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Marina & The Diamonds

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Intervista di Marina Pierri. Foto di Stephanie Gonot. Asstn ph: Whitney Blank

Quando incontro Marina Diamandis, nella grande lobby di un hotel di Austin, è stretta in un abitino nero che quasi assomiglia a un tutù e cammina su dei tacchi altissimi. Mora, sensuale e giovanissima, intervalla i suoi discorsi (con tanto di cadenza gallese) con dei sorrisi amplissimi che spesso si trasformano in risate rumorose e incontrollate: non posso fare altro che ridere a mia volta e passiamo assieme venti minuti pieni di buon umore. Più che allegra, Marina è “excited” e come non capirla? È negli Stati Uniti per la prima volta, è in tour promozionale con il suo (bellissimo) disco d’esordio “Family Jewels” e la accompagna la sua band, i The Diamonds. Insomma, sta succedendo quello che sempre sognato: le folle la adorano, gli stilisti fanno a gara per farle mettere i suoi abiti sul palco e ha firmato un accordo con una grande casa discografica. Go Marina!

Belli quegli occhiali da sole. Da dove vengono?
Oh, me li ha fatti una ragazza che non conosco… una fan! No, sul serio. Sono una montatura normalissima su cui lei, con grande pazienza e meticolosità, ha incollato pezzetti e pezzetti di vetro… Li adoro.


E quell’enorme cupcake?
Non ho fatto colazione e ieri ho a malapena cenato. È enorme, lo so… ma in America, del resto, come si fa a non nutrirsi di cupcake? Sono terribilmente belle a vedersi.

È la prima volta che vieni in tour negli Stati Uniti?
È la primissima si, anche la mia prima volta al SXSW. È tutto nuovo, l’emozione dell’esordiente. Questi giorni sono stata a New York, dove ho suonato addirittura due volte… Una a Brooklyn e l’altra in un locale fantastico a Manhattan, “Le Poisson Rouge”. Non ho mai avuto un pubblico migliore in tutta la mia vita e non lo dico così per dire: è stato probabilmente il concerto più divertente ed energetico di sempre.

Ho visto che hai firmato di recente, qui negli USA, con un’etichetta molto promettente, quella della mitica Alexandra Patsavas, la Chop Shop Music. Sei una fan del loro lavoro?
Si, sono persone bellissime!

Si, ma, hai presente tutto il discorso della Chop Shop legato alle serie televisive, lo sdoganamento della musica indie, The O.C., la colonna sonora dei film “Twilight” e tutto quanto? Si sono fatti davvero un nome importante, negli ultimi anni. E hanno avuto un ruolo fondamentale nella definizione dello stato della musica indipendente oggi.
Non guardo molta TV, ma, si, mi rendo conto della loro importanza; so che sono i migliori del campo.

Ok… comunque, il testo del tuo pezzo “Are You Satisfied”, l’opener di “Family Jewels” dice: “I was pulling up my hair/the day I got the deal/chemically calm/was I meant to feel happy that my life/was just just about to change”. È andata davvero così? Ti stavi davvero raccogliendo i capelli quando hai avuto la supernotizia del contratto major?
Si, e no. Non è stata una cosa immediata. La mia carriera di cantante è iniziata malissimo, quattro o cinque anni fa. Insomma, è un bel po’. Non sono come quei ragazzini che postano una canzone sui blog e vengono scoperti il giorno dopo dalla grande etichetta, tutt’altro.

E com’è andata?
Ok, vuoi che ti faccia un riassuntone?

Si, si certo!
Cinque anni fa mi sono trasferita a Londra. Cantare e suonare per me è sempre stato poco più di un sogno nel cassetto, il tipo di cosa che ti vergogni a raccontare e tieni per te. Sono stati giorni pieni di segreti, quindi: sgattaiolavo via e inventavo scuse con la famiglia e con gli amici, mi infilavo nei provini con le label, tentavo di cantare in qualsiasi locale fosse possibile. Però andava sempre malissimo. Anche quando riuscivo a combinare qualcosa, finivo per restare assai delusa dal risultato. Ne ho passate di tutti i colori, non sto a raccontarti tutto… per disperazione, allora, mi sono iscritta all’università e ho cercato di portare avanti con più determinazione i miei obiettivi. Non sono riuscita a “sfondare” dal niente. Ci ho solo provato, come tanti…

Ma quanti anni hai?
24, adesso.

Scusa, dicevi dell’università.
Ne ho cambiate 5 in pochissimo tempo. Non sono nata per studiare, credo… ma almeno sono riuscita a ottenere alcuni prestiti per gli studenti, anche se non mi bastavano. Così mi sono più o meno arresa e ho accettato di lavorare come cameriera per un po’. Volevo (e dovevo) pagarmi l’affitto da sola e tutto quanto. Sono stati anni del cazzo. In tutto questo, però, non ho smesso mai di scrivere e a un ceto punto ho avuto anche l’idea (brillante, se me lo chiedi) di iscrivermi a un piccolo corso di produzione con il laptop. Ho passato un sacco di tempo a sperimentare con tutti i software che mi capitavano tra le mani e alla fine sono venuta fuori con qualche demo decente che ho mandato qua e là, anche alla Rough Trade. Ripeto, sono stati mesi davvero difficili: ricevevo montagne di “no”… ma certamente ero anche io, non ero matura, non ero riuscita a tirare fuori quel che volevo. Sapevo di avere bisogno di qualcuno che mi guidasse e, alla fine, l’ho trovato.

Cos’hai studiato?
Sempre varie forme artistiche. Danza, canto, teatro, musica, storia della musica… discipline artistiche. Però, te lo dicevo, non sono una buona studentessa. Anzi, se devo essere sincera, ho fatto tutti questi corsi perché volevo che i miei genitori fossero contenti, o avessero la sensazione che stavo facendo concretamente qualcosa. Non che c’entri molto, ma come forse sai ho un padre greco e una madre gallese, infatti prima di vivere a Londra vivevo in Galles. Vengo da una famiglia aperta, che però a un certo punto, come ogni famiglia, si è interrogata su cosa volessi fare della mia vita e mi ha costretto a pensarci a fondo. Mi ricordo bene che quando gli dissi che volevo cantare per vivere mi guardarono molto sorpresi e certamente preoccupati: “ma come? Non ti abbiamo mai sentito cantare una sola nota in tutta la tua vita, quasi nemmeno sotto la doccia”. Te l’ho detto, è una cosa che ho tenuto per me per molto tempo, avevo quasi paura di essere scoperta. È stato un vero coming out. Gli ho detto che “era il mio destino”. Per ora sembra che avessi ragione!

Il Galles, Londra, la Grecia. Che mi dici del passaggio? Come ti sei trovata, all’inizio, nella metropoli?
Male, malissimo! Ho odiato Londra per un sacco di tempo. Nel nord della città ho trovato un po’ di pace, dove vivo. All’inizio però è stata difficilissima. Come in tutte le grandi città, devi avere molti soldi per vivere… bene. E io non ne avevo quasi affatto. Per un po’ ho pensato di trasferirmi ad Atene, che poi è la città di cui in parte sono originaria, ma ho concluso che mi sarei chiusa dietro troppe porte. Insomma, hai capito: sono stata instabile, un po’ nomade, ho fatto tanta fatica. Adesso vedi una Marina che ai tempi non esisteva.

Certo, capisco. E come sei stata scoperta, esattamente?
Quando sono diventata sufficientemente esperta di GarageBand ho messo su MySpace, in vendita, il mio primissimo EP, “Mermaid Vs. Sailor”. Non posso dire che sia stato un grande successo, ma un talent scout legato alla Neon Gold Records mi ha preso a cuore. Con i suoi consigli ho scritto moltissimo, sono davvero cresciuta. E poi, anche se ci siamo separati inevitabilmente dopo, è arrivata la Warner, cioè la Atlantic Records, a cui sono piaciuta parecchio. Il resto lo sai!

Mi sono sempre chiesta se sei proprio tu, in prima persona, che scrivi la musica, oltre che i testi. Le canzoni sono davvero ottime, suonano benissimo, “Family Jewels” infila un potenziale (o attuale) singolo dopo l’altro.
Assolutamente! Sono molto intransigente sul processo creativo. Pensandoci, il mio problema è sempre stato quello: avevo troppo bisogno di controllo sulla mia materia ma non avevo gli strumenti per farlo. Ci sono riuscita con la pratica, davvero e l’esperienza. Ho studiato. E solo allora mi sono sentita abbastanza sicura, solo allora ho davvero liberato quello che avevo in petto.

E suoni anche, dal vivo?
Oh si, si suono il piano. Un sacco di musicisti iniziano a suonare quando hanno otto o nove anni, specie se lo strumento in questione è il pianoforte. Nel mio caso è stato molto, molto diverso! Ho iniziato a lavorare con la musica quando avevo ben diciannove anni e dicono che a quell’età il cervello fa molta più fatica ad apprendere la coordinazione, le mosse, il ritmo, il solfeggio… è vero! Ho dovuto lavorare come una disgraziata e certamente ho fatto passi da gigante; ma dubito davvero di avere finito.

Parlando proprio di singoli, ce ne sono diversi lì fuori. Quale sarà il prossimo?
Il prossimo sarà una re-edition, ossia “I Am Not A Robot”, che poi è, forse, il mio pezzo più famoso, quello che ha avuto più consensi. NME, in Inghilterra, l’ha pompato parecchio. Sai, non è una novità. Se invece tutto va bene, dopo “Robot” dovrebbe essere il turno di “Oh No”. Anche se nessuno sembra essere particolarmente d’accordo. I discografici di solito storcono il naso quando lo dico e deve essere una decisione comune.

I video sono una parte molto importante della tua estetica. Sei tu che decidi come fare e come farlo, di solito, oppure ti affidi completamente al regista?
Un po’ entrambe le cose. Certamente è fantastico avere a che fare con dei professionisti creativi che sono in sintonia con te e con il pezzo, ma devo dire che capita raramente. Mi è capitato con King Burza, ad esempio, che ha girato “Hollywood”. Era piuttosto semplice, in realtà: volevo qualcosa che, come la canzone, che è molto pulita e molto prodotta, facesse venire in mente l’ esplosione simultanea di una quantità di elementi differenti. Infine, cosa possono essere gli Stati Uniti per una ragazza del Galles? Colori, reginette, coriandoli, torte altissime, balli del liceo e tutto quello che fa parte di un immaginario specifico e ampiamente condiviso. King l’ha capito e ci ha giocato. Il risultato è davvero goloso, è il video che tutti preferiscono. Ma, ancora una volta King è una fuoriclasse… è poco più grande di me (credo abbia ventotto o ventinove anni) ma ha le idee molto chiare. Il suo stile è molto distintivo (ha anche girato il video di “I Kissed A Girl” di Katy Perry, NdR)

Il video di “Mowgli’s Road”, invece, non è altrettanto attraente, se devo dire la verità… per fortuna la canzone è spettacolare. La mia preferita, credo.
Lo so, in quello non ho praticamente avuto potere decisionale. È anche un’immagine differente, quando lo guardo penso… ma sono davvero io? Sarà per gli effetti speciali (si vede Marina con delle braccia e delle gambe di carta,, come fosse un pesce per metà, NdR), non ne sono comunque particolarmente fiera, ecco.

Sempre in tema di estetica, sono abbastanza certa di averti visto in alcune foto o video di sfilate, qualche tempo fa. Me lo sono sognato, o…?
Non te lo sei sognato, affatto. Sono stata alla settimana della moda di Londra per un solo giorno, perché ero in tour, ma ho guardato tutto quello che ho potuto. In particolare, sono stata agli show di PBQ of Mayfair e di House Of Holland.

Ah, quindi sei anche appassionata di moda.
Non direi che sono appassionata, no… anzi. Non mi importa davvero granché. Ovviamente, credo che ogni abito o outfit contribuisca a definire la personalità di chi lo porta, ma a volte vorrei che la questione passasse più in secondo piano. Sembra che si sia deciso che la moda mi deve piacere… non so se mi spiego. Sembra che sia stato sceltola mio posto. In realtà mi importa solo vestire in maniera personale durante i concerti, per il resto non sono una di quelle donne maniache dello shopping, o di quelle star che vivono per mostrarsi nei panni di un designer o di quell’altro. Ecco, provo a mettertela così: uno stilista ha bisogno di una buona canzone per fare una buona sfilata e così io ho bisogno di un buon look per un concerto, o più generalmente per la mia musica. È un complemento, ma non è la cosa in sé.

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Quanto tempo impieghi normalmente per decidere cosa mettere, quando ti alzi dal letto?
Ah, non ci crederai, ma nemmeno cinque minuti… Ecco, capisci? Non sono quel tipo di ragazza, non vivo per la moda, decisamente.

Comunque, mi pare di capire, hai dei designer “del cuore”.
Si, si, ne ho. Vivienne Westwood sicuramente è nella top ten, poi vorrei segnalare un brand che, mi pare, sia ancora molto up-and-coming… Fam Irvoll. Scrivilo, mi raccomando. Sarebbe bello se più gente lo conoscesse.

Sbaglio o hai anche un braccialetto di Hermés al polso?
Si… colpevole!

Ho una vaga idea… se non sbaglio anche Lady GaGa si è fatta fare qualcosa o ne ha indossato qualcosa…
Ah, può darsi. Forse i cerchietti con le torte. Hai presente? Magnifici!

Si, si. Insomma, in tema, mi vuoi dire che non sceglieresti mai di legare la tua musica alla moda come fa, beh, Lady Gaga.
Mmm… ammiro, ma non amo.
Ci sono artiste donne a cui ti piacerebbe rifarti?
Non proprio. Sono come quelli scrittori che leggono davvero poco ma passano la giornata a buttare giù dialoghi, righe, pezzi… Non sono una grande ascoltatrice di musica. O meglio, lo sono, ma non credo di volermi ispirare a nessuno di particolare. Voglio essere me stessa e basta. Come ti ho detto sono un po’ maniacale nel controllo delle mie cose e credo sia importante restare il più puri possibile. Mi hanno detto che assomiglio a PJ Harvey, a Siouxsie… non ne hai idea. Credo che a un certo punto le persone comincino a vedere in te quello che amano di più, se ti apprezzano. Non è affar mio però…

È come il tuo pezzo: “oh my God, you look just like Shakira/no, no you’re Catherine Zeta/ actually my name’s Marina…”. Adesso capisco da dove viene…
Esatto!

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