
(Foto di Hana Koriech) Aron Morel è uno degli ultimi arrivi sulla scena dei libri d’artista, ma come dice il famoso detto Inglese “Last but non the least”, con Mörel Books si è imposto in un batter d’occhio come uno degli editori più gettonati del momento, forse anche grazie al suo successo con Moonmilk di Ryan McGinley. Siamo andati a conoscerlo per saperne di più sul suo conto e sulla sua visione dell’editoria.
Com’è nata l’idea di iniziare Mörel Books?
Mörel Books nasce da ore di ozio e di noia esistenziale mescolate alla passione per la fotografia e altre forme di arte stampata. Dalle monografie alle fanzine, i libri rappresentano l’ultimo passo che incorona il lavoro di un artista. Le variabili disponibili nell’impaginazione e nella produzione di un libro sono davvero infinite, per questo motivo penso che un libro diventi più importante di una mostra. Quando un artista è coinvolto nel processo di pubblicazione, può modificare tutto quello che vuole, dalla tiratura, al formato, alla consistenza. Di conseguenza il lettore finisce con il possedere un pezzo del lavoro dell’artista.
Questa è la filosofia di Mörel Books e la nostra ambizione è di diventare sottili come la carta, invisibili nel processo, per fare in modo che dai nostri volumi traspaia la pura visione dell’artista.
Da qui a selezionare gli artisti con cui collabori, qual è il criterio di scelta?
Non c’è un metodo specifico, il processo di selezione si basa semplicemente su cosa ci piace e pensiamo possa diventare un buon libro.
Detto ciò il nostro obiettivo è di mantenere una visione democratica e di non dimostrare nessuna preferenza verso artisti già affermati o emergenti. Per questo motivo cerchiamo di affiancare artisti di successo a giovani talenti.
Ti occupi di altro oltre a Mörel?
Mi piacerebbe avviare alcuni progetti paralleli, tra cui pubblicazioni di poesia o aprire uno spazio per potenziali eventi, ma al momento non posso dedicarmi ad altro perché Mörel si prende tutto il mio tempo.
Se ti chiedo di darmi una definizione di editoria indipendente?
Suppongo che editoria indipendente sia un titolo onorifico dato ai piccoli editori per distinguerli dai grandi conglomerati di case editrici…
In verità, credo che quello che conta sia che le persone abbiano un’apertura verso la piccola editoria e nuovi artisti, così che i libri di produzione indipendente siano sugli stessi scaffali dei libri delle grandi case editrici.
Del futuro dell’editoria indipendente cosa ne pensi?
Quando si tratta di cultura visiva, non credo che il mondo digitale avrà mai ripercussioni sulla stampa. La gente continuerà ad apprezzare il libro come oggetto tangibile per tutte le ragioni di cui ho parlato prima: struttura, peso, tiratura, etc.
Un libro che consiglieresti?
The Marriage of Heaven and Hell di William Blake. Un libro che rappresenta tutto quello che credo sia l’auto-pubblicazione.







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