Alla domanda “ma avevamo proprio bisogno di un’altra cantautrice?”, ricordate che la risposta è “si”. Non ci sono mai abbastanza songwriter al mondo e certo non saremo noi a lamentarci dell’ascesa della nuova Cat Power, della nuova PJ Harvey o della nuova Bjork (a seconda della vostra preferenza). I paragoni, comunque, non fanno del tutto giustizia a Cameron Mesirow, che è una figlia d’arte spigliata e solare, con un’estetica ben chiara e una voce che ricorda tutto e niente. “Ring”, il suo album di debutto uscito per l’ottima True Panther, è un gruppo prismatico in cui ognuno è invitato a vedere il riflesso delle sue passioni e inclinazioni, che si tratti di elettronica o new wave, musica etnica o folk. In quest’intervista abbiamo indagato le sue radici, passando dal primo album che abbia mai comprato (a 7 anni) alla casa in cui è nata. Ci ha anche raccontato della sua passione per i colori e i gioielli, per lo show americano “Project Runaway” e per l’eterna New York City. Ecco la verità: saremmo rimasti a chiacchierare con lei per ore. È nata una stella – si chiama Glasser. Nome che ha rubato ad un (suo) sogno. (Foto di Harley Weir).
Ciao. Cameron?
Ciao, ciao! Mi senti?
Si, ti sento.
Ciao!
Ciao. Che ore sono lì?
È mezzogiorno. Sono a Los Angeles.
Oh. Avevo letto che ti eri trasferita a New
York…
Si, mi sono trasferita, ma sono in tour e
stasera suono qui.
Che, poi, tu sei di Los Angeles, giusto?
Non sono di Los Angeles, ma ho vissuto in città gran parte della mia vita.
In che area di New York abiti?
A Soho, al momento.
Ah, bello. Sono stata da pochissimo alla CMJ Music Marathon, proprio a NYC.
Figata! Io ci ho suonato due o tre volte, neppure due settimane fa.
Lo so. Purtroppo a causa di impegni incrociati ho perso la tua performance al Pitchfork Festival (l’Offline Festival, manifestazione parallela al CMJ “ufficiale” organizzata dalla celebre webzine, NdR). Mi hanno detto che sei stata… folgorante!
Grazie, è stato divertente. Mi hanno contattata loro. Sono stati davvero gentili. E il Brooklyn Bowl (dove si teneva il tutto, NdR), cosa non era? Pensa che non ci ero mai stata! La sera in cui ho suonato c’erano un sacco di cose tutte assieme: la gente che giocava a bowling, che mangiava, che ascoltava… l’atmosfera era allegra.
Non facevi parte, comunque, del pannello ufficiale del CMJ, o sbaglio?
No, non credo!
È sempre così: i party carbonari che gravitano attorno ai festival sono sempre più interessanti.
Parlando di questo, l’altro mio show è
stato alla festa di Fader (il giornale) e a un
certo punto se n’è andata la luce! Una cosa
delirante.
Ah, accidenti, l’ho letta questa: c’è stato una specie di blackout mentre eri sul
palco e tu hai sorriso alla cattiva sorte e cantato a cappella.
Si, esatto!
Ho letto un report entusiasta in merito. Avrei voluto esserci. Per il pubblico dev’essere stato una specie di happening.
Non sono stata, in genere, molto fortunata durante il CMJ. Pensa che dovevo anche suonare in un altro posto a Brooklyn, il Coco 66, ma i poliziotti l’hanno chiuso minuti prima che andassi in scena.
Quel genere di occasioni, comunque – dico i festival – sono sempre caotiche. Bisogna essere preparati a improvvisare.
Hai mai suonato al SXSW?
Si, l’ho fatto. Però, devo dirti la verità, mi sono divertita molto di più ad ascoltare le band che a suonare. Ero davvero poco conosciuta ai tempi ed era deprimente fare e non fare parte del SXSW allo stesso tempo. Spero che quest’anno sia differente.
Io credo di si. Poi lì c’è questa regola inespressa per cui “più volte suoni più dischi vendi”. C’è gente fa diciotto show in cinque giorni…
Lo so! Temo molto di non farcela, ma proverò anche io a buttarmi nella mischia.
(cade la linea)
Cameron? Scusa. Ti chiamo da Skype e cade la linea.
Oh, grande! Fai benissimo. Anche io lo uso da matti!
Si, tra l’altro sono seduta per terra vicino alla vasca, perché la mia casa è piuttosto piccola e il mio fidanzato è di là che fa delle telefonate di lavoro.
(ride, NdR) Ma dove ti trovi, in Italia?
A Milano.
Ah, a Milano! Ma ci ho suonato poco tempo fa… i tour diventano un pasticcio nella testa dopo un po’, non ricordo esattamente dove, però ho fatto da spalla a Jonsi. Hai presente? Il cantante dei Sigur Ros. Dio mio, mi ricordo che era davvero pienissimo. Mi sa che lui ha una fan base notevole lì da voi: era davvero, davvero evidente. Quanto a me, devo dire che la mia musica è molto diversa dalla sua, ma la gente ha apprezzato – mi pare.
Ma quando sei venuta, hai visitato un po’ la città?
No, non l’ho vista per nulla. Mi piacerebbe venire in occasione della Fashion Week.
Oh.
Io non sono una grandissima appassionata di moda. Sono un’amante delle cose belle e, soprattutto, ho un debole per i colori, cosa di cui forse ti sarai accorta già guardando la copertina di Ring. E poi impazzisco per i gioielli.
Ci vuoi lasciare qualche nome in particolare?
Sonia Boyajian è una delle mie preferite (ho fatto un po’ di ricerca, NdR: www.soniabstyle.com). Mi piacciono gli oggetti, ma anche i vestiti “complicati”, pieni di dettagli e colori, anche se finisco sempre per vestirmi di nero, specie sul palco, è un riflesso quasi spontaneo. Ma ci sto lavorando. In occasione degli show del CMJ, ad esempio, ho scelto il rosso…
Ho visto qualche foto. Sembrava un vestito di Comme Des Garçons!
No, non lo era! Era un ensemble creato con una blusa molto larga, tipo kimono e un paio di pantaloni, che ho messo assieme io.
Quello che mi dici, invece, mi fa pensare un po’ allo stile di Marni.
Certo, conosco Marni… i gioielli sono eccezionali. Ecco, niente, hai capito allora. Non devo spiegarti nient’altro.
Bene, parliamo un po’ del tuo progetto adesso. Di Glasser. Ho cercato su qualche vocabolario online ma sembra una parola inesistente. Lo è o sono i dizionari in rete ad essere pessimi?
Oh, no, non significa nulla! È una parola che ho inventato io. O meglio, non proprio inventato. L’ho sognata.
Wow. So che è veramente nel peggiore clichè dei giornalisti musicali chiedere a un’artista perché ha scelto il suo pseudonimo, ma in questo caso sono intrigata, specie considerato che sembra davvero esserci una certa sinergia tra il nome che hai scelto e il genere che suoni. O almeno questa è la mia impressione.
In breve, nel sogno c’era un uomo che poteva volare e fluttuava su una piccola distesa di acqua. Il suo nome era Glasser…
È stato un momento à la Doc Brown, in Ritorno al Futuro, tipo il sogno del flusso canalizzatore? Ti sei svegliata e hai detto “adesso metterò in piedi una one woman band e la chiamerò Glasser!”?
Oh no, non è stato un momento determinante, o significativo. Il sogno non aveva senso. O almeno non mi sembra che l’avesse. Solo piuttosto… scenografico.
Comunque, ho letto che, per dire, non hai studiato musica dalla più tenera età e il tuo sogno di ragazzina non era fare la musicista.
È verissimo, non ho avuto istruzione di quel tipo. Ho iniziato a comporre pezzi come Glasser circa tre anni fa, ma sin da piccola sapevo di avere un’inclinazione per la musica. Sono cresciuta in una famiglia abbastanza particolare, in questo senso.
Ho letto. Tuo padre è membro dei Blue Man Group e vive a Berlino; tua madre, beh, anche lei ha una storia intensa alle spalle, come musicista.
Si. Come saprai quando ero piccola ha fondato una band focalizzata sul kazoo, i Kazoondheit e poi gli Human Sexual Response. Che si sono sciolti da parecchio ma hanno avuto la loro fetta di fama.
Tu ti chiami Cameron di nome, ma in realtà è il cognome da nubile di tua madre, giusto?
Esattamente.
E…
Essere stata tirata su in questo ambiente non convenzionale e carico di musica mi ha reso ossessionata a mia volta. Ho cominciato a comprare dischi quando avevo 7 o 8 anni: musica pop, ovviamente, roba da classifica, ai tempi. Mariah Carey, cose del genere, di cui non andare troppo fieri! Poi, più avanti, ho scoperto i Nirvana, i Red Hot Chili Peppers… poi è arrivato il momento del punk, con tutto quello che comporta e infine tutto il resto. Specialmente la new wave.
Credo che sia un percorso comune a molte ragazze (me compresa).
Ma dimmi una cosa: è vero che il punk è molto… presente, in Italia? È vero che esiste gente che si veste a quel modo, nicchie determinate che ascoltano solo quello? Voglio dire, certamente ce ne sono tante anche negli USA, ma non so chi – parlando – mi aveva detto che è un genere molto amato lì da voi.
Mh, credo di si. Se intendi gente che gira con una mega-cresta fatta ad hoc, quello si. Tra l’altro esiste una curiosa asimmetria tra l’uso della parola “punk” negli Stati Uniti e in Europa. Mi pare che voi americani la usiate per definire ciò che è “alternativo”, ossia che sia una specie di termine ombrello. Da noi invece, designa proprio quello: Sex Pistols e compagnia bella. Solo quello, o quasi. Che io sappia. Al massimo un certo atteggiamento.
Certo, me lo ricordo: Janet di Janet Jackson. Adoro quel disco. È una grossa transizione, per una bambina: hai sei anni, i tuoi genitori ti portano fuori a fare una passeggiata come sempre e arriva la volta in cui smetti di strepitare davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli. Arriva la volta in cui dici: oggi non mi compro, che so, una bambola, mi compro un disco. Una cassetta, ai tempi, forse. È un momento davvero importante, come passare una grande staccionata. Percepisci di stare cambiando – o forse non lo percepisci, ma lo stai facendo.
Ah! Il mio è stato True Blue di Madonna.
Amo da morire anche quello! E una buona domanda, comunque. Forse per me – e magari anche per te – il momento in cui ho deciso di andare a rovistare tra gli scaffali di dischi e non di giochi è stato un punto di svolta quasi identitario. Poi, diciamocelo, a sei anni la musica si apprezza quasi più per quello che fa, che per quello che è. E per me afferrare Janet è stato come dire: “io sono, o voglio essere, il tipo di persona che ascolta questo”.
E… nella casa dei tuoi c’era qualcosa tipo uno studio di registrazione sotterraneo, un posto dove la famiglia suonava, o una cosa del genere…?
Si, c’era, ma non era uno studio di registrazione. Era una grande stanza foderata di cartoni di uova, sai, il luogo comune della sala prove. Non posso dire che ci passassi molto tempo, anche perché è stata una casa che abbiamo lasciato moltissimo tempo fa.
Com’è stato venire su in un ambiente così creativo?
Ripensandoci, è stato fantastico. Mi considero molto fortunata. Ma certamente non posso dire di averla pensata sempre così. Quando hai cinque anni e i tuoi ti portano per mano in un night club, non puoi raccontarlo ai tuoi coetanei perché non hanno le categorie né gli strumenti per capire il tipo di esperienza. Andavo alle prove, ai concerti e tutto quanto. Volevo andarci, ovviamente, specie se a esibirsi erano i miei; anche se di tanto in tanto mi pesava non avere uno stile di vita più “regolare”. Grazie a Dio non sono mai stata messa in situazioni difficili, o troppo particolari per la mia età, come nei racconti di figli di musicisti che emergono di tanto in tanto. La mia è una questione più che altro di percezione. È capitato a volte che mi sentissi in imbarazzo, cioè che il lavoro dei miei mi imbarazzasse. È normale, del resto! Quando si cresce si tende a preferire quello che è uniformazione a quello che è anticonformismo. Le cose prendono i contorni giusti quando si è grandi. Adesso ovviamente considero mia madre e mio padre un grande motivo di orgoglio.
E come ti trovi a New York, adesso?
Benissimo, anche se non ho ancora un posto mio. La città è perfetta per qualsiasi cosa, ma la ricerca di un appartamento è infernale. Specie se non ci si vuole accontentare della prima cosa che capita. E io, appunto, non lo voglio. Per fortuna la cosa non nuoce per nulla al mio progetto, a Glasser: tutto quello che faccio è “portatile” e per provare o comporre mi serve lo stretto necessario. Tipo, un computer!
La sensazione che ho avuto a New York è stata strana, per quello che concerne la musica indipendente almeno: è come se lì l’idea stessa di nicchia fosse scomparsa, o si fosse andata a nascondere in anfratti abbastanza reconditi. Cioè, se vai a fare la spesa a Brooklyn, è probabile che dalle casse del supermercato suoni il disco degli Animal Collective.
Eh si, conosco il sentimento. La parola giusta per New York credo sia “competitiva”. È una cosa trasversale, che coinvolge moltissime aree della vita quotidiana: dagli appartamenti, appunto, fino all’essere in una band. Non c’è altro posto al mondo in cui vorrei vivere adesso, ma ammetto che trovarsi costantemente in mezzo a cose che il resto del mondo reputa “speciali” le renda sempre più ordinarie. E questo è un peccato. È un sentimento contro cui bisognerebbe combattere.
Tornando a te. Ho letto che hai una grande passione per i Muppets.
Si, sono profondamente appassionata di Muppets (ride, NdR). Ma soprattutto di Jim Henson, il loro creatore. Immagino conoscerai Labyrinth, o Fraggle Rock. Ma Kermit e la gang erano famosi quando eravate piccoli voi, in Italia?
Si, credo che qualcosa sia andato in televisione. Ma il fenomeno, suppongo, sia rimasto più marginale rispetto agli Stati Uniti. Cioè, da quello che ho visto, non c’è un bambino di America che non sappia chi è il Cookie Monster; non so se da noi si possa dire altrettanto.
No, infatti, è piuttosto raro.
Ma, vorrei capire, quello che dici averti ispirato di Henson, è più a livello musicale o creativo, in maniera generica?
Lui è un autore, un creatore straordinario. Quello che mi affascina è la sua capacità di costruire realtà parallele, alternative, con palette di colori variopinte e originali (te l’ho detto che sono fissata con i colori). Può darsi che sia penetrato nel mio orecchio anche per quel che concerne certe melodie, ma dopo tanti anni credo che la sua influenza sia indistinguibile, ossia, magari c’è, ma io per prima non la sento più.
Soprattutto, da dove è venuta fuori questa storia dei Muppets? Non credo di aver trovato una singola intervista o articolo sul tuo conto che non citasse questa faccenda! E noi abbiamo riconfermato.
È vero, accidenti, l’ho detto a una sola persona, non ricordo chi esattamente e poi tutti l’hanno presa da lì. Immagino che non sia così frequente imbattersi in un musicista che parla di Sesame Street. L’infanzia ci avvicina tutti. Ed è un ottimo spunto di conversazione.
Rimanendo in tema di omaggi e “cose che amiamo e non sappiamo come ma fanno parte di quello che facciamo”, il video di Mirrorage contiene una citazione precisa della Loggia Nera di Twin Peaks…
Lo so, è pazzesco. Mi credi se ti dico che non ci ho pensato, che non ci ho fatto caso? Me ne sono accorta soltanto dopo. D’altronde io adoro l’immaginario di Lynch e la Loggia Nera effettivamente mi è rimasta dentro. A dirti la verità, però, non sono una grandissima amante del cinema e della televisione, devo essere nel mood giusto per lasciarmi andare, rilassarmi: e non mi capita così spesso.
Di questi tempi si finisce sempre a parlare di serie televisive. Come ti difendi, allora, con gli amici, nelle conversazioni?
No, ma qualcuna ne guardo! Sono stata innamorata di Six Feet Under e di recente ho seguito con passione Project Runway.
Credo che vada in onda sulle reti a pagamento. Ma ovviamente so di cosa si tratta: è il reality condotto da Heidi Klum, protagonisti una serie di aspiranti stilisti che devono creare abiti e accessori con limiti di tempo e ostacoli di ogni sorta, dico bene?
Si! È incredibile quello che una mente creativa è in grado di ricavare da… praticamente niente.
Bene. Chiusa parentesi. Riprendendo l’argomento musica, il tuo stile canoro viene spesso paragonato a Bjork e Joni Mitchell. Vivi questa cosa come una sfida, un onore o…
Mi spiace solo che nessuno mi associ a un uomo! Mi piacerebbe. Mi sembra di essere vissuta come cantautrice, con tutto quello che il nome si porta. Tutte le cantautrici vengono avvicinate l’una all’altra, sempre donne con donne, mai donne con uomini o viceversa. Sarebbe un bel cambiamento.
Ce n’è qualcuno in particolare?
In realtà pensarci è difficile anche per me… Comunque Joni Mitchell è stata una colonna portante nella mia formazione musicale, mi ha ispirato all’ennesima potenza. Un’altra donna che è di grande rilevanza per la mia musica è Karin Dreijer Andersson.
Fever Ray e The Knife.
Si, anche se in realtà l’ho ascoltata pochissimo con The Knife e moltissimo con Fever Ray. Insomma, qualsiasi cosa faccia. La adoro. Di solito non ascolto molta musica “nuova”; credo sia una cosa comune a molti musicisti, che finiscono per essere più assorbiti dalla loro. Però dopo essere stata in tour con gli xx li ho messi in loop nello stereo. La loro musica è universale e sono certa che ci accompagneranno per un bel pezzo (anche se lì per lì, devo dire, non ci ho parlato parecchio). Adoro anche Caribou…
Anche, forse sono solo io, ma in Ring mi pare di avere sentito una eco della musica tradizionale giapponese…
Sono stata in Giappone e ci sono molte scale pentatoniche nell’album, a cui sono dedita da quando ero piccola… penso sia stato questo a darti l’impressione.
Non sono “fissata”, ma ho un certo feeling con la cultura del posto e – come hai capito – sono affascinata dalle forme, dunque il loro design mi fa impazzire.












Lascia un Commento