Andreas Nilsson, svedese, trentasettenne, è diventato per caso un regista di videoclip. Dopo quasi dieci anni d’attività e collaborazioni con The Knife, Royksopp, Mgmt e Depeche Mode, si descrive ancora come un pittore fallito, alla ricerca della propria strada. Noi invece lo consideriamo uno dei filmmaker più geniali del decennio. Chi starà sbagliando? (Foto di Mathias Sterner).
Presentati ai lettori di PIG.
Mi chiamo Andreas Nilsson. Ho trentasette anni. Sono nato a Eksjö, un paesino sperduto nel sud della Svezia. Ma sono cresciuto a Aneby. Un villaggio ancora più piccolo, tra le foreste. Oggi vivo a Malmö. Volevo fare il pittore. Invece sono diventato un filmmaker.
Quando hai capito di voler fare il regista?
In realtà non l’ho ancora realizzato. Sono aperto a qualsiasi cambiamento. Non mi dispiacerebbe aprire una panetteria.
Che tipo d’educazione hai avuto?
Ho studiato arte. Otto anni. Un’eternità.
I tuoi genitori che lavoro facevano?
Mio padre rapinava banche. Mia madre è uno struzzo.
Dove ti senti a casa?
Nel mio giardino. In compagnia di mia moglie.
Com’eri da piccolo?
Sono cresciuto in un piccolo villaggio. Se non giocavi a calcio o andavi in chiesa eri destinato a una vita alquanto solitaria. Io passavo la maggior parte del tempo a casa con il mio Commodore 64, registrando demo su Fast Tracker, un software di musica, o disegnando. Una volta io e mio fratello abbiamo dato fuoco a un bosco. Il più grande traguardo della mia infanzia.
Cosa si prova a essere uno dei registi di videoclip più apprezzati e richiesti del momento?
Davvero? Non me ne sono neanche accorto. Ti ringrazio comunque.
Come descriveresti il tuo stile?
Dark Comedy.
Prima di fare il regista suonavi nei Silverbullit. Una rock band svedese con cui hai avuto un discreto successo. Mi racconti la vostra storia?
E’ abbastanza banale. Eravamo un gruppo di sfigati che amavano la stessa musica. Abbiamo iniziato facendo cover di Joy Division, Spacemen 3 e Loop. Avevo diciassette anni. Poi ci siamo messi a scrivere brani originali e la cosa ha anche funzionato per un po’. Studiavo a Goteborg in quel periodo. Quando mi sono trasferito ho mollato. Loro suonano ancora.
Come hai iniziato a girare videoclip? Avevi qualche tipo di esperienza alle spalle?
Durante gli anni dell’Accademia d’Arte ho diretto un paio di corti sperimentali d’animazione e ho imparato a usare After Effects da autodidatta. Karin Dreijer dei The Knife ha visto alcuni di quei lavori e mi ha chiesto di girare il video di Heartbeats. E’ stato un incidente. Ho subito vinto un Grammy Award svedese.
C’è un legame molto forte tra di voi, mi sembra di capire. Come vi siete incontrati?
Ci siamo conosciuti sotto un tavolo da ping pong nel 1995, a Goteborg. Lavorare con lei mi ha influenzato parecchio. E’ sicuramente una delle persone più importanti della mia vita. Ci scriviamo via mail e parliamo molto al telefono. Abbiamo conversazioni molto astratte. Discutiamo per ore senza un obiettivo preciso. Solo per confrontarci. Per il puro gusto di comunicare.
Che impressione ti ha fatto la prima volta che avete parlato?
Mi ha trasmesso un fortissimo senso d’integrità e timidezza.
Mi descrivi i visual e la scenografia che hai creato per l’ultima parte del suo tour come Fever Ray?
Volevamo allontanarci dal mondo primitivo concepito all’inizio del tour nel 2009. Per le ultime date abbiamo deciso di ricominciare da zero e sviluppare questi nuovi personaggi che assomigliano a zombie appena usciti da un consiglio di amministrazione. Ci siamo mossi su territori decisamente più attuali. Ma non voglio parlarne troppo. So che Karin non apprezzerebbe.
Cosa ha ispirato invece la messa in scena del tour di Silent Shout dei The Knife, di cui eri l’ideatore?
Ci siamo ispirati a Fantasia della Disney e a Einstein On The Beach di Robert Wilson. Volevamo creare uno spettacolo molto teatrale, lontano dal classico concerto. Un’esperienza audiovisiva dove i musicisti sul palco fossero secondari, focalizzando l’attenzione sulla musica e l’interazione con i visual.
Con loro, mi accenavi prima, hai girato il tuo primo video in assoluto. Qual è l’idea dietro a Heartbeats?
E’ un video concettuale. Inizialmente volevo usare solo immagini di repertorio legate al mondo degli skaters. Il risultato però era statico e noioso. Così abbiamo aggiunto delle scene in animazione. In questo caso è stato cruciale l’aiuto di Johannes Nyholm, un amico che mi ha insegnato a destreggiarmi professionalmente con After Effects. Gli sono debitore.
Nei tuoi lavori in effetti c’è molta post-produzione. Fai tutto da solo o hai qualcuno che ti aiuta?
Nei miei primi lavori facevo quasi tutto da solo, in pieno stile DIY (Do it Yourself). Oggi posso permettermi di assumere qualcuno che lo sappia fare meglio di me e abbia più tempo.
Qual è stato sinora il momento più importante della tua carriera?
Il giorno in cui mi hanno detto che non dovevo per forza occuparmi di tutto io. Che esistevano delle aziende chiamate compagnie di produzione.
Hai mai rifiutato un lavoro perché non ti piaceva una canzone o la band che avresti dovuto dirigere?
Capita spesso. Per girare un videoclip non basta una buona idea. E’ importante stabilire una connessione con le persone che hai di fronte. La cosa più importante è capire il perché un brano è stato scritto. La sua storia. Cosa intende trasmettere. Non è sufficiente voler vendere un sacco di dischi.
Mi descrivi un tuo tipico giorno sul set?
Mangio un sacco di frutta. Cerco di non incazzarmi e di trattare la gente con rispetto. Non ho mai capito perché urlare sia considerato normale sul set.
Dove prendi ispirazione per i tuoi video? Hai mai usato i tuoi incubi o i tuoi sogni come materiale narrativo?
No, ma ho utilizzato le allucinazioni come fonte d’ispirazione. E’ un processo molto simile. Le situazioni in cui si sogna a occhi aperti nella vita reale sono molto più interessanti e imprevedibili. Oggi come oggi cerco di basarmi su esperienze di vita reale o storie, anche poco credibili, che sento raccontare in giro. Ho una maggiore predisposizione a guardarmi intorno rispetto al passato, quando per lo più scavavo nella mia immaginazione, lasciando fuori il mondo. La mia creatività si basa sull’equilibrio tra duro lavoro e distacco assoluto. Le migliori idee mi vengono facendo qualcos’altro. Quando viaggio o sono impegnato in giardino.
Hai degli incubi ricorrenti? Me ne racconti uno?
Vivevo con una lontra marina quando avevo sedici anni. Era la mia compagna di stanza. Completamente pazza. Era incredibilmente aggressiva e di notte mi mordeva le dita dei piedi. Una situazione molto stressante. Non volevo liberarmene però. Ho iniziato a sognare regolarmente di lottare con piccoli animali e di ucciderli ferocemente. Ho avuto questi sogni per parecchi anni dopo la sua morte.
Vivi il filmare come un momento catartico?
Più che di catarsi parlerei di sbornia. Alla fine delle riprese ho sempre dei postumi pazzeschi.
Il tuo videoclip preferito di tutti i tempi?
Non credo di averne uno. Forse Symphonie Diagonale di Viking Eggeling, un film astratto del 1924.
Com’è nata questa passione per il cinema sperimentale?
So solo che sono rimasto folgorato quando ho visto per la prima volta quel film. La stessa cosa mi è capitata con le opere di Oskar Fischinger e le collaborazioni tra Schönberg e Kandinsky.
Nel video Saturday‘s Waits di Loney Dear hai utilizzato un cane come attore per impersonare il ruolo di un essere umano. Quanto è stato difficile realizzare quelle riprese?
Non si vede quasi mai un cane fare lavori umani. O sbaglio? Recitare non fa differenza. Ho scelto un animale che non impazzisse dopo due ore trascorse in studio.
Qualche episodio divertente?
Il nostro eroe a un tratto, nel bel mezzo delle ripese, ha smesso di muoversi. Siamo sbiancati. Era un cane molto anziano e per un po’ abbiamo pensato che fosse morto. In realtà si era addormentato per la stanchezza.
Let my shoes lead me forward di Jenny Wilson è girato completamente in stop motion. Tutto il video è incentrato su centinaia di scarpe che si muovono, formano coreografie e disegni geometrici. Quanto tempo c’è voluto per realizzare un’impresa del genere?
Non è stato poi così complicato. Ci abbiamo lavorato soltanto in tre. Le riprese con le scarpe sono durate un giorno. La post-produzione due.
Sei una persona paziente?
Credo di avere una buona morale del lavoro. E’ una cosa che amo d’altronde. Sono molto meno paziente nelle situazioni sociali.
Di recente ho visto dal vivo a Stoccolma i Wildbirds & Peacedrums al Sodra Teatern, accompagnati da un coro polifonico. E’ stato un concerto magico, assolutamente unico. Hai diretto il video di There Is No Light. Com’è stato lavorare con loro?
Sono miei amici. Tutto è stato fatto in maniera un po’ diversa dal solito. Eravamo solo noi tre. Sono venuti in studio e ho girato l’intero video con una camera DV, usando soprattutto luci naturali. Sono una coppia fantastica e dei musicisti geniali.
Nei tuoi clip i personaggi sono spesso figure solitarie o degli outsider. Quasi dei freak. Ad esempio l’uomo maiale nei due video che hai girato con José Gonzàlez. Cosa trovi d’interessante in questi elementi? Quanto metti di stesso in quello che fai?
Questa è una domanda che dovresti fare a mia moglie, che è una psicologa. Purtroppo non è in casa.
Ti consideri un freak?
No, ma alcune persone pensano che lo sia. La stranezza è un filtro negli occhi dello spettatore. Non è nulla di oggettivo. E’ sconfortante non avere la curiosità di guardare la realtà da diverse angolazioni.
I White Lies sono un altro di quei gruppi con cui hai un rapporto speciale. Raccontami di questa collaborazione.
Ho girato il loro primo video in assoluto, Death, che a sua volta è stato il mio primo lavoro con una vera e propria produzione alle spalle.
Abbiamo condiviso momenti importanti per le nostre rispettive carriere e siamo diventati molto amici. Eravamo insieme io, Harry, il cantante del gruppo e il loro manager, Jallo Faber, sperduti nella tundra russa durante alcune riprese, quando è arrivata la notizia che il loro disco aveva raggiunto la vetta della classifica. E’ stato davvero emozionante. Un bellissimo ricordo.
Ti piace la loro musica?
Certo. Se poi instauri un rapporto profondo con gli artisti il concetto di buona o cattiva musica diventa meno interessante.
Qualche musicista con cui ti piacerebbe lavorare?
Se mi chiamassero gli Emperor, gli Shags e Grace Jones accetterei immediatamente.
Una domanda che nessuno ti ha mai fatto e alla quale vorresti rispondere?
Ho una casa a Zanzibar da regalare. La vorresti?
La risposta sarebbe?
Certo che sì!
In base a cosa decidi se un video sarà girato in pellicola, avrà una struttura narrativa o sarà un’opera d’animazione? E’ una scelta legata all’estetica dell’artista con cui stai collaborando?
No, è una decisione che tiene conto delle mie esigenze creative. L’aspetto positivo di lavorare con i videoclip è la libertà che ti garantiscono. Cerco progetti che mi consentono di sperimentare e di seguire un percorso di ricerca personale.
Come hai trovato i bikers ballerini giapponesi in Nothing To Worry About di Peter, Bjorn & John?
Ho vissuto in Giappone per qualche mese nel 1998. Ho visto questo gruppo di motociclisti e ho subito pensato che avrebbero dovuto essere i protagonisti di un film o qualcosa del genere.
Sei quindi tornato in Giappone per filmarli?
Ero lì in vacanza con mia moglie, mio fratello Filip e la sua compagna. In quei giorni Bjorn mi ha spedito la traccia e ho immediatamente pensato ai bikers. Così ci siamo fermati qualche giorno in più, li abbiamo contatti ed è nato un videoclip.
Mio fratello ha co-diretto le riprese. Grazie a loro abbiamo conosciuto un lato di Tokio che non avremmo mai potuto immaginare. E’ stata un’esperienza surreale.
Il ballo come riscatto per un outsider, o come una religione, mi sembra anche il tema del secondo video che hai diretto per Peter, Bjorn & John: It Don’t Move Me. L’aspirante Michael Jackson come l’hai incontrato?
Si chiama Marcus e lo conosco da quando ha dodici anni. Apriva i concerti dei Silverbullit con le sue performance. Siamo rimasti in contatto. La sua energia era al massimo nel periodo in cui abbiamo girato quel clip. Semplicemente magnetica. Anche in questo caso mi ha dato una mano mio fratello. L’attore che interpreta il coach di Marcus infatti è l’istruttore di tennis di Filip. Il ragazzo con la maschera invece è mio nipote.
Nell’ultimo anno hai lavorato con alcuni dei gruppi più interessanti nel panorama della musica pop di oggi.
Partiamo dagli Mgmt.
Ragazzi adorabili. Anche se estremamente impegnati. Ci siamo più che altro parlati al telefono. Sono delle autentiche popstar. Flash Delirium è stato uno dei lavori più impegnativi della mia carriera. Le riprese e la post-produzione mi hanno impegnato per più di un mese.
Royksopp.
Sono molto intelligenti, hanno grande personalità e un sacco di ottime idee anche dal punto di vista visivo. E’ stata una collaborazione molto stimolante. Ho girato il video di There Must Be It e due corti promozionali per loro. Tutti incentrati sulla relatività del tempo e sull’esistenza di universi paralleli. Sono sempre stati coinvolti nel processo creativo e molto propositivi. Uno dei corti lo abbiamo girato a Skåne, nel sud della Svezia, a casa di Stefan Bogars, un collezionista di bambole.
Crystal Castles.
E’ stata l’esperienza più difficile che abbia avuto. Non gli sono piaciuto. Inutile girarci intorno. Ci sono rimasto male. E’ come se mi fossi rivisto in loro da giovane. Aggressivi, confusi, intransigenti. Dovrebbero continuare a fare tutto da soli.
Come hai fatto a scritturare Kirsten Bell, la star di Heroes, per il video di Madder Red degli Yeasayer?
Le ho mandato il copione perché credevo fosse perfetta per la parte. Ma non ho ricevuto risposte.
Poi l’ho incontrata per caso all’Apple Store di Santa Monica. Mi sono avvicinato e le ho raccontato del progetto. Il giorno dopo ci stavamo accordando sull’inizio delle riprese. Adorabile.
Il tuo regista preferito?
Heineke, Seidl, Bela Tarr e Herzog.
L’attore?
David Dencik.
Il pittore?
Kazimir Malevich.
Che musica ascolti in questo periodo?
I dischi dell’etichetta di mio fratello, la Kning Disk. Alfred Schnittke e i Television Personalities.
Mi suggerisci qualche artista svedese da tenere d’occhio?
Fredrik Söderberg, Christine Ödlund, Christian Andersson, Alexander Gutke, Matti Kallionen.
Come t’immagini tra dieci anni?
Spero di essere ancora vivo. Mi piacerebbe trasferirmi a Tirana, una città che adoro.
Progetti futuri?
Un video per la Converse che coinvolge gli Hot Chip e alcuni membri dei New Order, una pubblicità per un’agenzia d’assicurazione e un’opera teatrale di Bergman con Malin Stenberg e Karin Dreijer Andersson. Esordiremo a Marzo al Royal Theater di Stoccolma.
Descrivimi in tre parole come ti senti in questo momento.
Non è interessante.
In effetti sono proprio tre.









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