
Ritratto di Emanuele Fontanesi , Foto di Yara De Nicola, Styling: Ilaria Norsa, Model: Ezequiel Tagliafico at Elite Model
Jeremy Scott sta allo star system come il cacio sui maccheroni: dal 1997 infatti lo stilista americano spopola vestendo celebrities del calibro di Madonna, Christina Aguilera, Bjork, Beyonce, Uffie, M.I.A., Santigold, Beth Ditto, Kylie Minogue, Ciara, Lindsay Lohan, Gwen Stefani e Britney Spears. Per dirne un paio. E se Gaga l’ha definito il suo stilista preferito e l’inarrivabile Karl Lagerfeld l’ha indicato come candidato ideale per la successione al trono di Chanel (ma in realtà scherzava), il suo approccio irriverente, dissacrante e visibilmente Pop ne ha fatto in poco più di un decennio il “Jeff Koons della moda”. Dopo Christian Louboutin, Stephen Jones, Longchamp, Ksubi e Linda Farrow quella con adidas Originals è solo l’ultima in ordine cronologico di una fortunata serie di collaborazioni che lo hanno visto protagonista: una partnership giunta ormai alla quarta stagione che ci ha offerto l’occasione per un interessante rendez vous parigino. Prima di conoscere Jeremy l’idea che mi ero fatta su di lui era… sbagliata. Poi ho scoperto la sensibilità di un ragazzo del Kansas che sogna di vestire Dolly Parton ed è riuscito a rendere lo sportswear glamour. E, proprio così, ho dovuto ricredermi.
Ciao Jeremy, è un piacere incontrarti qui a Parigi!
Ciao, piacere mio!
Tutto merito di adidas Originals, marchio per il quale da qualche stagione firmi un’esclusiva linea…
Sì: è la quarta stagione con loro e credo stia andando molto bene. La reazione è eccezionale sia da parte dei consumatori che della stampa. E’ tutto molto eccitante!
Mentre aspettavo l’inizio dell’intervista ho avuto modo di dare un occhio alla collezione. Di grande impatto! Vuoi raccontarci un po’ di che si tratta?
Certo: ho cercato di sviluppare questa collezione partendo da alcuni pezzi della stagione scorsa: attingendo a un repertorio collaudato ho praticamente creato una sorta di nuovo vocabolario.
In effetti ho notato il ritorno di alcuni elementi “simbolo” come le ali, nonché il “revival” della collaudata fusione tra tuxedo e sportswear…
Infatti. La sfida per me è stata creare un collegamento tra tutte e quattro le collezioni da me firmate per Originals.
Una specie di compendio…
Volevo creare pezzi che scaturissero dalle linee precedenti, che ne fossero diretta conseguenza, ma allo stesso tempo desideravo creare un nuovo metodo di espressione.
Missione compiuta. I temi contenuti in questo Autunno-Inverno sono diversi…
Non volevo essere dipendente da un unico tema ma realizzare capi divertenti e “cool”.
“Cool” è la parola d’ordine, ma ci sono anche pezzi decorati con pietre colorate ed applicazioni – croci ad esempio – che mi sembra riconducano alla tua prima linea: il lusso applicato allo sportswear?
Volevo portare avanti l’idea di uno sportswear glamour: credo sia una cosa che mi appartiene molto. Per questo ho voluto inserire anche nella collezione di adidas cristalli, perline, pietre e – naturalmente – croci.
Alcuni look di questa collezione sembrano un tributo ai primi anni ‘90, quando Madonna indossava Jean-Paul Gaultier. Non è un mistero d’altra parte che il tuo lavoro sia strettamente intrecciato al mondo dello star system: annoveri più di una fan in questa categoria.. Facciamo qualche nome!
Sono abbastanza fortunato perché vesto donne che mi piacciono moltissimo e che influenzano anche il mio lavoro: (Lady) Gaga, Madonna, Britney…
C’è qualcuna che non hai mai vestito e vorresti fortemente vedere indossare le tue creazioni?
L’unica che vorrei vestire ma non l’ho ancora fatto è Dolly Parton: ma forse è meglio così, lei è perfetta così com’è.
Cosa mi puoi dire sul repertorio iconografico delle tue collezioni? Mi riferisco per esempio ai simboli ricorrenti utilizzati per adidas – croci, ali, ecc. – ma anche alle immagini-slogan della tua prima linea: con che criterio li proponi? Hanno una significato preciso o sono icone pop prive di un sotto testo?
Credo che entrambe le linee propongano icone che trasmettono positività. Le ali per esempio rappresentano gli angeli, qualcosa che ti fa volare…
Parlando delle tue creazioni non posso fare a meno di tirare in ballo il concetto di “Pop”. A mio avviso infatti il legame tra l’universo estetico delle tue creazioni e il movimento artistico americano degli anni ‘60 esiste, sei d’accordo?
Certo, assolutamente sì. E’ qualcosa che mi ha sempre ispirato!
Tu d’altra parte sei stato definito “il Jeff Koons della moda” e per adidas hai già collaborato con la Keith Haring Foundation. Come vivi la relazione con il mondo dell’arte e come si esprime nella tua vita personale e professionale?
Per me si tratta di una cosa molto naturale perché sono sempre stato ispirato da tutti i tipi di arte e, in particolare come dicevamo, dalla Pop Art. Jeff Koons d’altra parte è uno dei mi artisti preferiti: quel commento non può che riempirmi di orgoglio! Anche Keith Haring non è da meno per me: amo la sua arte. Diciamo che il collegamento tra moda e arte non solo mi appartiene ma è per me qualcosa di davvero automatico.
Ci sono artisti contemporanei emergenti che segui con passione?
Certo, ce ne sono diversi: in effetti credo che questo sia un ottimo momento per l’arte. Le grandi città offrono moltissime possibilità al mondo dell’arte con le sue diverse forme di espressione, dalla fotografia, alla scultura e le installazioni.
A proposito di città, mi piacciono da morire due modelli di scarpe creati in collaborazione con adidas: mi riferisco alle trainers bianche dedicate l’una a New York (bianca e blu) e l’altra a Beverly Hills (bianca e gialla).
Ah sì!
La loro grafica old school mi ricorda i telefilm americani degli anni ‘80: non ho dubbi nell’affermare che si tratta dei pezzi che preferisco questa stagione (e che se non avessi il 35 ne vorrei un paio.. probabilmente quelle dedicate alla West Coast). Domanda cretina ma imprescindibile: come mai hai scelto di dedicare due modelli a queste due città?
Beh proprio tu stessa hai fatto appena parlato di West Coast esprimendo una preferenza…
Ma la mia è una preferenza puramente legata all’estetica della scarpa… E anzi forse se dovessi schierarmi sarei con la Grande Mela…
Quando le ho disegnate stavo proprio pensando alla questione della storica opposizione tra East Coast e West Coast, alle rivalità tra rapper, tipo Tupac VS Biggie. Questa rivalità esiste ancora. A New York pensano per esempio di essere migliori rispetto ad LA…
Vero
Le scarpe rappresentano questo, la rivalità “old school” che c’è tra loro. La scelta di Beverly Hills, piuttosto che della California in generale, è stata dettata dal fatto che essa è più sofisticata, posh e glamour.
E tu personalmente quale delle due città preferisci?
Probabilmente LA perchè ci ho vissuto di più…
In effetti ti sei sempre spostato parecchio tra Parigi, New York ed LA: da non molto hai deciso di far sfilare la tua collezione a New York, mettendo un punto così alla tua esperienza francese. A Parigi ci avevi anche vissuto?
Sì, ho vissuto a Parigi per ben sette anni!
Caspita non pensavo! Pensando alle città nelle quali hai vissuto pensi di preferire il vecchio o il nuovo continente?
Per qualche ragione mi piacciono sia Parigi che New York ed LA: amo prendere un po’ da ognuna di esse, come fosse una sorta di buffet! La mia fortuna è stata quella di avere la possibilità di viaggiare molto e trascorrere un po’ di tempo in ognuna di esse, per poterle apprezzarle al meglio. Le ho vissute al meglio, prendendo le cose che più amavo in una, poi volando in un’altra e prendendo anche lì ciò che più mi piaceva.
Per esempio di Parigi cosa ami?
Qui mi piace camminare per la città; e poi amo il pane e tutte le realtà più intime di questa città che paragonata alle metropoli americane appare più piccola e raccolta: a New York tendo ad avere l’impressione che la città sia infinita, mentre ad LA ho rapporto con il tempo completamente diverso… La luce del sole ti fa svegliare presto la mattina! Sai, si tratta di sensazioni differenti… Ma in generale mi sento onorato di far parte di questo mondo!
Quello che dici ha a che fare con la sfera emotiva, ma per quanto riguarda invece quella lavorativa cosa ti ha spinto ad abbandonare la Ville Lumiere preferendole New York?
Ho sfilato per molti anni a Parigi ma questa stagione ho sentito l’esigenza di tornare a New York. Mancavo da un po’ e tornare è stato bello, un bel cambiamento! Adesso passo molto più tempo a New York…
Sei andato a vedere qualche altra sfilata?
Non ho avuto modo di dare un occhio agli altri show perché ho avuto molto lavoro da fare, ma so che a Parigi ce ne sono state di belle. A New York d’altra parte ci sono molti giovani designer quindi si respira una bella energia e lo stesso vale per Londra che offre sempre una scena piuttosto divertente!
Tu nel mondo della moda sei decisamente rispettato: lo dico perché mi è capitato di leggere una dichiarazione a dir poco lusinghiera rilasciata da Karl Lagerfeld, il quale una volta ha detto che se qualcuno avesse dovuto ereditare il suo posto da Chanel quella persona avresti potuto essere tu. Mica pizza e fichi, soprattutto quando il commento arriva da uno come lui, che al solo pensiero di essere spodestato prematuramente dalla sua poltrona in Rue Cambon si imbizzarrisce. Onorato?
Devo dire che ho un rispetto enorme per Lagerfeld: quelle che ha detto sono parole senza dubbio molto gentili e la maison Chanel è sicuramente una bomba. Tuttavia non potrei immaginare nessuno in grado di fare un lavoro migliore di quello che Karl ha portato avanti negli anni.
Risposta molto “politically correct”…
Non nego che quella di lavorare con un repertorio iconografico nutrito come quello di Chanel non sia una sfida appetibile… Karl stesso rappresenta sicuramente una grande ispirazione come designer: è una figura di rilievo nel panorama, sempre moderno, fresco, aggiornato e in continua evoluzione. Ammiro questo approccio perché credo che dovremmo applicarlo sempre ad ogni cosa: con la musica, la scrittura, le pubblicazioni, nel fare le biciclette, insomma qualsiasi cosa si faccia: cercare di battere se stessi, andare oltre, imparare qualcosa di nuovo e introdurlo in quello che si sta facendo. Per questa capacità Lagerfeld è una delle mie più grandi ispirazioni.
Nel tuo “piccolo” il paragone con il mitico Karl c’è: anche tu con adidas ti sei trovato a dover reinterpretare l’identità e il patrimonio iconografico di un brand universalmente riconoscibile. Quella di portare del valore aggiunto a un marchio così forte è una sfida molto interessante per un designer e trovo che tu con la tua ironia dissacrante sia un candidato ideale. Cosa credi di aver portato ad adidas?
Penso di aver portato l’elemento high fashion, il giusto accostamento, la sorpresa e un po’ di humour. Tutti i miei vestiti sono molto fotogenici, scenografici ed hanno una buona qualità. Molte pop star li indossano perché sono adatti al palco e ai video musicali ma allo stesso tempo sono facili da indossare – li potresti mettere tutti i giorni. In pratica cerco di dare alle persone a cui piacciono queste postar l’opportunità di emularle indossando i loro stessi abiti.
A proposito di pop star, cosa mi dici del tuo gusto musicale? Cosa gira sul tuo ipod?
Ascolto sempre le mie ragazze: Gaga, Rihanna e Beth Ditto. Naturalmente Madonna non può mancare nel mio mix.
Quello che indossi oggi è un pezzo creato per adidas, non è così?
Sì, è una giacca della mia collezione primavera-estate…
Un tema di quella collezione era la corrida…
E’ una giacca da matador, come quelle che usano nella lotta con i tori. Anche i pantaloni sono della stessa collezione, mentre la t-shirt appartiene alla mia prima linea.
Dai sempre un nome alle tue collezioni… Come si chiama l’ultima?
Hanger Appeal: quando un vestito è appeso in un negozio sembra bello e facile da acquistare. E’ una cosa molto radicata nella mentalità newyorchese. Con questa collezione ho voluto ironizzare su tutti i clichè legati al mondo della moda: il Little Black Dress, l’idea di style VS fashion, l’aspetto dogmatico e quasi religioso della moda, che vede designer e brand oggetto di idolatria… Sono stato ispirato da concetti come “fashion victim” o dal target scelto dai brand come bersaglio da colpire, nonché da tutto il processo d’incubazione della moda a partire dagli schizzi fino ad arrivare al prodotto finito, passando per il filtro del marketing. E poi ho giocato col concetto di etichetta, sai quel “100% made in Usa” e così via; cose a cui magari non facciamo tanto caso ma che sono realtà emblematiche e piuttosto evidenti. Insomma ho preso tutto quello che ha a che fare con la moda e ho fatto della moda stessa la mia musa.
Come fai a rendere il messaggio in modo eloquente? Voglio dire, quanto è importante per te la lettura iconografica e simbolica che il tuo cliente o la stampa effettuano nei confronti di un pezzo o di intera collezione e in che misura invece credi che il significato si perda in un approccio puramente estetico? Te lo chiedo perché trovo che la parte migliore del tuo lavoro risieda proprio nel contenuto dissacrante e che purtroppo esso si perda un po’ nel media quando non accompagnato da un’appropriata spiegazione…
Credo che molte persone percepiscano la collezione in modo autonomo, che la sentano e la interpretino da sé in modo differente. Ognuno può interpretare i miei capi a suo modo e questo è lo stesso motivo per cui mi piace l’arte contemporanea. Pensi che si tratti di una cosa invece potrebbe esserne un’altra, c’è spazio per l’interpretazione personale. Sicuramente io pongo un significato preciso dietro al mio lavoro ma alla fine ciò che conta e che per me è più importate è che alle persone piaccia la collezione.










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