superiore nel 1978, quindi mi posso ricordare un sacco di cose sui Beatles o gli Stones alla radio: un momento fantastico di scoperta di musica “popolare”. Questa, ramificata pochi anni dopo, divenne Bowie, Dylan, The Doors, AC/DC, Neil Young. Ci sono molte band nate contemporaneamente con il mio arrivo al college. Sono stato molto deluso dalla musica degli anni ‘80 e così ho accolto con favore quella dei ‘90: Nirvana, Smashing Pumpkins, Radiohead. Poi man mano è diventato sempre più una merda, con l’eccezione dell’hip-hop, un mirabile connubio di ritmi e grande destrezza lirica. La musica, come i film, non è più così buona dagli anni ‘70. O forse sono solo io che divento stilisticamente troppo vecchio!
Hai diretto video per Fun Lovin’ Criminals, Snow Patrol, Skin… Quale ti ricordi con più piacere?
Probabilmente il video per gli Snow Patrol. Era una sorta di film “behind the scenes” mentre stavano registrando l’album Eyes Open. Avevo conosciuto la band pochi anni prima e stavano registrando nel mio studio preferito, “Grouse Lodge”. Un ambiente bellissimo, con tanta bella gente, mentre vedevo la magia compiersi. Ero affascinato dal processo, dal lavoro ed essere in grado di girare tutto questo con una magnifica colonna sonora fu speciale.
Se potessi scegliere un artista-band per cui girare un videoclip, chi sceglieresti?
The Rolling Stones. Le loro facce sono così interessanti. Ogni pezzo della loro storia è inciso su quei volti. Il loro modo di muoversi e come interagiscono poi così drammatico. Sono così invidioso che Martin Scorsese abbia diretto Shine A Light.
Secondo te qual è il miglior video musicale di sempre?
Ognuno ha un obiettivo diverso. La Casa Discografica vuole qualcosa che li aiuti a vendere. La band vuole qualcosa che li faccia apparire algidi, o che rappresenti al meglio la loro estetica. Il regista vuole usare la musica solo come colonna sonora delle immagini. Qualche volta preferisco la semplicità, tipo Nothing Compares To You di Sinead O’Connor o Cry di Goodley and Cream. Bohemian Rapsody e Sledgehammer furono entrambi straordinari quando uscirono. Chris Cunningham e Michel Gondry furono entrambi pionieristici con il loro incredibile modo di fare video.
Chi sono i registi (o gli artisti) che ti hanno influenzato di più?
Non saprei… Sono troppo vicino al mio lavoro per trovare influenze dirette e tendo ad utilizzarne diverse a seconda del tipo di storia che voglio raccontare. Sono cresciuto ammirando Scorsese, Coppola, Chaplin e Woody Allen, per poi scoprire Peckinpah, Fellini, Huston, Lean, Polanski, Kubrick, Lumet. Ho divorato un gran numero di film durante il periodo di crescita. Durante i miei vent’anni avrei guardato anche tre film al giorno. In questo secolo ho ammirato i lavori di P.T. Anderson, Noé, fratelli Dardenne, Zhang Yimou tra i tanti. Fare un bel film è difficile. Figurati a farne uno straordinario…
SoulBoy non è solo un film sulla musica, ma anche sull’amore. Qual è la tua idea di amore?
L’amore è uno stato irrazionale della mente che altera il nostro comportamento e la nostra personalità, e non sempre al meglio. E’ la cosa più potente al mondo e, a volte, emotivamente la più appagante. Ci paralizza, ci rende ciechi, ci distrugge e ci completa. E’ un enigma. Non lo comprendiamo pienamente, ma è una ricerca affascinante.
Che camera hai usato per il film?
Abbiamo deciso di girare in Super 16 mm. Visto che era un film ambientato negli anni ‘70 ho voluto che la grana fosse reale, che fosse un film vero, con una struttura ricca.
Quale stato d’animo ti rende più creativo?
L’insoddisfazione. Di solito accade quando c’è un problema e devo spingere me stesso ad essere creativo per trovare una soluzione. O quando scrivo: ho bisogno di solitudine, di solito lo faccio a tarda notte, con musica in sottofondo.
Il momento della tua carriera fino ad oggi?
Probabilmente la vittoria del Miramax Script Writing Award per la mia prima sceneggiatura, Hadrush. Era una promessa di qualcosa di grande e mi diede ottimismo.
Sei felice?
Sono filosofico.
Mi accennavi qualcosa del tuo prossimo film Good Cake Bad Cake sui LIR…
Sì è su questa band di Dublino, i LIR, che sognava di conquistare il mondo della musica, per poi vedere le loro speranza rese vane da una moltitudine di disastri e tragedie.
A differenza di migliaia di “storie di successo” raccontate nei documentari musicali, questa è l’altra faccia della medaglia, la storia che inevitabilmente accade alla maggior parte delle bands.
Hai qualche rimpianto lavorativo?
Non ho rimpianti sul passato. Posso guardare con disappunto alcuni lavori, ma non rimpiango nulla. Ho imparato più dai fallimenti che dai successi.
Ti consideri un filmmaker “indipendente”?
Non lavoro per uno studio, un network TV o una compagnia cinematografica. Penso che tecnicamente questo mi renda un filmmaker indipendente.
Come ti vedi tra dieci anni?
Questa professione è così imprevedibile, non so dove sarò tra due anni! In dieci spero che mi sarò costruito una reputazione che mi renderà facile trovare script meravigliosi e attori straordinari che vorranno lavorare con me.
Chi vorresti intervistare se facessi il mio lavoro per un giorno?
Te.
Ahahah. Perché?
Perché così potresti capire quanto è surreale rispondere ad alcune tue domande (ride).
La domanda che nessuno ti ha mai fatto, ma a cui ti piacerebbe rispondere.
Sei stato totalmente onesto nell’intervista?
E la risposta sarebbe.
Ovviamente no.
Cosa farai dopo questa intervista?
Prenderò una pillola per il mal di testa.









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