
Intervista di Marco Lombardo. Foto di Paul Herbst
Marcus Söderlund si esprime con un linguaggio rarefatto, al limite del documentarismo. Nei suoi video emerge sempre qualcosa di magico o inaspettato, in grado di lasciare senza fiato. Un approccio stilistico che ha fatto innamorare artisti del calibro di The xx, jj, Taken By Trees, Jens Lekman e Air France, solo per citarne alcuni. Lo abbiamo incontrato in un momento speciale della sua carriera, il punto di svolta forse: l’incontro con la BBC. Ci ha raccontato delle sue passioni cinematografiche, della sua infanzia, e dei segreti dietro alcuni dei suoi lavori più emozionanti.
Ciao Marcus, come stai?
Bene, grazie.
Dove sei in questo momento?
Londra.
Cosa stai facendo?
Ho appena finito di girare uno spot per la BBC, dedicato alla copertura delle prossime elezioni in Inghilterra.
Sembra una cosa seria…
E’ stata un’esperienza fantastica, davvero istruttiva. Ho lavorato con ottimi professionisti. L’ho raccontato a mia madre e non voleva crederci. Ha commentato: “E cosa ci fa la BBC con un clown come te?”.
A che età hai capito di voler fare il regista?
Da ragazzo. Un giorno mi sono svegliato e ho preso questa decisione. Cantavo in una band, ma non avevo alcun talento particolare né la pazienza di imparare a suonare uno strumento, cosa che oggi rimpiango. Il cinema ha rappresentato così un’alternativa al mio fallimento nel mondo della musica. Le immagini in movimento sono le canzoni che non ho mai scritto.
Che studi hai fatto?
Mi sono laureato in regia alla Gothenburg Film School. Prima ancora ho studiato alla Scuola di Cinema di Stoccolma, un’istituzione privata molto prestigiosa, ma altrettanto costosa. Senza la possibilità di accedere a borse di studio o finanziamenti statali, ho dovuto pagare tutto di tasca mia, pur non avendo un quattrino. Mi sono dissanguato. Ho venduto tutto quello che avevo, dai mobili ad un intero guardaroba. Alla fine tutti i miei amici andavano in giro con i miei vestiti. Ho persino venduto il mio corpo per delle ricerche scientifiche in campo medico.
Dove sei nato?
Bergsjön, un quartiere popolare, nella periferia a Nord di Goteborg.
Dove sei cresciuto?
Ho vissuto a Goteborg, Kungsbacka e Särö, una penisola famosa per il tennis e i suoi campi da golf. I miei traslocavano ogni sette anni. Oggi abito a Stoccolma, a Södermalm, nello stesso palazzo di Daniel Eskils, un mio caro amico nonché un regista talentuoso.
Quanti anni hai?
Ne ho appena compiuti trentaquattro.
Hai fratelli o sorelle?
Ho un fratellastro che non vedo da venticinque anni. Ho anche provato a fare un film su questa storia, ma è venuta fuori una cosa imbarazzante, tra le peggiori che abbia mai girato.
In che ambiente familiare sei cresciuto?
Ho rapporti solo con mia madre attualmente. I miei genitori da giovani erano dei Mods allo sbando, come nel libro Tulsa di Larry Clarks. Quando sono nato hanno cercato di darsi una regolata trasferendosi in campagna, per stare lontani dalla città e da ogni tentazione distruttiva. Così ho imparato ad andare a cavallo. Poi le cose si sono messe male, hanno venduto la fattoria e siamo tornati in città.
Sei sposato? Hai figli?
No.
Un ufficio tutto tuo?
Sì, ho appena cambiato location. Si trova a Sodermalm, non lontano dal mio appartamento. E’ una stanza molta piccola, apparteneva a Kristian Bengtsson, il mio fotografo svedese preferito. Dai un’occhiata qui: http://kristianbengtsson.blogspot.com.
Come ci si sente a essere uno dei più promettenti filmmaker svedesi?
Non riesco a immaginarmi in quel ruolo.
Cosa ti piace di più nel girare video musicali?
Tutta la mia vita ruota intorno alla musica. Sono un musicista mancato, come ti dicevo. Facendo questo lavoro ho l’opportunità di incontrare molte persone di talento e di condividere con loro dei progetti speciali.
Qualche nome in particolare con cui ti piacerebbe collaborare?
Vorrei lavorare con Håkan Hellström, a mio avviso il miglior artista svedese in circolazione. Sarebbe divertente girare un video con Drake.
Quali sono gli artisti che hanno influenzato la tua visione estetica?
Da bambino trascorrevo un sacco di tempo guardando i libri di Robert Franck, Nan Goldin e Sally Mann. Ancora oggi la fotografia è una delle principali fonti da cui traggo ispirazione, soprattutto quando si trova nella zona di confine tra l’immagine fissa e quella filmica.
Ti è mai capitato di rifiutare una proposta perché non ti piaceva la musica dell’artista con cui avresti dovuto lavorare?
Sì, ma ho anche cercato di ottenere dei lavori di cui poi mi sarei sicuramente vergognato.

In base a cosa accetti di girare un video?
Rifiuto se non ho abbastanza tempo o se penso di non essere adatto alle caratteristiche dal progetto. Non amo le sfide inutili.
Tra quelli che hai firmato, qual è il video di cui sei più orgoglioso?
Sono molto soddisfatto del lavoro svolto con i jj in Let Go. Adoro le espressioni del viso di Elin e Joakim in quel video, come amo alcune sequenze di Silly Crimes dei The Tough Alliance. Il mio preferito però rimane No excuses degli Air France. E’ quello a cui sono più legato, perché ho ripreso il mio eroe: un surfista che ha sempre e solo surfato le gelide onde del mare svedese. Mi piace il contrasto tra il calore della canzone e il grigio, venato di blu delle immagini.
Il video che apprezzi di meno?
Uno soltanto penso faccia proprio schifo, lo girai per una band elettro pop svedese, i The Similou.
Dove prendi ispirazione per le tue opere?
All’inizio della mia carriera la cercavo nei film che amavo. Oggi lascio che siano le situazioni quotidiane a influenzarmi, come l’innamorarsi in Vcr degli xx, oppure un’intuizione visiva, come in No Excuses.
Raccontaci di come lavori.
Prima di tutto, per essere a mio agio, ho bisogno di limitazioni. Paradossalmente mi rendono più libero, forse perché restringono le possibilità di scelta. Infatti sia per Vcr che per Let go ho avuto a disposizione solo quattro pellicole, in totale venti minuti di girato. Il passo successivo è interrogarsi sull’idea generale del progetto, insieme all’artista o al committente in questione. Un rapido brainstorming che sviluppo su un piano prettamente emozionale. A quelle sensazioni iniziali si aggiungono le decisioni tecniche fondamentali. Bianco e nero o colore? Dolly o a mano? Dopodiché cerco di rimanere il più fedele possibile alle suggestioni di partenza. Non ragiono mai in termini di pubblico. La priorità? Che gli artisti si riconoscano nel prodotto finale.
Il tuo videoclip preferito di tutti i tempi?
Ne ho più di uno. Il primo è You can call me Hall di Paul Simon, divertentissimo, poi On my mind degli Everything But The Girl e infine Nothing compares to you di Sinead O’ Connor.
Qual è stato sinora il momento più importante della tua carriera?
Lavorare al trailer della BBC.
Consideri il filmmaking un momento di catarsi?
Lavorare di per sè è catartico, mi allontana da me stesso, il più delle volte in maniera positiva.
Com’è stato collaborare con Jens Lekman al video di Sipping on the sweet nectar?
Adoro Jens come persona, amo la sua musica, il suo storytelling, la sua malinconia, la sua dolcezza, il modo in cui osserva il mondo. E’ una persona speciale, con una sensibilità unica.
Perché avete scelto l’Islanda come location?
Jens mi ha raccontato un aneddoto di quando era in Islanda per scrivere alcune canzoni. Un piccolo aeroplano rosso volava sopra la sua testa ogni volta che era in procinto di registrare. Mi fece anche vedere un breve filmato che aveva fatto con il telefonino. Così mi è venuta l’idea di chiedere a una mia amica islandese se conosceva qualcuno con un aeroplano. Venne fuori che i suoi cugini ne possedevano uno simile alla descrizione fattami da Jens e che erano soliti sorvolare l’area dove lui, qualche mese prima, si era rifugiato. Coincidenze che ci hanno fatto decidere di ambientare il video in Islanda, sfruttandone in questo modo anche le straordinarie potenzialità filmiche.
Durante le riprese eri anche tu su quell’aereo?
No, io ero su quello da cui abbiamo filmato il tutto, insieme al mio assistente Axel Danielsson e un pilota islandese fuori di testa.
Ne deduco che non hai paura di volare.
In realtà un pò sì. Non sono un fan degli aeroporti ma in questa circostanza la curiosità ha prevalso sulla paura.
Dai tuoi lavori emerge una certa fascinazione per la natura e gli animali, penso soprattutto a video come Vingslag di Kalle J, Baby dei jj e No Excuses degli Air France. Da piccolo guardavi molti documentari?
Non proprio. Mi piacciono gli animali e seguo la serie Planet Earth della Bbc ma da bambino non ho mai guardato molti documentari. Adoravo andare a cavallo però e ancora oggi, una volta al mese, sogno il cane che mi ha fatto compagnia durante l’infanzia, anche se è morto dodici anni fa.
Com’eri da bambino?
Iperattivo e disordinato. Non riuscivo a stare fermo. Mia madre dice che a sei mesi camminavo già. Come prova mi fa sempre vedere una foto mentre indosso un elmetto: ero così esagitato che fu costretta a prendere delle precauzioni per non farmi fare male da solo.
Stage Persona dei The Embassy è uno dei primi video che hai girato. Che ricordi hai di quella esperienza?
I piedi gonfi e insanguinati di Torbjorn dei The Embassy, dopo cinque giorni trascorsi a correre scalzo per le strade di Los Angeles, e di come perdemmo un nastro con sopra un’ora di girato, per ritrovarlo ventiquattro ore dopo in un parco. Fu una settimana indimenticabile, anche se stressante. Non avevamo alcun permesso per girare. Ci sembrava che la città fosse li per noi, per essere filmata. Una sensazione incredibile.
Cosa vi ha portato a Los Angeles?
Torbjorn viveva lì. Ci sembrava un posto visualmente interessante. I marciapiedi sono quasi sempre deserti perché la gente trascorre la maggior del tempo seduta in macchina.
Dove corre il protagonista del video?
Lontano dai suoi problemi, verso il mare.
Cosa hai pensato quando Pitchfork ha inserito Silly Crimes dei The Tough Alliance nella classifica dei cinquanta migliori video degli ultimi dieci anni?
Che avrei dovuto essere in una posizione più alta… Scherzo, mi ha fatto molto piacere.
L’idea dietro quel video?
A volte vorrei essere una ragazza di dodici anni e fare andare via tutta la tristezza con un semplice gesto come saltare la corda. E’ un’immagine che infonde un senso di calma straordinario.
Se il pubblico riesce a concentrarsi per più di tre minuti su una scena del genere vuol dire che hai fatto un buon lavoro.
Come hai conosciuto i The Tough Alliance?
Eric è un mio caro amico. Amo e rispetto tutto ciò che fa, anche quando le sue scelte sono discutibili.
Com’è stato lavorare con i jj?
Splendido. C’è un’aura speciale intorno a Elin e Joakim. Un qualcosa di sincero e purissimo.
Per loro, oltre al singolo Let go, hai girato un promo dedicato al web intitolato Baby.
Mi sono ispirato alla copertina di un disco di Bill Callahan, Sometime I Wish You Were An Eagle. Sono cresciuto in mezzo ai cavalli, li adoro. Volevo catturarli nel loro ambiente naturale, troppo spesso al cinema non sono altro che suppellettili d’arredamento intorno ai cowboy.
Com’è nata la collaborazione con gli xx nel video Vcr?
Sono stato contattato da Phil Lee della XL Recordings. In realtà non li ho mai incontrati, anche se c’è stata una fitta corrispondenza al momento dell’editing finale. Volevano che la trama fosse più astratta possibile e con me hanno sfondato una porta aperta. Si tratta di una storia d’amore adolescenziale, l’abbiamo girata a Stoccolma, in un vecchio palazzo industriale di proprietà della stylist e set designer, Marika Akerblom.
Ho letto che A New Chance dei The Tough Alliance è ispirato al regista iraniano Abbas Kiarostami.
Amo i suoi film e per quel video mi sono ispirato a Close Up. Volevo ricreare le sue atmosfere in un luogo completamente diverso: Onsala in Svezia, dove Eric ed Henning sono cresciuti.
La trama di Silvia dei Miike Snow?
Sulla terra sono rimaste solo dodici persone, sparse in angoli diversi del pianeta. Si risvegliano improvvisamente e sentono l’urgenza di dirigersi tutte nello stesso posto, dove s’incontreranno per dare fuoco a un’immagine sacra: il logo dei Miike Snow.
Hai girato The queen’s corner di Joel Alme in Italia. Come mai?
Ho un carissimo amico che vive a Roma, si chiama Alessandro De Angelis. Vado spesso a trovarlo così abbiamo deciso di girare per una settimana nei piccoli paesini intorno alla capitale. La luce era pazzesca e il cibo… O mio dio il cibo!
Cosa mi dici di Like Fading Rainbow di Jenny Wilson?
Il video è ispirato a un dipinto popolare svedese chiamato Alvadans. La danza e le straordinarie espressioni di Jenny Wilson si mescolano alla nebbia dell’autunno scandinavo. I ballerini sono come i ragazzi perduti di Peter Pan.
Gli ultimi due video che hai girato sono in bianco e nero. E’ solo una coincidenza?
No, i colori mi hanno stancato. In futuro, per quanto possibile, cercherò di lavorare solo in bianco e nero… è come se il colore in questo momento mi facesse male agli occhi.
Stai lavorando a qualche nuovo video?
A quello di Ceo, il progetto solista di Eric dei TTA e sono in trattative con i Radio Dept.
Nelle tue opere ritrai il mondo con estremo realismo anche se alla fine emerge sempre qualcosa di magico o inaspettato.
Non voglio limitarmi a registrare la realtà in maniera anonima. A volte è la natura stessa a creare la magia, altre volte è il gesto di un uomo, o quello di un computer. Ho bisogno di sorprendermi, con leggerezza però. La magia non deve mai essere invadente e sovrastare il reale.
Mi fai i nomi di qualche film o regista che ti hanno influenzato?
Adoro John Cassavetes, Love Stream è il suo film che preferisco… Fitzcarraldo di Werner Herzog ha avuto un ruolo chiave nella mia educazione cinematografica, così come i registi svedesi Jorgen Persson e Bo Widerberg.
Che musica ascolti?
In questo periodo seguo più che altro il blog di un mio carissimo amico, http://mindonrun.blogspot.com/
I tuoi gruppi preferiti?
Le band che hanno cambiato la mia vita? Sonic Youth, Public Enemy, Sebadoh, Ride, Stone Roses e Broder Daniel.
Ci suggerisci qualche nuovo artista svedese, sia in ambito cinematografico che musicale?
Volentieri! Ho già citato Daniel Eskils. Martin Steinberg è un talento eccezionale, e poi Fijona Jonuzi, una mia compagna di classe alla Goteborg Film School. Per le band dovresti ascoltare i Makthaverskan.
Il tuo pittore preferito?
Andrew Wyath.
L’attore?
Gena Rowlands.
Un fashion designer?
Heidi Slimane. Più per le sue fotografie straordinarie che per altro.
Descrivimi in tre parole come ti senti in questo momento?
Stanco, inquieto e spaventato.
L’ultima persona con cui hai parlato al telefono?
CKH, la mia ragazza.
Stai lavorando al tuo primo lungometraggio?
Nulla di concreto, ma è un’idea fissa. Mi accompagna ovunque.
Che film ti piacerebbe fare?
Qualcosa di profondamente onesto e sincero.
Chiameresti attori svedesi o stranieri? Qualcuno di famoso?
Preferirei lavorare con non-professionisti. Li sceglierei tra la mia cerchia di amici.
Il titolo del film?
Quello viene per ultimo, è la cosa più difficile.






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