La Florida e il Nord Europa, il denaro e le armi, gli amori infranti e Rihanna. Sono solo alcuni dei temi toccati durante la chiacchierata con George Lewis Jr, in arte Twin Shadow. Languido crooner di origine dominicana, in bilico tra un James Dean post-atomico e un Morrissey caraibico. “Forget”, l’album d’esordio, prodotto da Chris Taylor dei Grizzly Bear, è stato una delle sorprese del 2010, con il suo scorrere sensuale e dinoccolato. Lo abbiamo inseguito per settimane, ostacolati dalle vacanze natalizie, e alla fine lo abbiamo rintracciato la sera di un improbabile venerdì di gennaio. Eccovi il resoconto. (Foto di Ben Rayner).
Chiamo George sul suo cellulare. Risponde con voce assonnata. E’ in autostrada diretto verso Chicago, dove si terrà il suo prossimo concerto. Sbrigate le presentazioni di rito, iniziamo l’intervista, e con mia sorpresa, data la fama di personaggio allergico ai giornalisti, si rivela subito particolarmente loquace. So che hai avuto un’infanzia e un’adolescenza movimentata, fatta di fughe, traslochi e viaggi oltreoceano. Aiutami a ripercorrerne le tappe.
Sono nato a Santo Domingo, la capitale della Repubblica Dominicana. La mia famiglia si è trasferita in Florida quando ero in fasce. Ho vissuto in una piccola cittadina chiamata Venice, una sorta di isola artificiale creata dai militari negli anni cinquanta, sino all’età di sedici anni. Poi sono andato via di casa. Prima a Boston, per un breve periodo, e poi a New York.
Dopodiché sei partito per il nord Europa. Cosa ti ha spinto nel vecchio continente?
Il caso. Non avevo programmato nulla. All’epoca vivevo a Brooklyn e mi mantenevo scrivendo musica per opere di teatro sperimentale. Suonavo anche in un gruppo punk ma eravamo in una fase di stallo. Quando mi hanno proposto di comporre la colonna sonora di una pièce teatrale d’avanguardia per una compagnia di Copenaghen ho subito accettato. Ero senza soldi e offrivano un bel po’ di denaro. Non avevo nulla da perdere. Sono salito sul primo aereo per la Danimarca e ci sono rimasto tre mesi. Ben presto il lavoro però si è rivelato deludente anche se ben retribuito. Invece di un’opera sperimentale il progetto ha preso i connotati di un musical stile Broadway.
Quindi il primo impatto è stato negativo?
Al contrario. E’ stato incredibile. Il lavoro faceva schifo ma tutto il resto era entusiasmante. Ho conosciuto tantissima gente. Ero costantemente bombardato da nuovi input. Tutto mi sembrava così diverso e sofisticato. Poi sono andato a Berlino, dove viveva la mia gemella, e lì ho avuto un altro shock. Non credo di essermi mai sentito altrettanto libero e ispirato come in quella città. Così ho iniziato a fare il pendolare tra la Germania e la Danimarca. A Copenaghen ho incontrato una ragazza svedese con la quale ho iniziato una relazione lunga e tormentata. Tornavo negli Stati Uniti ogni tre mesi, per rinnovare il visto, e vivevo come un vagabondo. Qualche settimana in Danimarca, poi in Germania, poi in Svezia, a Stoccolma, poi di nuovo negli States.
Che effetto ti ha fatto Stoccolma?
E’ una città splendida ma l’impatto è stato un po’ alienante. Non avrei mai potuto abituarmi a tutto quell’ordine e a quell’efficienza. Ho bisogno di vivere in un luogo più grezzo e incasinato per essere davvero a mio agio.
Sei ancora fidanzato con la ragazza svedese?
Ehm, no. E’ stata una relazione molto lunga, di almeno tre anni. Una storia fantastica ma troppo complicata. In questo momento ci siamo allontanati, non parliamo. Mi manca. Non so, forse in futuro ci rincontreremo.
Non ha funzionato per incompatibilità caratteriali o per la distanza?
La distanza non è mai stata un problema. Avrei fatto qualsiasi cosa per vederla. Non saprei. Certo stare con una svedese è molto diverso che frequentare un’americana. La sua presenza mi ha reso felice come non mi era mai capitato prima. Poi sono affiorate le differenze. E’ una ragazza di provincia, semplice, genuina e molto diplomatica. Io invece sono decisamente più istintivo. Spesso ci scontravamo per colpa delle mie ossessioni da yankee. Per un certo periodo sono stato affascinato dalle pistole, dalla loro bellezza estetica. Era una cosa che non riusciva assolutamente a capire e che la infastidiva profondamente. La cultura americana ha degli aspetti molto torbidi e una fascinazione per la violenza decisamente diversa da voi europei.
Credi che questa permanenza in Europa ti abbia cambiato in qualche modo?
Assolutamente. Quando sono partito ero estremamente timido e insicuro. Mi sentivo così provinciale e limitato. Vivere all’estero mi ha dato una maggiore sicurezza e in un certo senso è come se mi avesse liberato da tutta una serie di infrastrutture negative. Non so se sia una questione dell’Europa in generale o un’evoluzione più individuale, privata, dovuta al vivere in un paese straniero, ma quell’esperienza mi ha insegnato a inseguire in maniera concreta i miei sogni, a mettermi in gioco sul serio invece di limitarmi a parlare delle cose che avrei voluto fare. Non è un caso se una volta tornato negli Stati Uniti mi sono buttato ossessivamente nella scrittura delle canzoni che poi sono finite su Forget.
Che ricordi hai della tua infanzia?
A lungo sono stato un bambino solitario e anche quando ho iniziato a fare amicizia a scuola ho sempre avuto dei rapporti molto conflittuali, in bilico tra odio e amore. I miei amici maschi erano sempre più grandi di me. Ero la mascotte del gruppo e questo mi trasformava nell’individuo su cui sfogare tutta una serie di atti di bullismo. All’epoca pensavo fosse normale. Ci soffrivo ma credevo che l’amicizia dovesse per forza essere una commistione di gesti di violenza alternati a momenti di felicità. Una cosa abbastanza distorta se ci pensi. Inoltre sono cresciuto con una sorella gemella al mio fianco. Frequentavamo le stesse classi, gli stessi corsi. Lei ovviamente era sempre più brava di me, era adorata dalle maestre, prendeva i voti migliori. Così negli anni anni ho sviluppato una certa ostilità nei confronti della scuola e dei suoi meccanismi. Ho lasciato le superiori alla fine del primo anno, dopo essere stato espulso più volte e aver combinato un sacco di casini. Non ho avuto una giovinezza particolarmente felice (ride).
Quindi non ti sei mai diplomato?
Per un teenager la scuola è più che altro un involucro sociale all’interno del quale fare tutta una serie di esperienze comuni. Non ha nulla a che vedere con l’istruzione. Io all’epoca ero già interessato ad altre cose. Tutti i miei amici erano più grandi e avevano vite da adulti. Ho iniziato a frequentare questo club dove si riunivano tutti i musicisti della zona. Mi lasciavano entrare, anche se non ero ancora maggiorenne, solo perché ci sapevo fare sul palco durante le jam session. Così mi sono creato il mio universo parallelo, dove sentirmi a mio agio, e non ho più avuto bisogno della scuola per essere accettato, rimorchiare le ragazze o farmi degli amici.
Immagino che tutto questo bagaglio di storie e di ricordi sia confluito nelle canzoni del tuo disco d’esordio, che s’intitola Forget, dimenticare. Come se avessi voluto mettere in musica il tuo passato per riviverlo e poterlo finalmente superare. Mi sbaglio?
Di sicuro non è un qualcosa che ho scelto di fare a tavolino, con lucidità. E’ stato un processo inconscio e spontaneo che si è rivelato gradualmente. Non mi sono mai imposto di scrivere un disco legato al passato. Al contrario credo sia un album rivolto al presente. Le canzoni di Forget infatti hanno diverse sfumature e parlano di persone e periodi differenti. Alcune sono nate dalla rottura con la mia ex fidanzata svedese, altre da alcuni ricordi specifici della mia vita in Florida. L’unico vero tema comune a tutti i brani è la sensazione che si prova a perdere qualcuno, non importa se una ragazza o un amico. E’ il desiderio di mettere a fuoco quello stato d’animo che mi ha spinto a rileggere alcune situazioni del passato e ad analizzarle nella maniera più onesta possibile per comprendere l’influenza che hanno ancora sulla mia vita attuale. Ci sono molte cose che avevo cancellato della mia infanzia e che sono venute in superficie scrivendo questo disco. Ricordi legati alla mia famiglia e a mia madre. Non è stato facile per lei trasferirsi negli Stati Uniti e iniziare una nuova vita. Ci sono stati periodi in cui siamo stati davvero poveri. Mia sorella mi ha raccontato che da piccoli abbiamo vissuto in una casa senza porte e senza finestre, praticamente all’addiaccio, perché i miei genitori non avevano abbastanza soldi per ultimare i lavori di ristrutturazione. Sono memorie che avevo completamente rimosso. Non voglio però pensare alla musica come un qualcosa di terapeutico, anche se intimamente sono convinto che lo sia.
Ti sei posto degli obbiettivi specifici quando hai deciso di focalizzarti su Twin Shadow e sulla realizzazione di questo album? Pensi di averli raggiunti?
Sarò molto onesto. Non li ho raggiunti. Vuoi sapere perché? La mia priorità è vendere un sacco di dischi, avere successo. Certo le cose stanno andando bene ma sono ancora lontano dall’ottenere ciò che vorrei. Per questo prima ti dicevo che per me non è importante che la musica abbia un valore terapeutico. Attraverso di essa cerco di prendere le distanze dalla mia vita reale e inseguo la fama e la leggerezza. E’ una valvola di sfogo dalla realtà e l’incarnazione di un sogno.
Spostandoci su un versante più tecnico, il disco è stato prodotto da Chris Taylor dei Grizzly Bear. Come vi siete incontrati e che tipo di influenza ha avuto su Forget?
Ci siamo conosciuti grazie a sua sorella. Era tra le ballerine di una compagnia teatrale con cui ho collaborato. Le ho fatto ascoltare alcuni brani che avevo scritto e mi ha suggerito di mandarli a suo fratello perché era convinta gli sarebbero piaciuti. Così glieli ho spediti e per un bel po’ non ho avuto notizie. Nel frattempo avevo quasi ultimato la prima stesura del disco ed ero alla ricerca di qualcuno che mi aiutasse a ultimarlo. E’ in quel momento che Chris mi ha finalmente ricontattato.
Stava lanciando una nuova etichetta discografica e voleva usare alcune delle mie canzoni per un singolo. Ci siamo incontrati, abbiamo iniziato a lavorare insieme e da un paio di brani si è offerto di produrre l’intero disco e di pubblicarlo. All’inizio volevo registrare di nuovo tutti i demo ma lui mi ha convinto a tenerli nella loro veste originale e mi ha aiutato a mixarli ottenendo un suono più omogeneo e compatto. Ha fatto un lavoro di rifinitura essenziale, ripulendo le cose qua e là, sottraendo e aggiungendo dettagli. Non sarei mai stato in grado di occuparmene da solo. E’ ossessionato dal suono, può stare delle ore chinato sul banco del mixer a muovere i fader sino a ottenere l’amalgama giusta. In studio ha una devozione e una pazienza che non mi appartengono.
Forget è imbevuto di suoni che rimandano agli anni ottanta. E’ un risultato naturale o il frutto di un preciso lavoro di ricerca estetica?
Non ho mai inseguito consapevolmente un’estetica. Quelle atmosfere sono presenti nel disco, non posso negarlo ma credo siano più che altro legate alla strumentazione che ho usato. I chorus per la chitarra, un juno 60 e tutta una serie di emulatori software di moog, drum machine e sintetizzatori del passato. All’inizio addirittura pensavo che le canzoni suonassero troppo disomogenee tra loro, troppo slegate. Sono stati gli altri a farmi notare di come in realtà avessero una loro coesione naturale.
Ho letto in una recente intervista della tua passione per artisti come Drake e The Dream, senza citare il successo di critica del nuovo album di Kanye West. Sbaglio o sta succedendo qualcosa a livello d’inconscio collettivo legato a quelle sonorità? Come se improvvisamente l’universo r&b avesse sul pubblico indie un fascino del tutto nuovo e rinfrescante…
Sono assolutamente d’accordo. Credo che la questione sia molto semplice. Il mondo è un posto troppo complicato in questo momento, impossibile da decifrare e interpretare. La musica esiste per farci stare meglio e regalarci emozioni. La grande maggioranza della scena underground è cervellotica e autoreferenziale, l’approccio all’ascolto e alla produzione è diventato quasi scientifico. Quegli artisti invece esprimono concetti semplicissimi e basilari in maniera genuina. Cosa spinge onestamente le nostre esistenze? I soldi e il sesso. Il desiderio fondamentalmente. Personaggi come The Dream o Rihanna non fanno altro che veicolare tutto questo, condendolo con talento e ambizione. Perché mai dovremmo disdegnarlo? Siamo circondati da musicisti senza talento e da dischi che suonano bene ma non trasmettono alcuna emozione. Vendere milioni di copie non vuol dire essere soltanto un prodotto commerciale. A volte forse significa saper individuare istintivamente le esigenze della gente o semplicemente avere un talento o una sensibilità superiore. Un’artista come James Blake ha già assimilato tutto questo e lo ha trasformato in un qualcosa di completamente innovativo.
So che avresti voluto Olof Dreijer dei The Knife come produttore di Forget. Come li hai conosciuti?
Sono stati la colonna sonora dei miei viaggi in Europa. E’ stata la mia ex fidanzata a farmeli sentire. Paradossalmente rappresentano tutto quello che non ho mai apprezzato del pop europeo. Loro invece sono stati in grado di farmelo amare visceralmente. Mi hanno introdotto al concetto di minimalismo e artificialità spalancandomi le porte di un nuovo modo di concepire la musica che non avevo mai preso in considerazione. A un certo punto ho anche scritto una mail a Olof ma non mi ha mai risposto.
Lykke Li è un’altra delle tue passioni scandinave. Sei riuscito ad incontrarla?
Non ancora purtroppo ma farò di tutto per averla in una delle canzoni del mio prossimo album. Ho un debole per lei.
Il primo disco in assoluto di cui ti sei innamorato?
L’esordio dei Boyz II Men. Poi però sono passato ai Fugazi…
Sei mai stato in Italia?
Non ancora. Anche se in qualche modo sono sempre stato circondato da italiani nella mia vita. Mia zia era fidanzata con un italiano, si chiamava Dario. I migliori amici dei miei genitori erano originari di Positano, la mia tastierista è italiana. A quanto pare ho un legame speciale con il vostro paese.
Se potessi rinascere donna chi ti piacerebbe essere?
Non so se vorrei vivere da donna in un mondo così maschilista… Opterei per Debbie Harry comunque.
Come ti immagini tra cinque anni?
Ricco sfondato e completamente solo (ride)…
Magari duettando nei dischi di Rihanna e Kanye West. O in compagnia di James Blake.
Ci rivediamo tra cinque anni George.









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