
(Foto Sean Michael Beolchini) Contrariamente a quello che credono i più, Sang Bleu non è solo una rivista, bensì un progetto crossover che spazia dai tatuaggi alla letteratura, dall’antropologia alla moda, dalla sociologia all’arte contemporanea. Una famiglia, composta da persone che condividono lo stesso sentimento culturale e il medesimo approccio intuitivo nei confronti dell’attività umana. Maxime Buechi ne è il carismatico fondatore che – con il suo background eterogeneo, gli interessi poliedrici e una passione per i tatuaggi – sei anni fa ha dato vita a una delle pubblicazioni indipendenti più interessanti su scala mondiale. Un progetto versatile e in continua evoluzione che spazia ben oltre i campi dell’editoria: magazine di cultura contemporanea underground? Libro? Periodico di body art, bondage e feticismo? Casa editrice? Piattaforma artistica multiculturale? Blog? Le sfaccettature sono molteplici, troppe per etichettarlo: così, per capirne di più, l’ho incontrato a Milano in occasione dell’uscita del quinto numero del magazine e ho scoperto che quella dei tatuaggi è solo una copertura…
Come viene in mente a un ragazzo nato in un paesino svizzero di creare una rivista ispirata al mondo dei tatuaggi?
C’è sempre stato un desiderio in me di mettere assieme le cose che mi piacciono, i miei interessi e tutto ciò che trovo importante per la mia identità. E’ difficile spiegare l’ordine in cui sono avvenute le cose, ma proverò a cominciare dal principio. Alla base di tutto sta il mio interesse per tutto ciò che caratterizza l’apparire, l’apparenza osservata in una prospettiva sociale…
Parlami della tua infanzia:
Sono cresciuto negli anni ‘80 ed ero un teenager nei ‘90, il periodo di boom per i grandi marchi; sono nato in un piccolo paese e provengo da una famiglia modesta, quindi non potevo permettermi quei vestiti: sono semplicemente cresciuto osservando i movimenti dall’esterno, senza farne parte. A dieci-undici anni passavo il tempo a chiedermi il significato delle diverse “divise” indossate dai membri di movimenti come i punk o i mod, ragionando sul senso di appartenenza che esse potevano offrire. Era come se tutti dovessero appartenere a qualcosa, in un modo o nell’altro…
E tu non ti sentivi parte di niente?
No… Presto però ho cominciato a fare skateboard e così finalmente ho inziato a sentirmi parte di qualcosa: della cultura americana, dello skate e dell’hip hop.
Avevi modo di uscire dalla Svizzera, di viaggiare?
No ero fisso lì.
Cosa hai studiato?
Ho fatto il liceo scientifico, all’università ho studiato psicologia e poi mi sono iscritto alla Scuola d’Arte per fare Graphic Design e Visual Communication.
Una formazione piuttosto eclettica…
Sì, ho sempre risentito di diversi stimoli e influenze: per questo credo di essere così versatile, così libero. Nessuno mi ha mai detto che appartenevo a qualcosa o a un tipo di categoria. La questione per me era chi pensavi tu di essere, non cosa gli altri pensavano tu fossi. Tutto quello che ho studiato mi è servito per analizzare la realtà secondo diverse prospettive e punti di vista.
In tutto questo pot pourri di influenze e riferimenti, quando è nato l’interesse per i tatuaggi?
E’ una cosa che risale alla mia adolescienza. Per me non ci sono mai state cose vietate o sconvenienti: in Svizzera non sono diffusi i tatuaggi, ma non c’è nemmeno una “legge” contro di essi o un’opposizione morale. Da ragazzino non ho mai sentito nessuno scandalizzarsi per un tatuaggio o associarlo alla criminalità… per me farsi un tatuaggio era farsi un tatuaggio! Poteva essere inusuale, ma non sapevo davvero che cosa significasse: era ok, punto. Nel mio caso poi era semplicemente qualcosa che mi attirava per via dell’affinità al mondo dei writers e dell’hip-hop. Anche oggi nei miei giudizi continuo a basarmi su questo criterio: per me esiste solo lo sbagliato ed il giusto, più che il vietato o il permesso… Se sento, in accordo con i miei valori, che posso fare qualcosa anche se illegale la farò; allo stesso modo ci sono molte cose che ritengo sbagliate, ma che sono permesse nella nostra società. E’ il mio senso critico a rendermi indipendente. Per i tatuaggi, dal momento che i miei non mi scoraggiarono in alcun modo, valse lo stesso discorso: in quella fase essi rappresentavano per me un aspetto importante nel processo di identificazione con le culture cui mi sentivo vicino. Un giorno incontrai un fantastico tatuatore e pensai semplicemente che tatuarsi fosse bellissimo…
Quando arrivò il momento di lasciare la Svizzera?
Mi diplomai alla Scuola d’Arte nel 2004 ma capii subito che in Svizzera non esisteva una figura professionale che mettesse insieme tutti gli interessi che avevo coltivato e il fatto di dover scegliere un unico ruolo mi frustrava parecchio. Così mi trasferii a Parigi dove venni preso come designer e grafico, tuttavia ci volle poco perché realizzassi che anche quella francese era una società molto rigida: lavorativamente parlando se non facevi parte di una categoria definita non avevi possibilità… O almeno questo fu ciò che percepii allora. Decisi di partire per Londra e lì vi trovai una situazione completamente diversa…
Cosa ti fece innamorare di Londra?
Non fraintendere, amo Parigi e sono sempre felice di tornarci anche perchè ho un sacco di amici lì, ma alla fine credo che per me fosse giusto andare a Londra per capire chi fossi veramente e per scoprire molte cose su me stesso. Ora, ad esempio, quando torno a Parigi posso essere semplicemente quello che sono. A Londra trovai movimento, evoluzione, dinamicità e quella flessibilità che la rende “sperimentale”: quando si tratta di identità sociali e cose di quel tipo è una città meno rigida. Le persone giocano con la propria identità…
Vero, in effetti parlando d’identità anche il modo di vestire ha il suo peso…
Eccome! Non a caso sono affascinato e molto interessato al lavoro degli stylist…
Ti piacerebbe fare questo mestiere?
Sì, molto. Confesso che mi piacerebbe provare, anche se in realtà quando si tratta di me stesso non gioco con i vestiti e finisco sempre per usare le stesse cose. Ma ammiro il fatto che alle persone, a Londra in particolare, piaccia giocare con la propria apparenza, sperimentando: questo crea un rapporto più flessibile e rilassante tra l’apparenza e l’identificazione sociale.
Trasferendoti a Londra avevi già in mente di creare la tua rivista?
In realtà iniziai con un’osservazione molto semplice della società: a quel tempo avevo appena finito il mio tatuaggio ed ero molto appassionato del tema, così arrivai con l’obiettivo di scoprire quanto fosse profonda quella cultura lì. Conobbi subito moltissime persone con la mia stessa passione, negli ambienti più diversi – giornalisti, stylist, make up-artist ecc. – e notai che il mio background e i miei interessi variegati riscuotevano un certo interesse e curiosità. Ci volle poco perché realizzassi che non esisteva una pubblicazione che si occupasse di tatuaggi in modo esauriente ma eclettico: le poche riviste esistenti trattavano il tema in modo esclusivo. Così nacque l’idea di creare qualcosa che andasse “oltre” i tatuaggi pur partendo da essi, qualcosa che trattasse insomma i temi che interessavano me e le persone che mi circondavano…
Nel frattempo il tuo lavoro di grafico e art director continuava?
Sì: lavoravo per alcuni magazine di moda (Self Service e Arena) ma anche nell’editoria, il mondo che mi interessava di più, collaborando alla realizzazione di libri d’arte e costruendo un legame anche con questa dimensione.
La moda era comunque qualcosa che volevi facesse parte della rivista fin dall’inizio, no?
Sì assolutamente: proprio i tatuaggi mi permisero di collegarmi al mondo della moda perché in qualche modo interessavano quel settore. Tuttavia per me non si trattava di fare un magazine specifico su qualcosa, eccetto forse che sulla cultura contemporanea. I tatuaggi offrirono il punto di partenza e, insieme ad altri aspetti, confluirono in un quadro più grande. Nella rivista c’era e c’è davvero di tutto: nell’ultimo numero ad esempio c’è un testo storico, sulla guerra, che non è così usuale in una pubblicazione di moda e tatuaggi. Le persone magari non notano articoli di questo tipo perché non vi prestano attenzione, ma la nostra non è stata mai una pubblicazione “solo” di moda e neanche “solo” di tatuaggi. Non c’è mai stato un unico sentimento culturale…
Escludendo l’utilizzo di un criterio di “esclusività” legato alla dimensione dei tatuaggi, non si può nemmeno negare che essi abbiano giocato un ruolo di collante culturale nel progetto…
Ho sempre ricercato un collegamento culturale tra i contenuti, ma esso non doveva per forza essere rappresentato dai tatuaggi, seppur tutto sia effettivamente iniziato con essi…
Secondo quali criteri hai selezionato i contenuti della rivista nel corso degli anni?
Ho iniziato occupandomi di qualcosa che si era “perso”: ho preso dei bravi tatuatori, li ho fotografati e intervistati, creando articoli interessanti su persone altrettanto interessanti. Sembra banale ma in effetti non esisteva prima una pubblicazione che trattasse il tema in questo modo. Poi ho semplicemente pensato di aggiungere un po’ di moda che, come dicevo, per me non è altro che il modo in cui le persone manifestano la propria identità, attraverso l’apparenza. Mi sono semplicemente chiesto: “Che tipo di moda funziona con questo mondo?”. Nel primo numero gli shooting erano piuttosto “classici” e i collegamenti abbastanza ovvi: c’era un servizio con riferimenti fetish per il quale avevo creato un lay-out che non lo rendesse grottesco. Aveva funzionato, perché aveva un senso nella mente delle persone. Ora mi sento molto più libero e posso trovare relazioni più astratte, ma c’è sempre quel tipo di passaggio o collegamento: a volte due contenuti hanno due punti d’incontro diversi ma c’è sempre un collegamento.
Come sono strutturati questi collegamenti?
Le cose si collegano in base al modo in cui la sequenza è costruita: è una costruzione molto organica basata unicamente su quello che per noi è rilevante. L’unico criterio applicato è quello di mettere assieme alcune culture che sono percepite come underground.
Anche il nome suggerisce un duplice significato: blu non è solo l’inchiostro ma anche il sangue che scorre nelle vene della nobiltà…
Volevo affermare che qualcosa che viene percepito come popolare (i tatuaggi) può essere degno e stimabile quanto le belle arti; viceversa ritengo che molta arte contemporanea possa essere una schifezza perché vuota e senz’anima, a differenza di molta cultura underground, che può essere davvero forte.
Un titolo che corrisponde a una dichiarazione d’intenti…
Nel corso degli anni i contenuti si sono arricchiti ma i tatuaggi resteranno una costante del progetto?
Sì, ci saranno sempre perchè rappresentano me stesso. Ciò che è cambiato dai primi numeri è che ora so come funziona, conosco le mie potenzialità e quelle del progetto, ho dei fotografi che sanno cosa voglio. Adesso mi sento a mio agio e questo mi rende più libero di investire in nuove aree, osando anche un pò.
Fammi un esempio:
Nell’ultimo numero c’è più testo e sono presenti anche temi scientifici sperimentali: era tanto che desideravo trattare argomenti di questo tipo ma ho dovuto partire da altro e concentrarmi su altri aspetti prima di poterlo fare.
Come mai alcuni testi sono in inglese ed altri non sono tradotti? E’ una scelta stilistica o puramente dettata dalla necessità?
La seconda: non pago nessuno per tradurre così faccio quel che posso. Traduco da me e ho delle persone che mi aiutano, ma alcune cose sono troppo complicate se non paghi un professionista…
Se non sbaglio Sang Bleu è nata come pubblicazione semestrale ma mi sembra che questo criterio sia stato abbandonato in corso d’opera in favore di una maggiore libertà… anche in questo caso “necessaria”?
L’intenzione iniziale in effetti era di uscire due volte l’anno: sai, quando crei una rivista devi decidere che tipo di identità vuoi darle e lo fai associandola ad una sorta di formato esistente. Il tipo di formato con il quale mi identificavo di più io era quello di alcune pubblicazioni artistiche sperimentali, ma ho presto realizzato che non sarei stato in grado di far uscire due numeri l’anno. Il semestrale è un formato che segue le scadenze stagionali della moda ma con moda io intendo quella dimensione dell’apparire che include anche tatuaggi, feticismo o qualsiasi altra cosa: non mi rivolgo dunque solo alle persone del settore e non avevo dunque l’esigenza di seguirne il calendario. Così ho optato per una scadenza annuale: in questo modo le persone si relazionano alla rivista in modo più personale.
Uscite una volta all’anno, ma con un numero doppio, diviso cioè in due fascicoli. Qual è la differenza tra essi in termini di contenuti?
In realtà è doppio ma è come se fosse uno.
Stai cercando di confondermi?
La sequenza è stata disegnata come un unico grande magazine. Poi ho solamente pensato di dividerli nel mezzo.
Per comodità?
Più o meno. Si comincia con qualcosa di sperimentale che riguarda i tatuaggi nello specifico, poi un pò d’arte e letteratura e poi man mano c’è più moda, ma se ti soffermi sulla sequenza capisci che potrebbe anche essere tutto assieme. La mia è semplicemente stata una scelta logistica: ho realizzato che con i grandi giornali (l’ultimo Sang Bleu conta seicento pagine e Purple Fashion, per esempio, è di quattro o cinquecento) non parto mai dall’inizio e non arrivo alla fine: li leggo a pezzi e non riesco mai ad avere una percezione d’insieme. Ho capito che è più facilmente intuitivo per le persone avere due volumi e metterli assieme nella propria mente solo in un secondo momento per avere un quadro completo. Anche il penultimo numero aveva la stessa divisione, quella di un libro con la stessa struttura ripetuta due volte. Le persone non l’hanno mai davvero capito, perché non hanno mai prestato attenzione al fatto che fossero due giornali ben strutturati all’interno di uno.
Parlami del team: come hai scelto i tuoi collaboratori?
Tutto è avvenuto in maniera molto organica: all’inizio tutto ciò che avevo era un’idea, la mia capacità nel disegnare, il fatto che avessi studiato fotografia e che sapessi scrivere.
Quanto basta…
In effetti allora scrivevo molto e facevo molte foto. Ero giovane ed entusiasta.
Quanti anni avevi?
Ventisei, forse venticinque. A Londra incontravo persone fantastiche in ogni momento e parlavo loro della mia idea: ero tipo: “Wow cool, facciamolo e basta”. Poi ho approciato alcuni tatuatori importanti che erano nella scena, ho menzionato questo progetto per sentire il loro parere e ho ricevuto feedback positivi. Ho poi avvicinato alcuni fotografi e loro mi hanno detto che mi avrebbero supportato…
Com’era strutturato il primo numero?
Piuttosto piccolo, centoquaranta o centosessanta pagine. C’erano quattro o cinque articoli su tatuatori, persone da cui mi recavo con la mia macchina fotografica facendo tutto da me. A volte mi aiutavano amici e altre volte le persone conosciute tramite myspace.
Myspace era una bomba in quel periodo, ti ha aiutato molto?
Tutto questo non sarebbe potuto succedere senza quel media perché mi garantì un feedback incredibile in giro per il mondo, dalla Svezia, all’America.
Il primo numero uscì nel 2004…
Sì: andò molto bene e iniziai a ricevere più attenzioni. Al secondo lavorò anche un’ex-amica, una ragazza che aveva lavorato da Purple Fashion e che quindi aveva molti contatti nella moda…
Ex-amica?! Perché?
Perché dopo un po’ questa simpatica ragazza decise con il suo nuovo boy di rubare il nome per farne un suo progetto.
Che miserabile infame!
Non parlo di questo molto spesso e non faccio nomi, non sono il tipo di persona che deve pubblicizzare questo tipo di cose.
Ma io sì! Ahaha. Sono curiosa.
In pratica costituirono letteralmente una compagnia con il nome Sang Bleu senza informarmi e poi dissero “Ehi abbiamo iniziato questa compagnia senza di te”. Molto semplicemente. E io, basito: “Siete fottutamente pazzi? Voglio dire, voi non conoscete niente di tutto il progetto!!!”. Questo accadde alla fine del secondo numero.
Un vero patatrac..
Sì, un casino. Non prestavo abbastanza attenzione perché mi fidavo e mi hanno fregato. Mi è costato molti soldi ma per fortuna ho avuto una ventina di persone che spontaneamente hanno scritto dicendo “Ehi cos’è quella roba? Sei tu che hai iniziato tutto questo, noi siamo con te”. Avevo molti appoggi, ma allo stesso tempo avevo paura perché lei era quella in grado di inserire dei veri contenuti di moda perché aveva i contatti necessari per farlo e la moda, si sa, in una rivista rappresenta una fonte di entrata di denaro: se hai la pubblicità hai i soldi per tirare avanti la baracca. Questa però non era la filosofia di Sang Bleu, una rivista che è sempre stata autofinanziata con le vendite… Non ci sono stati soldi nel progetto fino ad oggi!
Puoi spiegarmi meglio il ruolo della moda nel tuo progetto?
La moda c’è sempre stata ma solo perché pensavo dovesse far parte di quella visione culturale: moda come cultura e non moda sottoposta alle leggi dei mercati e delle stagioni. A me interessa l’energia che le persone mettono nel modo in cui si vestono e nel significato che attribuiscono a ciò che indossano. Per gli umani vestirsi è importante quanto mangiare ed è la prima cosa che li identifica nell’appartenere a un gruppo piuttosto che ad un altro. E’ qualcosa di realmente importante per l’identità umana e lo è sempre stato, assumendo significati diversi a seconda delle fasi storiche. Chiaramente ci sono alcuni designer contemporanei che trovo interessanti, ma ci sono anche molte cose che trovo non abbiano un significato.
Quando è avvenuto il vero “salto”?
Senza pubblicità e senza recensioni sono riuscito a vendere tre numeri e poi ho iniziato a ricevere attenzioni con il quarto. Molte persone interessate al progetto hanno cominciato a lavorarci per supportarlo: oggi ho parecchi collaboratori straordinari, fotografi famosi e persone qualificate. Sono stato fortunato ad incontrare persone che ci hanno creduto davvero fin dall’inizio e che sono diventati amici e collaboratori fissi, come Adrian Wilson o Ben Perdue: senza di loro non ce l’avrei fatta! Ora sto lavorando anche con la mia ragazza, Jeanne-Salomé: lei viene dal mondo delle belle arti ed è molto coinvolta in quella direzione. Adesso siamo una vera famiglia che cresce: è fantastico ma non voglio cresca troppo, sto pensando di restringerla perché penso che ci siano più persone di quelle che servono.
Ci sono quattro-cinque collaboratori davvero attivi e non penso ce ne dovrebbero essere di più; voglio lavorare con persone così coinvolte che possano portare avanti il progetto per conto loro: io gli ho dato vita, ma esso appartiene anche a coloro che vi hanno preso parte e sono felice di vedere come alcuni lo conoscano così bene da portarlo avanti da sé. Questa è la mia ricompensa principale. Persone come Jason Farrer, con cui sto lavorando ultimamente, capiscono l’anima del progetto e riescono a far evolvere le cose in un modo a cui io magari non avrei pensato. Io sarò sempre lì a guardare come evolve e non importa se si lo farà in un modo che non avevo calcolato all’inizio perché le cose muoiono quando hanno una formula rigida, specialmente un progetto artistico.
Chi si occupa del sito e del blog?
Io.
Come sta andando?
Sta andando bene: sento che alcuni contenuti sono più appropriati per il sito che per la rivista, come i portfolio per esempio (trovo interessante promuovere cose che appartengono a questo mondo). Sito e magazine sono due cose ben separate: per Sang Bleu è importante rimanere sperimentale nella forma focalizzandoci sul significato e sull’attuale contenuto.
Cosa pensi del processo di crescente digitalizzazione delle riviste e della crescita di internet nel settore dell’editoria? Qualcuno afferma che il mercato delle riviste è destinato ad esaurirsi: tu come vedi il futuro?
Io la penso così: quando la televisione è apparsa non ha ucciso la radio, l’ha solo cambiata. Alcuni show radiofonici erano versioni “costrette” a causa delle limitazioni del media e con l’arrivo della televisione questi show non hanno più avuto motivo di esistere in radio; è altrettanto vero che per molte cose il mezzo ideale restava e resta tutt’ora la radio: la musica ad esempio è più interessante senza immagini! La musica alla televisione non sarà mai forte come quella alla radio, perché c’è un legame tra la mente e l’udito.
Lo stesso secondo me, con le dovute differenze, vale per internet. In molti casi è solo cambiato il modo in cui si percepiscono le cose: internet sta sicuramente cambiando le carte in tavola, per esempio quando si tratta d’informazione (si basa sull’informazione immediata e non ci sono quotidiani nemmeno approssimativamente vicini ad esso). Questo media permette di avere informazioni in tempo reale e io sto sfruttando proprio questa potenzialità: non c’è ragione di mettere certe notizie su carta perché sarebbe solo una versione limitata di quello che puoi avere da internet. Allo stesso tempo ci sono molte cose che non funzionano sul web. Non ci sono dubbi sul fatto che la carta e i media fisici sopravviveranno, ma cambieranno..
Cosa rende il web così potente secondo te oltre all’immediatezza?
Il fatto che sia un media accessibile a tutti: questa sua caratteristica offre una grande libertà espressiva rispetto a quella su carta… Ma è anche uno svantaggio perché molte persone ricercano le cose difficili da trovare e con internet non potrai mai raggiungere l’esclusività di quando sei fisicamente con una persona o hai davvero un oggetto tra le mani.
Tu come selezioni i contenuti riservati al web rispetto a quelli adatti alla rivista? Il criterio è sempre temporale?
Sì, è solo una questione di contenuto: i pezzi riguardanti la quotidianità, quelli più attuali ed immediati, devono andare su internet mentre alcuni tipi di articoli hanno bisogno di tempo per essere realizzati, ed è qualcosa che non può essere fatto in un giorno, ma magari in un mese. Ciò che si basa su pubblicazioni mensili non è adatto a internet, perché se ci pensi, non vai su un sito che viene aggiornato una volta al mese! Vai su un sito che viene aggiornato ogni giorno, ogni due giorni massimo.
Al di là dell’immediatezza, guardando il sito/blog noto che c’è una selezione accurata, dettata dalla scelta consapevole di mettere solo alcune cose. E’ un punto di vista forte rispetto al proporre ogni giorno quello che più o meno ti capita sotto mano…
Assolutamente. E questa è anche la ragione per cui preferisco che Sang Bleu sia stampato in numero limitato. Il mio scopo non è aumentare la tiratura: ho il sito web per questo, esso non pone limiti e se decido di spingerlo e metterci più materiale può proliferare all’infinito. Per me non c’è ragione di incrementare la tiratura del magazine, quello che voglio, piuttosto, è incrementare è l’impatto. Quante persone creative-influenti-interessanti a livello professionale ci sono in giro per il mondo? Trenta milioni di artisti e designer di moda e fotografi e stylist… Ce ne sono tanti, ma non mi aspetto che tutti capiscano di cosa sto parlando, quindi non c’è ragione di aumentare le stampe. Piuttosto mi interessa che le persone che hanno un reale interesse e un background fatto di referenze vicine a quelle della rivista la guardino. Voglio essere sicuro che loro abbiano accesso a questa pubblicazione.
Cosa c’è nel futuro di Sang Bleu e in generale nel tuo?
E’ un momento cruciale e piuttosto confuso ma molto eccitante. Ad essere onesto non ne ho la più pallida idea. So solo che qualcosa succederà. Spero che qualcosa sopravviva.
Ottimista.
Adesso è tempo di pagare le bollette.
Realista, direi pragmatico.
Devo trovare un modo per mantenermi: ho sempre avuto altri lavori che mi aiutavano a farlo. Per fortuna posso fare cose diverse: il consulente per i brand, organizzare mostre… Negli anni passati abbiamo intrapreso anche qualche nuova avventura, come la casa editrice…
L’avete chiamata come la rivista?
Sì, per adesso si chiama Sang Bleu Editor.
Avete già pubblicato qualcosa?
Sì, qualche libro di artisti contemporanei. Inoltre abbiamo iniziato a lavorare a qualche film con alcuni artisti.
Li avete già girati?
Sì, ma non sono ancora usciti. Devi trovare del tempo per farlo, per occupartene.. E poi c’è il sito web che sta crescendo: hai visto la nuova pagina che abbiamo aperto, gli online feautures?
Di che si tratta?
Oltre al blog c’è un’altra pagina con contenuti editoriali: una sorta di estensione dei contenuti del giornale. E’ qualcosa sul quale vogliamo lavorare molto…
In bocca al lupo e grazie!
Grazie a te!











COMPRATELO QUI!
http://store.unotre.com/products/sang-bleu-v