
(Foto di Sean Michael Beolchini) Ekhi, Igor, Guillermo e Unai. I Delorean nascono nei Paesi Baschi, a Zarautz, più o meno una decina di anni fa. E’ passato così tanto tempo che sembrano non ricordarselo nemmeno. E’ la classica band di amici che comincia giovanissima e continua a suonare insieme. Arrivati al momento in cui si decide se fare sul serio o meno, se continuare o lasciar perdere – mentre alla spicciolata si trasferiscono a Barcellona, per fuggire da un contesto che cominciava a stare loro troppo stretto – i nostri cambiano un pezzo, Guillermo prende il posto di Tomas. I Delorean di oggi, quelli di “Subiza” – disco tra quelli da ricordare di questo duemilaedieci, per le sue melodie, l’energia, i colori e le vibrazioni positive che è capace di sprigionare – , quelli che suonano da headliner al Sonar del Dia, nella “loro” Barcellona, di fronte ad un pubblico che mesi addietro avrebbero fatto fatica a immaginare di radunare, non sono quelli degli esordi che suonavano punk. Non sono nemmeno quelli che con il tempo hanno abbracciato sonorità new wave e poi sempre più elettroniche, che si sono rimboccati le maniche per provare a fare il grande salto e ci sono riusciti, arrivando a farsi conoscere ed amare anche all’estero, salutati ovunque come l’indie band spagnola più famosa nel mondo. Ho conosciuto Ekhi, leader del quartetto, grazie ad amici comuni poco più di un anno fa e oggi sediamo uno di fronte all’altro fuori da un tipico bar della città catalana. Allora non immaginavo assolutamente che avrei trovato “Seasun”, punta di diamante del loro EP “Ayrton Senna”, nella mia playlist dell’estate duemilanove né che “Subiza”, avrebbe fatto la stessa fine dodici mesi dopo. Forse però loro quel disco l’avevano già in testa, era lì che aspettava solamente di prendere forma. A giudicare dai loro racconti c’è voluto un bel po’.
Ciao Ekhi come stai?
Non benissimo, ho passato un weekend terribile. Venerdì ho cominciato a sentirmi davvero male…
Siete di ritorno dagli States giusto?
Si, appena tornati. E’ lì che abbiamo cominciato a sentirci tutti un po’ male. Arrivati in Messico poi la situazione è peggiorata… Domenica ho passato tutto il giorno a letto, lunedì abbiamo preso l’aereo per tornare a casa e siamo arrivati martedì. Ho avuto la febbre fino a ieri. Oggi mi è passata ma mi sto imbottendo di medicine perché ho una tosse fortissima e non vorrei rovinare il concerto.
Stasera suonate “in casa”…
Si, spero vada tutto bene. Non riesco a controllare la tosse e se comincio non finisco più… Spero solo non mi succeda quando sono sul palco.
Puoi raccontarmi brevemente la vostra storia?
I Delorean siamo io (Ekhi), Igor, Guillermo e Unai. Abbiamo fondato la band nove o forse dieci anni fa a Zarautz, la nostra città natale, un paesino di surfisti nei Paesi Baschi. All’inizio il chitarrista era un ragazzo di nome Tomas, ma più o meno tre anni fa, quando io mi ero già trasferito a Barcellona ha lasciato la band.
Così Guillermo, un ragazzo di qui che viene dalle nostre parti ha preso il suo posto.
Lo conoscevamo da quando eravamo ragazzi, andavamo ai concerti insieme e suonavamo in gruppi vicini; è stato abbastanza naturale il suo ingresso nella band.
Adesso stiamo tutti qui a Barcellona e suoniamo insieme ormai da due o tre anni.
Si è trattato di una specie di nuovo inizio.
Quanti anni avete?
Io ventisei, Guillermo e Igor ventotto e Unai se non sbaglio ha appena compiuto trent’anni.
Come mai Tomas ha lasciato?
Ha lasciato perché non riusciva a metterci l’impegno necessario. Il gruppo stava crescendo, cominciava a diventare il nostro impegno principale, il centro delle nostre vite e lui si è trovato a scegliere se continuare su questa strada o meno.
Ha deciso di prenderne un’altra. Questo è quanto.
Siete ancora in contatto?
Non tanto. Però sappiamo come gli vanno le cose perché comunque vive ancora nei Paesi Baschi.
Quindi adesso i Delorean sono il vostro unico impegno?
Si, impegno e lavoro. Sono quello di cui viviamo.
Come mai avete lasciato i Paesi Baschi?
Vivo a Barcellona ormai da quando avevo diciassette, diciotto anni, sono venuto per studiare perché non avevo più voglia di stare a casa. La scelta si riduceva a Madrid o Barcellona e ho scelto qui per via del mare e perché ho pensato che mi sarei trovato più a mio agio.
A quel tempo la capitale mi sembrava meno accogliente, cosa che poi ho realizzato non essere vera… In Catalunya sto benissimo, ma devo dire che anche Madrid è una città davvero speciale una volta che riesci a “scoprirla”.
A livello musicale qual è la migliore tra le due?
Conosco delle ottime bande e ho tanti amici bravissimi che fanno musica a Madrid. Nonostante questo credo che tutta l’attenzione e il fermento maggiore sia a Barcellona. Non saprei giudicare quale delle due è meglio, se dicessi qui, probabilmente sarebbe perché mi sono affezionato e mi trovo molto bene.
Quanto vi ha influenzato la città in questo “nuovo inizio” della band?
Non so che importanza abbia Barcellona in questa nuova vita dei Delorean rispetto al fatto che dopo diversi anni ci siamo trovati tutti e quattro a vivere finalmente nella stessa città.
Da quando siamo qui abbiamo preso le cose davvero sul serio, lavorando insieme ogni giorno; non era mai successo, non ci eravamo mai impegnati così tanto.
Adesso possiamo dire di essere diventati una vera band.
Quanto al legame tra il luogo e la nostra musica non saprei… Credo che le nostre influenze siano di tipo più culturale e musicale piuttosto che socio-culturale.
Non vedo un link particolare.
Quali sono quindi queste influenze che citi?
La musica pop e la tradizione indie rock da una parte e la musica dance dall’altra direi…
In questo senso la maglietta dei New Order che indossi oggi ne rappresenta una sintesi perfetta…
Si… A dire il vero ho comprato questa maglia a Portland durante l’utlimo tour perché avevo bisogno di una t-shirt visto che tutte le altre erano sporche. Quando l’ho vista ho pensato subito che avesse un senso comprarla, nonostante non ascolti più i New Order e nonostante non fosse particolarmente bella o trendy.
Beh ma i New Order vanno ben oltre l’essere o meno trendy…
…Appunto
…E’ storia
Si. Tra l’altro sono convinto che, fatti i debiti paragoni, Delorean e New Order abbiano qualcosa in comune nonostante le differenze. Penso che abbiano una visione simile.
Se non altro perché i New Order sono stati tra i primi a unire musica pop e ritmi dance…
Penso che siano stati loro a cominciare e siano stati l’esempio più nitido di questo genere, nonostante ci fossero anche altri gruppi. Hanno registrato Republic a Ibiza, cosa che nessuno si ricorda oggi mentre tutti parlano di influenze baleariche…
Regret, il brano d’apertura, è una delle mie canzoni preferite di sempre..
Anche una delle mie. Comunque l’influenza della musica dance si sente in tutto quello che hanno fatto. Sono stati una grande fonte d’ispirazione. Tra l’altro anche loro venivano dal punk come noi: all’inizio suonavamo punk-hardcore… In un certo senso abbiamo seguito un percorso simile.
C’è ancora qualcosa del punk nella vostra musica o nel vostro modo di essere?
Musicalmente no, non c’è traccia dell’influenza del punk, tantomeno nei nostri programmi. Probabilmente c’è qualcosa nel nostro modo di suonare live. Me ne accorgo quando vado ai concerti di altre band che hanno lo stesso nostro background.
Sarà il modo di suonare, come vediamo le cose e come lavoriamo; o forse una certa attitudine che ricorda i gruppi hardcore più che altro.
Non intendo il punk inglese, ma quello europeo e americano, non solo quello californiano.
Senza queste esperienze oggi non saremmo la band che siamo.
Tra l’altro la nostra etichetta, la True Panther Sounds (che appartiene alla famiglia della Matador), nasce come una piccola label punk…
E’ così che ci siamo trovati: persone della nostra generazione con tante cose in comune.
Oggi comunque il punk è un ricordo legato al passato.
D’altra parte chi di noi non ha cominciato ascoltando punk?
Infatti. La scena di DC e San Francisco, la band hardcore svedesi… Hanno rappresentato il background di tantissime bandi di oggi. E’ per questo che quando ci chiedono com’è avvenuto il passaggio dal punk a questo nuovo genere non sappiamo bene cosa rispondere… Se non che è stato assolutamente naturale.
Siete una band ormai da tantissimo tempo, avete dei fan che vi seguono dagli esordi?
Immagino che ci sia qualcuno che ci segue dagli esordi, che prediliga un disco piuttosto che un altro e che presta ancora attenzione a quello che facciamo, soprattutto in Spagna.
D’altro canto gli ultimi due anni hanno rappresentato un vero punto di svolta; siamo riusciti a raggiungere un pubblico che non ci conosceva e che non avevamo mai pensato di raggiungere.
Lo scenario è decisamente cambiato.
Come siete arrivati alla True Panther?
Ho conosciuto Dean (Bein, fondatore dell’etichetta) a New york nell’ottobre del 2008. Ero là in vacanza e tramite amici di amici lo siamo diventi anche noi. E’ iniziato tutto così: aveva un’etichetta con delle band molto cool come Lemonade, Glasser, Girls e Magic Kids…
Abbiamo cominciato a lavorare ad un paio di remix e così via fino a quando finito il disco e lui ci ha chiesto di pubblicarlo
La sua è una storia davvero interessante.
Pensa che lui lavorava alla Matador e si occupava del mail order; nel frattempo portava avanti la sua etichetta… Fino al giorno in cui la Matador se l’è comprata ed è diventata una sublabel.
Anche l’incontro con i Lemonade è stato curioso. Conosciamo il batterista da molto tempo perchè suonò con noi durante il nostro primo concerto a Barcellona visto che al tempo viveva qui pure lui.
Poi è tornato a vivere in California ma siamo sempre rimasti in contatto da allora.
Tre anni fa è tornato con il cantante e abbiamo ripreso a frequentarci, adesso figurati che usciamo per la stessa etichetta, andiamo in tour insieme e abbiamo una sensibilità, una visione della musica e delle idee davvero simili.
C’è qualcosa di speciale che ci lega.
Ho visto che metteranno i dischi prima del vostro concerto stasera?
Si, faremo anche un paio di concerti insieme settimana prossima, uno anche nei Paesi Baschi.
Delorean è un nome che non lascia spazio a tante interpretazioni…
E’ ovviamente riferito alla macchina, ma l’abbiamo scelto in modo molto casuale.
Eravamo giovanissimi e cercavamo un nome. Ad un certo punto è venuto fuori Delorean e abbiamo passato due mesi ad immaginarcelo addosso. Suonava bene e l’abbiamo tenuto.
Non sapevo neanche fosse la macchina di Ritorno Al Futuro credo.
Ancora oggi non ne so molto di quel film, non ricordo nemmeno di averlo visto.
Davvero?
Se l’ho visto è successo quando ero piccolo… Ma non è il genere di film che mi interessa. Quello che ho scoperto dopo e che mi ha incuriosito è stata la storia del suo inventore, John Delorean, quella è davvero interessante.
Probabilmente sarebbe da fare un film sulla sua vita…
Qual è il tuo film preferito?
Non ne ho uno vero e proprio, ho dei registi preferiti. Mi piacciono John Cassavettes e soprattutto Werner Herzog. Probabilmente è quello che amiamo tutti maggiormente: i suoi film sono incredibile e le colonne sonore non sono da meno.
Com’è nato Subiza? Ho letto che è stato una specie di parto…
E’ stato un lavoro incredibile anche solo per il fatto che non avevamo mai lavorato così tanto.
Non saprei dirti se altri lo considererebbero un lavoro lungo e faticoso, ma per noi è stato così.
E’ stato un anno davvero impegnativo, perché mentre scrivevamo i pezzi nuovi abbiamo fatto tanti concerti e lavorato a vari remix. Sei mesi chiusi in studio tutto il giorno e poi anche dopo, a casa, ognuno al lavoro nel suo piccolo studiolo casalingo.
Insieme e poi da soli, poi di nuovo insieme per mettere a posto i pezzi.
Alla fine ci sono avanzati anche diversi brani che non sono finiti sul disco.
Come mai?
Alcune sono solo idee sepolte nei nostri computer, altri sono veri e proprio pezzi che abbiamo scelto di non inserire perché volevamo concentrarci su quello che ci convinceva di più.
E poi?
Il missaggio è stato ancora più folle. Avevamo deciso di lavorare con Chris Coady, ma non potendo permetterci di andare a New York lui ci ha proposto di missarlo via internet.
L’idea era che lui ci mandasse un link con il segnale proveniente dal mixer che potessimo ascoltare in tempo reale dalle nostre case per lavorare insieme. Chris è uno che comincia a lavorare tardi, quindi le ore buone erano dalle sei di pomeriggio all’una di notte; se poi ci aggiungi il fuso orario… Abbiamo passato intere nottate in piedi a discutere e chattare con lui sul da farsi. “Così si, così no, alza qui, abbassa lì…”
E’ stata una bella esperienza, anche se davvero sfiancante. La prossima volta, dovessimo lavorare ancora con Chris, mi piacerebbe essere al suo fianco: sarebbe molto più comodo…
Come mai l’avete chiamato Subiza?
Perché abbiamo passato l’estate in un paesino chiamato Subiza, nei Paesi Baschi. E lì che c’è lo studio dove l’abbiamo registrato.
Lo gestisce un amico, si chiama Montreal Studios e si trova nella villa della sua famiglia.
Un posto gigante pieno di alberi e giardini, c’è pure una piscina.
Abbiamo passato un periodo fantastico là perché tutta la famiglia è stata davvero ospitale con noi. Pranzavamo e cenavamo tutti insieme e abbiamo instaurato un ottimo rapporto con sua madre. A fine estate per ringraziare abbiamo deciso di fare loro un regalo, così abbiamo comprato una quercia e l’abbiamo piantata in uno dei giardini della casa, per ricordare il tempo passato insieme.
E per sottolineare ulteriormente la cosa abbiamo deciso di chiamare l’album Subiza.
Quali sono stati i vostri ascolti in quel periodo?
Abbiamo ascoltato prevalentemente musica house e dubstep.
In generale dire musica da club, specialmente inglese: rave, funky, garage…
Quella che poi si trova nell’album è sostanzialmente influenzata dalla piano house anni novanta e anche un po’ da quella che chiamano balearic.
Oltre a ciò ascoltavamo diverse pop band di oggi.
Uno dei gruppi che ci ha ispirato maggiormente sono stati gli svedesi Tough Alliance.
Anche a noi piacciono molto…
Sono stati davvero un esempio per noi, li ammiriamo molto, ci piace quello che riescono a esprimere con la loro musica. Siamo diventati anche buoni amici.

Hai sentito il nuovo progetto di Eric, ceo?
Io no, Igor si. Mi ha detto che non è al livello dei Tough Alliance, è un po’ troppo techno pop…
Altri artisti che vengono in mente ascoltando la vostra musica sono sicuramente Phoenix e Cut Copy…
Devo confessarti che non conosco bene i Cut Copy. Li ho sentiti un paio di volte in giro, probabilmente in qualche club in cui abbiamo suonato, giusto un paio di canzoni.
I Phoenix invece sono una band che amo e rispetto tantissimo. Li considero un gruppo molto vicino a noi. Il mio album preferito è It’s Never Been Like That, è l’unico che ascolto dall’inizio alla fine.
Cosa pensi del loro ultimo lp?
Non l’ho ancora sentito per intero. Ma Lisztomania è grandiosa.
Qual è il tuo anthem preferito degli anni novanta?
Mmm.. Direi Surrender Your Love (Nightcrawlers) o Show Me Love di Robin S. Qualcosa del genere… C’è anche una canzone che mi piace molto di Transformer 2 chiamata Pacific Symphony. Quello potrebbe essere il mio anthem definitivo degli anni novanta.
Considerando la vostra musica così estiva e allegra e magari anche certe armonie vocali presenti nelle vostre canzoni se qualcuno vi accostasse, con tutto il rispetto per i maestri, ai Beach Boys?
Guillermo è un gran fan dei Beach Boys, io non lo sono mai stato, anche perché non li conosco molto bene.
Ho ascoltato l’album Surf’s Up, un gran bel disco con una canzone incredibile come Feel Flows. Ovviamente se qualcuno mai dovesse paragonarci ai Beach Boys ne sarei davvero onorato.
Sarebbe divertente, anche se io non faccio surf. Ma mi pare neanche loro.
Un gruppo che oggi viene paragonato spesso ai Beach Boys sono gli Animal Collective…
Cosa pensi di loro?
Mi piacciono gli Animal Collective. Ho qualche disco loro a casa, ho ascoltato con l’ultimo, Merriweather Post Pavilion, e devo dire che mi piace.
Abbiamo delle idee in comune, ma non li ritengo un gruppo simile a noi; d’altronde cioè che unisce noi, è tipico anche di altri gruppi.
Mi riferisco al fatto di costruire canzoni molto stratificate, canzoni pop ricche di melodie ma al tempo stesso complesse per via dei vari livelli che si sovrappongono e delle differenti atmosfere presenti nei pezzi.
Questo sostanzialmente è quello che ci accomuna, un’idea e un modo di lavorare che piace molto anche a noi.
Vi aspettavate tutta questa attenzione attorno al vostro nome e all’album?
Sto ancora cercando di capire bene cosa stia succedendo e anche di misurarlo.
Non siamo ancora riusciti a farlo, a quantificare il tutto, a capire come ci dovremmo sentire.
Se si tratta di qualcosa di grande, destinato a crescere ancora o se la situazione rimarrà tale.
Sarebbe interessante anche vedere cosa succederà negli States, quello è importante; la gente ha voglia di sentirci suonare dal vivo: a New York abbiamo fatto due sold-out, a San Francisco uno. A Los Angeles, Portland, Seattle e Vancouver sono sempre state non meno di duecento persone a sera, mi sembra un’ottima partenza, che ci fa pensare che stia succedendo realmente qualcosa attorno a noi.
Per la prima volta nella vita, dopo aver lavorato duramente per dare alla luce questo disco, ci sentiamo dei veri musicisti; per la prima volta abbiamo la sensazione di aver fatto qualcosa di speciale perché ci abbiamo messo tutto quello che avevamo.
Vedere quanto sta succedendo, è davvero una sorpresa e una cosa bellissima che però non siamo in grado di afferrare o misurare. Dobbiamo semplicemente continuare su questa strada perché abbiamo qualcosa in mano che merita grande attenzione e ulteriori sacrifici.
Beh, al momento credo siate la più famosa indie band spagnola all’estero…
Dici? Probabilmente si, siamo tra le più conosciute… Ma c’è anche El Guincho; anche lui è abbastanza famoso all’estero.
Ho controllato su Google: 550 mila risultati per Delorean – Subiza contro 104 mila per El Guincho – Alegranza…
Perché è passato un po’ di tempo dall’uscita dell’album e ultimamente è stato impegnatissimo con il nuovo disco. Ha cancellato perfino il tour per concentrarsi.
Adesso è finito, è uscito un EP, e ricomincerà a suonare dal vivo.
Ha una nuova band composta da persone di Barcellona che conosciamo bene.
Siete amici?
Ci conosciamo, non è che siamo proprio amici. Ne abbiamo diversi in comune, tra cui gli Extraperlo, una delle nostre band spagnole preferite.
A proposito di amicizie, Che rapporto avete con John Talabot? Anche lui è uno degli spagnoli più apprezzati all’estero..
Anche questa è una bella storia. Siamo diventati amici nel 2004 non mi ricordo bene come, lui faceva il DJ… Una volta siamo stati insieme al Razzmatazz, più o meno nel periodo in cui lui ha cominciato a produrre musica. A noi piacevano le sue cose e a lui piaceva quello che facevamo con la band. Siamo coetanei e da allora siamo praticamente cresciuti insieme, parlando di musica, imparando a farla e a produrla in contemporanea, dandoci consigli a vicenda.
E ora vedere che anche lui sta riscuotendo un grande successo, vedere quanto la gente lo apprezza in giro per il mondo, per noi è una grande gioia perché lo riteniamo un personaggio unico e incredibile. E’ fantastico poter condividere tutte queste esperienze insieme, anche lui è un gran lavoratore, perfino più grande di noi. Probabilmente andremo insieme in tour a New York… Nel frattempo stasera salirà sul palco con noi, suoneremo con lui il suo hit Sunshine alla fine del nostro show.
Cosa si prova a suonare da protagonisti in uno dei festival più importanti del mondo, nella vostra città, praticamente in contemporanea con l’uscita del vostro album?
Innanzitutto non dovremo fare grandi spostamenti o dormire in albergo… E questa è una gran cosa. In realtà si tratta di un giorno davvero speciale: suoneremo come ti ho detto con Talabot e ci saranno i nostri amici Lemonade a mettere i dischi prima di noi. Sara una festa e sono sicuro ci divertiremo perché abbiamo davvero voglia di festeggiare. E’ così che mi sento.
Dall’uscita di Seasun immagino che la vostra carriera sia stato in continua crescita; qual è stato il momento più felice che avete vissuto?
Penso proprio ora, per via di tutte le cose che ti ho raccontato stanno succedendo intorno a noi e ai nostri amici: riuscire a fare bene la propria musica e ottenere dei risultati, unire le forze con le persone a noi più care, anche se siamo persone e artisti diversi ognuno con la propria vita e la propria carriera. Stiamo vivendo un momento davvero fantastico

E il momento più folle?
Sicuramente New York. Per noi è stata una rivelazione. Non ce lo aspettavamo: andare a NYC, fare due concerti sold out, andare alle feste, conoscere un sacco di gente… E’ stato folle.
Quando eravamo là ci sentivamo nel mezzo di un tumulto, lo dico in senso positivo, perché l’entusiasmo era alle stelle e contagioso.
Immagino che adesso non ne avrete il tempo, ma dove vi piacerebbe fare una lunga vacanza?
Non saprei. Vorrei solo poter andare in spiaggia, fare il bagno, prendere il sole, mangiare, leggere e rilassarmi. Questo è quello che sogno.
Anche se è un po’ presto, visto che siete dei grandi lavoratori, avete già delle idee su come potrà essere il nuovo materiale?
Non abbiamo la minima idea di come potrebbe essere il nuovo disco. L’ultima cosa a cui abbiamo lavorato è stato il remix per i Cold Cave.
Dopodichè penso che non faremo remix per un po’ e ci concentreremo a suonare dal vivo.
Poi riprenderemo il lavoro.
Stiamo cercando di comprare nuovi strumenti per trovare nuove strade per la nostra musica.
Non abbiamo alcuna intenzione di ripeterci perché con Subiza sappiamo di aver raggiunto qualcosa e ormai abbiamo imparato come ottenerlo. Con un nuovo equipaggiamento potremo sperimentare e cercare nuove soluzioni dal punto di vista produttivo.
Abbiamo anche bisogno di staccare per un po’ e guardare a quanto fatto con un po’ di distacco.
Non so dirti come sarà la nostra musica in futuro, ma sicuramente sarà diversa da quanto fatto fino ad oggi.









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