
Intervista di Marina Pierri. Foto di Coley Brown
Chaz Bundwick, in arte Toro Y Moi, ha ventitrè anni, è afrocinese ed è un ragazzo molto quieto e gentile. L’abbiamo conosciuto al SXSW di Austin, ma l’abbiamo intervistato nei giorni del tour di “Causers of This”, il suo primo e bellissimo disco che contiene, tra le altre, il singolo “Blessa”. La canzone si è infilata in tutti gli angoli della rete e ha fatto di Chaz la testa d’ariete della cosidetta “chillwave”, l’onda gelida di musica elettronica e sognante che coinvolge nomi del calibro di Washed Out e Neon Indian. Abbiamo chiesto al diretto interessato che pensa del movimento e se la “scena” effettivamente esista: ecco cos’ha risposto.
Ciao Chaz.
Ciao!
Eccoci qui, ci siamo conosciuti per la prima volta ad Austin, al SXSW…
Ero una vergine del SXSW (ride, NdR). Anche, non ero mai stato ad Austin prima d’allora… Il festival è una cosa delirante. Sarei stato frastornato anche se fossi stato un turista. Più frastornato ancora, forse…
Immaginavo che fosse “la tua prima volta” al festival, sei molto giovane d’altronde. Quanti anni hai?
Ventitre.
Accidenti, sei proprio giovane allora!
Un po’…
E ora dove stai andando? Che stai facendo?
Per straordinaria ironia della sorte, sto guidando verso Austin!
Non ci credo!
Si, si… suoneremo ad Emo’s.
È dove ti ho ascoltato suonare a marzo!
Esatto.. almeno mi sentirò un po’ più a mio agio in un posto che conosco…
Ma… sei in macchina?
Si, scusami se parlo piano.
Ma non stai guidando tu, vero?
No, no! Solo che non sono da solo e non posso gridare.
Ok, nessun problema. Prima di iniziare, ho una domanda importante per te: si pronuncia “toro i MOI”, così come si legge, oppure alla francese, “Toro Y Muà”? Un sacco di gente se lo chiede, a quanto ho sentito!
Toro Y Muà, alla francese.
Ma “toro”… nel senso di toro, l’animale? C’è una ragione particolare dietro la scelta? So che è abbastanza stupido chiedere agli artisti il perché dei loro pseudonimi, ma non si sa mai…
Ah, non so davvero che dirti. Ho perso le origini di quel nome. Quando si è adolescenti ci si appassiona a oggetti casuali e nomi casuali. E a differenza di un sacco di amici musicisti che hanno cambiato mille moniker nel tempo, io il mio lo tengo stretto da quando avevo quindici anni. Mai avuto dubbi, né ripensamenti.
Suoni da così tanto tempo?
Si. Da piccolo mia madre mi ha fatto suonare il pianoforte. Direi che mi ha costretto a farlo anche se io, da vero testardo, lo detestavo. Non ho mai avuto grande affinità con lo strumento. Ma oggi la ringrazio. Mi sono avvicinato alla musica, ai suoni, al tempo… ho un approccio alla musica non proprio da autodidatta, che è abbastanza utile quando si desidera comporre armonie intricate. Le mie preferite…
Da dove vieni e dove vivi.
Vengo da e vivo nello stesso posto: Columbia, nel South Carolina. È una piccola città universitaria.
Ti ci trovi bene?
Si, decisamente, anche se come tutte le città universitarie ha un inconveniente: durante le feste e durante l’estate si svuota del tutto. È la solita storia, succederà anche in Italia – studi, ti fai amici che vengono da fuori e poi, quando non hai niente da fare perché sei in vacanza, scompaiono tutti in un battibaleno. Dovresti vedere cos’è il centro ad Agosto. Specie considerato che il turismo non è proprio il punto di forza di Columbia.
Ma… la Columbia, la famosa università, non è a New York?
Si, si, non c’entra. La città da cui vengo io è nel sud del nordamerica e ospita davvero tante istituzioni scolastiche, di vario tipo. Nessuna c’entra con la Columbia che dici tu, però!
Hai studiato lì, in South Carolina?
Si, mi sono laureato non molto tempo fa, l’anno scorso. Era un corso di quattro anni. Ci sono stato molto attento, perché ho amici musicisti che sul più bello hanno mollato gli studi per fare musica. Io… ci sono stato attento come ti dicevo. Quando hai una band, se le cose vanno minimamente bene, la tentazione è di concentrarsi subito sui dischi, le registrazioni, il tour… alla fine non rimane tempo per studiare, non ce la fai umanamente. E molli.
Sei uno studente modello?
Quello che ho studiato mi appassiona moltissimo, quindi direi di si. Ho sempre avuto ottimi voti, l’orgoglio dei genitori e tutto (ride, NdR)
Cosa hai studiato?
Design.
Ma che tipo di design? Interni o grafica o…?
Grafica, grafica, per la rete.
Credi che i tuoi studi abbiano almeno vagamente a che fare con la tua musica?
Sicuramente si. Come ti dicevo apprezzo molto le melodie complesse, che hanno un che di geometrico, architettonico, ordinato, in qualche maniera. Insomma, ho studiato grafica, ma la mia vera passione è il design. Oltre alla musica, naturalmente.
La copertina di “Causers of This”, che è uscito per Carpark, l’hai disegnata tu?
Esattamente!
Cosa volevi rappresentare?
Ehm… non ne sono sicuro. O meglio , magari si, ma non sono molto bravo con le parole. Dovrai accontentarti della tua lettura personale, che poi è quello che vorrei succedesse a tutti. Ognuno vede quel che vuol vedere… un po’ l’essenza del design contemporaneo, o dell’arte. No?
Sei felice a Columbia? Adesso che sei un musicista ben noto, non hai continuamente la tentazione di spostarti a Los Angeles, o a New York… insomma, in un centro musicale più fervente?
Le parole di “Blessa”, che è, immagino tu lo sappia, la mia canzone più famosa, parlano proprio di questo.
Si… “come home in the summer/live a life that you miss/it’s alright/I’ll fill you in”… ah, quindi, ti riferivi davvero alla tua casa. In senso letterale.
Suppongo di si. Sono una persona tranquilla, affezionata alla vita pacifica e alle cose semplici.
Vivi con i tuoi?
No, ho un posto mio, in città.
E, insomma, ci stai da dio.
Esatto. “Blessa” racconta di casa mia. Gli amici d’infanzia, quelli conosciuti da poco, la vita di sempre che ti aspetta dopo un lungo viaggio. È una sensazione rassicurante e rigenerante. Peraltro, ora che sono quasi sempre in tour, mi sembra che quel che ho scritto allora sia più vero che mai. Ti dicevo, l’estate è un momento surreale a Columbia. Non c’è nessuno in giro e la città ha un aspetto tutto diverso… quasi aspetto che arrivi quella pace.
Ti piace andare in tour?
Oh si, tantissimo. Mi piace rendere le cose che faccio da solo dal vivo, davanti a tanta gente.
Sei tu e solo tu che componi? Per quello che ho visto, anche sul palco sei da solo.
Si, solo io, sul palco e nella mia stanza, spesso con un computer e qualche strumento analogico. Ne compro parecchi da craigslist, o su Ebay… ho gusti un po’ particolari, specie sui synth. Comunque si, non c’è nessuno che mi aiuti, o che condivida con me il processo creativo.
Ho notato che non sei molto loquace, durante i concerti…
No, sono un po’ timido. O comunque molto concentrato. C’è quasi sempre tanta gente che viene a sentirmi. La cosa ovviamente mi onora profondamente.
Qual è la parte migliore dell’andare in tour?
I momenti pacifici che precedono e seguono lo show. Gli spostamenti… i momenti riflessivi insomma. E poi, tornare a casa, dormire nel proprio letto dopo tanto tempo.
Già, dev’essere una gioia non da poco.
Lo è.
Sei famoso in città? Tra Pitchfork, Hipster Runoff che ha dedicato un post proprio a “Blessa”… non sei una piccola celebrità?
Credo di si, in un certo senso. Ma è anche vero che lo sono sempre stato… cioè, capisci: Columbia è un posto microscopico, anche se c’è un grande flusso di ragazzi che vengono da fuori. Tutti sanno che compongo musica. Ho suonato cento volte in cantine, case di amici e quant’altro… Anche il video di “Blessa” l’abbiamo girato lì… ho chiesto di farlo a un mio amico.
Non è che sia famoso, è che la gente sa chi sono. Se non sbaglio però, la celebrità in senso stretto funziona che gli altri sanno chi sei tu, ma tu non sai chi sono loro… e questo nel mio caso non è assolutamente vero. Ti dicevo: è una comunità, un villaggio, il posto classico dove tutti sanno tutto di tutti.
Non ci sono studenti, che so, dal Massachussetes o dal Montana che ti fermano per strada, ti puntano e ti dicono… “Ehi, è Toro Y Moi!”
Dio, si, a volte capita… tendo a essere terribilmente imbarazzato quando succede una cosa del genere. Ma non sorpreso. Come ti dicevo ho suonato talmente tante volte da quelle parti che non sono più una grande novità.
Sei al corrente delle varie etichette che vengono applicate alla tua musica? Tipo glo-fi, o, la mia personale preferita, “hypnagogic pop”…
Glo-fi ce l’ho ben presente, ovviamente, qualcosa qua e là finisco sempre per leggerla… L’ultima… hypna-cosa? Mai sentito prima… di che si tratta?
Solo una definizione che ho letto su Internet, che però mi sembra davvero interessante. Te la ripeto in soldoni, a parole mie…
Spara.
Dunque, l’hypnagogia dovrebbe essere uno stato tra il sogno e la veglia, in cui pezzi di informazione vengono in mente in maniera quasi tattile. Non sto a tirare fuori parole grosse, semplicemente credo sia uno stato di semi-trance in cui i cinque sensi si sfasano…
Ok, prometto che andrò a controllare un po’ meglio. Comunque mi sembra molto calzante.
Per quello ti chiedevo della grafica e della musica. Qualcosa che vedi e che senti, le cose che si fondono assieme.
Credo di capire perfettamente. Se mi succede è un processo largamente inconscio comunque. Anche se sono coinvolto in questo tipo di estetica, almeno per l’elettronica: suoni che quasi si possono toccare, che evocano in maniera piuttosto precisa i suoni della natura, o della città, o quelli interiori. Così come certe forme di grafica evocano scenari naturali… paesaggi, o emozioni.
Ti mette a disagio parlare della tua musica?
Come tutti i musicisti, credo, o una buona parte di loro, finisco per comporre a occhi chiusi, senza riflettere particolarmente su quello che faccio. Esiste ancora, suppongo, quel che si chiama ispirazione… ma, no, devo dire che le etichette non mi dispiacciono. Non sono uno di quelli che si sente “costretto” nei nomi o nei generi. So bene di appartenere a una nicchia, so cosa faccio e cosa suono. Non posso dire di essere eclettico.
Hai fatto parecchie interviste durante i tour?
Sono due settimane che non mi intervista nessuno. Sono abbastanza contento di parlare con te a dire il vero! È che come ti dicevo, non sono una persona di moltissime parole, di solito. Ho bisogno di molte domande!

Noto! Allora eccone un’altra. Una serie di artisti suonano all’incirca lo stesso tipo di musica e tutti giù a parlare di “movimento”: ora, a me è capitato molte volte di chiedere ai suddetti artisti cosa ne pensassero e se effettivamente si potesse parlare di “scena” (che non è mai una gran domanda, ma vabbé… funziona sempre).
Ho capito dove vuoi arrivare… credo…
Bene: perciò, Washed Out, Bibio, Neon Indian… tutta gente della cosiddetta frangia “chillwave”. Cos’è la “chillawave” per te? Questa scena esiste davvero o è una fabbricazione di noi giornalisti?
Io credo che esista. Ma per me è facile dirlo perché le persone che ne fanno parte sono miei amici, davvero. Ernest, ossia Washed Out o Alan dei Neon Indian, appunto. Li conosco piuttosto bene. Sono entrambi affezionati a me e io a loro.
Hm, capisco. E di cosa parlate? Di ragazze o di musica?
Di musica, soprattutto… delle cose che suoniamo, più che di quelle di altri. Di strumenti, o concerti, possibilità… Abbiamo un bellissimo rapporto. Quindi, per rispondere ancora alla tua domanda, di sicuro non mi annovero tra i musicisti a cui l’idea di “scena” irrita, anzi. Io credo che l’appartenenza sia una cosa magnifica. La gente lotta per ottenere quel tipo di sentimento… e una volta trovato, beh, non sarò io a rinnegarlo! Tutto sta nel come si prende la cosa, ovviamente. Magari a qualcuno non fa piacere di essere “sbattuto” in un file under assieme a degli sconosciuti che magari non gli sono neppure tanto simpatici. Non è il mio caso.
Ti consideri un grande ascoltatore di musica?
Si e no. Se devo essere onesto, non sono molto attento. Non sono il tipo che si fa i cd-compilation per la macchina e nemmeno quelle da iPod. Un sacco di ragazzi della mia età vengono da me alla fine dei concerti e mi mettono in mano i loro demo, chiedendomi di essere scelti come spalla, o di essere presi in considerazione per la mia etichetta, la Carpark. Vogliono che metta una buona parola e via dicendo… cerco di farlo realmente. Non butto le copie nel portabagagli e le lascio lì…
Beh, è una gran bella cosa! Hai qualche nome da suggerirci in anteprima?
No, sono terribile con i nomi, non ne sono proprio in grado. Pensa che non mi ricordo neanche di chi è la musica ascolto in auto… è roba che mi ispira e butto dentro, poi per le tracce e tutto il resto sono completamente negato.
Almeno hai un genere di preferenza?
Il reggae, almeno per i momenti morti durante il tour.
Ma chi è realmente Chazwick Bundick? Non so… ti piace il cinema? Quali sono i tuoi registi preferiti… libri preferiti… fumetti? Serie televisive?
Oh mamma, mi metti proprio all’angolo… non ho tempo di fare davvero nulla, specie con il tour, la musica… insomma, voglio ritagliarmi un po’ di spazi per stare fuori all’aperta, con qualche amico! Non vedo un film da una vita. Te l’ho detto, se proprio deve essere qualcosa, allora Chaz è un appassionato di design. Mi sembra sufficiente come hobby! Ora che ci penso, non riesco proprio a ricordare qual è l’ultimo film che ho visto… (ride, NdR)
Ok, almeno dammi questa soddisfazione: hai mai pensato di suonare qualche cover?
Non proprio. Cioè, preferisco di gran lunga suonare le mie cose. Non ho mai desiderato particolarmente suonare le canzoni di altri.
Ma… se ne dovessi proprio suonare una, quale sarebbe?
Credo sarebbe “Human Nature”.
Non quella di Madonna, immagino…
No, decisamente no, ahah! Quella di Michael Jackson. È un po’ che ci penso.
Bene, chiudiamo con la classica domandaccia: stai componendo nuove cose? C’è già un “sophomore record” per Toro Y Moi?
No, assolutamente. Forse ho composto un paio di pezzi da quando sono partito. Ma non di più. Me la prendo comoda. Non ho nessuno che mi corre dietro. Il disco è appena uscito… voglio masticare i pezzi per un po’, specie dal vivo. Non me ne sono ancora stancato per fortuna.







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