
Intervista di Marco Lombardo. Foto di Paul Herbst.
I Local Natives sono originari di Orange County ma vivono a Los Angeles. Cinque ventenni che, una volta terminato il college, decidono di tentare il tutto per tutto e realizzare il sogno di una vita: registrare un disco. Vanno a vivere insieme e per un paio di mesi si dedicano soltanto alla musica. Scrivono undici canzoni, coverizzano i Talking Heads e partecipano al South By Southwest, il più importante festival di musica indipendente del mondo. E’ la svolta. Il pubblico li adora, la stampa inglese li nota e dopo qualche settimana firmano un contratto con la Infectious di Korda Marshall, discografico d’esperienza in libera uscita dal cartello delle multinazionali. Lo scorso novembre pubblicano per l’ etichetta indie britannica “Gorilla Manor”,, l’ album d’esordio, e attirano così l’attenzione della Frenchkiss, label che a Febbraio li distribuirà negli States. Proprio in quei i giorni i Local Natives saranno a Milano per la loro prima, imperdibile, data italiana. Come ingannare meglio l’attesa se non con un’intervista a Taylor Rice, uno dei fondatori della band californiana?
Ciao Taylor, dove ti trovi al momento?
Portland in Oregon. Siamo alla fine del tour americano, manca solo la data di questa sera. Ieri abbiamo festeggiato con le band che erano in tournée con noi, tutte di Los Angeles: gli Edward Sharpe and The Magnetic Zeros e i Fool’s Gold. Siamo andati avanti sino all’alba. Più tardi, dopo il concerto, partiranno per l’Inghilterra. Era l’ultima notte disponibile per sbronzarci tutti insieme. (Ride)
Da quanto tempo esistono i Local Natives?
Abbiamo deciso di chiamarci così circa un anno e mezzo fa ma suoniamo insieme da molto più tempo. Kelcey, Ryan ed io ci siamo conosciuti al college. All’inizio, nove anni fa, eravamo solo io e Ryan poi si è aggiunto Kelcey. Matt, il batterista, e Andy, il bassista, sono nel gruppo da tre anni, li abbiamo incontrati nel sud della California. Siamo una band rodata anche se i primi passi ufficiali risalgono soltanto alla fine del 2008.
Prima di Local Natives vi chiamavate Cavil At Rest, confermi?
Vero. Tutto è cambiato una volta presa la decisione di registrare un album. E’ stato un momento di svolta. Prima eravamo presi dagli studi o dal lavoro poi abbiamo deciso di fare sul serio. Ci siamo trasferiti in una casa tutti insieme – che abbiamo soprannominato Gorilla Manor, da qui il titolo del disco- e per mesi abbiamo pensato solo a suonare. A quel punto la band è diventata la priorità nelle nostre vite e abbiamo sentito l’esigenza di cambiare nome, per sottolineare il passaggio ad una nuova fase.
Dove siete cresciuti? Non siete di Los Angeles…
Io, Kelcey e Ryan siamo originari di Orange County, che dista circa un’ora e mezza di macchina da L.A.
Matt viene da una piccola città del nord della California e Andy è del Colorado, ma si è trasferito ad Orange per il college. La casa dove abbiamo vissuto tutti insieme e registrato il disco è ad Orange County, poi ci siamo spostati a Los Angeles, dove viviamo da un anno.
Perché avete deciso di trasferirvi a Los Angeles?
Prima di tutto è la metropoli geograficamente più vicina a noi. La conoscevamo già, ci andavamo spesso, alcuni di noi ci lavoravano. Terminate le registrazioni del disco, avvenute in completo isolamento dal mondo esterno, era giunto il momento di promuoverlo. Quale posto migliore per farlo se non Los Angeles?
In quale parte di L.A vivete?
Viviamo a Silverlake. E’ un quartiere a est del centro. E’ il luogo perfetto per noi. Tutto il vicinato è composto principalmente di artisti e creativi. Si respira una splendida atmosfera, molto diversa dalla Los Angeles più tradizionale, quella di Hollywood per intenderci, nella parte a ovest della città.
Quanto è grande la casa in cui vivete?
E’ una villa abbastanza spaziosa ma soprattutto molto economica. Abbiamo quattro stanze da letto, due bagni, un ingresso e una cucina. La proprietaria è convinta che ci vivano solo quattro persone (risate)… Ma non è così: siamo in sei. Noi cinque più la fidanzata di Andy. Io e Kelcey dividiamo una camera. Niente di lussuoso, anzi stiamo abbastanza stretti, ma ti assicuro che ci divertiamo un casino. Siamo stati fortunati a trovare quel posto.
Quanto pagate di affitto?
Per gli standard di Los Angeles è molto economico: 2400 dollari. Alcuni nostri amici pagano anche 1000 dollari al mese per condividere una stanza. E’ la soluzione ideale per noi, considerando che siamo quasi sempre in tour.
Come vi guadagnavate da vivere prima di lanciarvi nell’avventura Local Natives?
Io ero uno studente ma per un breve periodo ho fatto un lavoro assurdo: vendevo costosi elettrodomestici per casalinghe benestanti. Fare il rappresentate era la cosa più lontana da me che potessi immaginare però le commissioni sulle vendite erano altissime e non avevo orari fissi, proprio quello che stavo cercando. Con un paio di vendite sopravvivevo un mese intero. Mi restava un sacco di tempo per suonare. Anche gli altri ragazzi studiavano e si arrangiavano facendo qualche lavoretto qua e là.
Quanti anni avete?
Io e Matt abbiamo ventiquattro anni, Kelcey e Ryan ventitrè, Matt ventisette.
Siete una delle band più chiacchierate del momento, la classica “Next Big Thing”. Cosa avete fatto per arrivare a questo punto?
In realtà ci siamo limitati a registrare il nostro album. Mi piace pensare che la musica parli da sola e che questa sia bastata a far girare il nostro nome. Un punto di svolta è stato il South By Southwest, grazie al quale abbiamo capito che le cose stavano davvero ingranando. Allora non avevamo ne un manager ne un’agenzia di booking, e nessuna etichetta si era ancora fatta avanti. Durante quel festival abbiamo suonato nove show. Pian piano la gente si faceva più numerosa. Alla fine siamo stati costretti ad aggiungere un concerto non in programma. Risultato? Folla entusiasta. Tutto grazie al passaparola. Siamo tornati dal South By Southwest con un’ottima stampa da parte dei giornali britannici e nel giro di qualche giorno abbiamo pianificato un tour esplorativo in Europa, grazie al quale abbiamo poi firmato un contratto con la nostra attuale etichetta inglese. I Local Native sono soprattutto una band live. Suonare in giro per il mondo è il nostro obiettivo.
Non vedo l’ora di vedervi dal vivo qui a Milano l’8 Febbraio…
Anche noi siamo impazienti di venire di nuovo in Europa… Subito dopo aver finito il college ho fatto un viaggio con mia nonna qualche anno fa. Lei vive in Spagna e abbiamo girato l’Italia per circa un mese. Un’ esperienza fantastica. E’ stato stupendo: i posti, il mare, l’architettura, il cibo, le donne ovviamente (ride). Abbiamo visitato Roma, Firenze, Venezia , Napoli. Purtroppo non sono passato da Milano. Mi rifarò questa volta.
Durante quella vacanza hai avuto qualche “Italian Affair”?
No (ride di gusto).
Tornando al gruppo, qual è lo stato d’animo che vi rende più creativi?
Le sonorità dell’album sono molto eterogenee, come avrai avuto modo di ascoltare. Passiamo attraverso mood e stati d’animo differenti.
E’ importante per i Local Natives riuscire a coprire una palette emozionale più ampia possibile, in modo da riflettere la complessità dei vari componenti. Senza focalizzarsi univocamente su un tipo di sfumatura. Lavoriamo tutti insieme alla stesura dei brani. Ogni canzone è il frutto di cinque menti diverse che si influenzano a vicenda. Questo processo ha reso il disco un calderone di punti di vista e prospettive. Nello specifico ti posso parlare di una delle canzoni più significative che ho scritto: Camera Talk.
Wow. Certo! E’ la mia preferita del disco…
Davvero? Sono contento… L’ho scritta durante il viaggio in Europa, subito dopo il college. Può sembrare un po’ cheesy ma quel brano non è altro che una dichiarazione di felicità. Ero in un continente nuovo, avevo incontrato la mia sorellastra per la prima volta, viaggiavo tra la Spagna e Parigi. I miei occhi erano bombardati di bellezza e novità. Mi sentivo finalmente in pace con me stesso.
Quali sono gli artisti che vi hanno maggiormente influenzato?
Anche in questo caso le risposte sono molteplici. Siamo in cinque, ognuno con una sua storia musicale alle spalle. Dovresti parlare con tutti singolarmente… E’ una questione che ci siamo posti prima di registrare il disco. La principale passione che abbiamo in comune sono le armonie vocali di gruppi come Crosby, Still e Nash e gli Zombies. In secondo luogo l’interesse verso una forma ritmica inusuale, molto percussiva, che richiama i Talking Heads e, più di recente, gli Animal Collective. Il nostro tastierista è anche un ottimo batterista: era inevitabile che i Local Natives avessero un’importante anima ritmica… Personalmente adoro le orchestrazioni, le melodie maestose e di conseguenza amo artisti come Andrew Bird e Sufjan Stevens.
Siete stati paragonati ai Fleet Foxes e ai Grizzly Bear. Trovo che ci sia anche qualcosa dei Radiohead nella vostra musica. Sei d’accordo?
E’ un onore essere paragonati a queste band. Siamo grandi fan dei Radiohead. E’ uno dei nomi che mette d’accordo tutti all’interno del gruppo. Soprattutto quando siamo sul tour bus, in viaggio tra una città e l’altra. Di solito chi guida, a rotazione, sceglie la musica. Con i Radiohead si va sempre sul sicuro. Per Fleet Foxes e Grizzly Bear la questione è diversa. Ci piacciono e riconosciamo di avere molti punti in comune ma non sono mai stati un’influenza diretta, a dispetto di ciò che può sembrare. Abbiamo scritto i nostri brani prima di averli scoperti. Le similitudini vengono probabilmente da ascolti e sensibilità molto simili.
Per quale canzone vorresti essere ricordato?
Difficile rispondere. Non siamo una band prolifica. Non abbiamo molte b-side da parte.
Ogni canzone finita sull’album è il frutto di mesi di lavoro. Ogni brano viene sviscerato finché non è considerato perfetto. E’ un processo lungo e puntiglioso. Sono ugualmente soddisfatto di ognuno di essi.
Perché avete deciso di pubblicare Gorilla Manor, il vostro album d’esordio, in Inghilterra ben quattro mesi prima rispetto alla data di uscita negli Stati Uniti, fissata il 16 Febbraio?
I responsi in Inghilterra sono stati sorprendenti, a partire dal South By Southwest. La Infectious si è offerta di promuovere subito il nostro album nel Regno Unito, mentre negli States non avevamo ancora un contratto. Non ci siamo fatti sfuggire l’occasione. La scena musicale inglese è molto più compatta, agile, anche geograficamente. Pubblicare in Uk è stato troppo allettante . Eravamo consapevoli che ci avrebbe aiutato, di riflesso, a trovare una label anche negli Usa. Infatti poche settimane dopo abbiamo firmato un contratto con la Frenchkiss.
Qual è la tua band preferita su Frenchkiss?
Se la giocano Dodos e The Antlers.
Cosa stai ascoltando al momento?
Ho appena scoperto un ragazzo fenomenale che viene dal Canada, il suo nome è Patrick Watson: voce conturbante, ottimo musicista, oscuro, profondo. Un talento insomma.
Stiamo anche consumando il nuovo disco dei Beach House, strepitoso.
I tuoi tre dischi preferiti del 2009?
Noble Beast di Andrew Bird, che è in assoluto uno dei miei artisti preferiti. Actor di St. Vincent, adoro le sue canzoni, il tono della sua voce, e Veckatimest dei Grizzly Bear, un classico dei nostri giorni.
Cosa pensano i tuoi genitori della musica dei Local Natives?
Mio padre e mia madre sono nostri grandi fan. Mi hanno sempre appoggiato, lasciandomi la tranquillità di sbagliare. Non mi hanno mai ostacolato. La stessa cosa vale per gli altri componenti della band. Siamo stati fortunati. I genitori non sempre sono comprensivi nei confronti dei figli che sognano di diventare musicisti. Questo primo scampolo di successo è un modo per ripagarli della fiducia e del supporto che ci hanno dimostrato.
Quando è stata l’ultima volta che li hai sentiti al telefono? Di cosa avete parlato?
Ieri sera, prima del concerto. La mia è la più classica delle madri: mi chiede sempre se ho mangiato, se ho l’assicurazione sanitaria scaduta, mi dice di non bere troppo, di dormire.
C’è qualche band che ha cambiato la tua vita?
I Radiohead di sicuro sono una di queste, Ok Computer in particolare. Mi ha fatto capire quanto la musica possa essere profonda e complessa. Ascoltare quel disco è stato uno shock emozionale.
Di quale gruppo di musica elettronica ti piacerebbe fare parte?
(Ride divertito). Non seguo molto quella scena. Anzi devo ammettere di essere piuttosto ignorante. Fra tutti direi gli Air. Hanno composto la musica di un balletto avantgarde per la scuola che frequentavo. Ne rimasi davvero affascinato. Una performance magnifica.
Se fossi un animale, quale sceglieresti?
Il teridactor. Vale?
Che cos’è?
E’ l’animale perfetto. Metà dinosauro, metà uccello. Ovviamente vorrei essere in grado di volare ma anche di andarmene in giro sulla terra con la mia stazza imponente.
La persona che più ti piacerebbe intervistare, non necessariamente appartenente al music business?
Andrew Bird. Vorrei scoprire che tipo di persona è. Se è un genio solitario e stravagante oppure affabile e socievole. Non l’ho mai incontrato e spero di farlo presto. Sarei curioso di capire quale mente geniale è in grado di scrivere canzoni così straordinarie.
Cosa vi spaventa di più come gruppo?
Venire etichettati come “hype band” per poi essere gettati nel dimenticatoio un secondo dopo. Allo stesso tempo temiamo che i paragoni con Fleet Foxes e Grizzly Bear, ripeto comprensibili, ci danneggino, facendoci erroneamente passare agli occhi del pubblico come dei cloni. Mi spaventa l’idea che la gente non arrivi neanche ad ascoltare il disco per via di eventuali pregiudizi, che ci giudichi solo per ciò che ha letto, senza aver mai sentito una nostra canzone.
Cosa ti spaventa di più come persona?
Non poter fare musica, qualunque siano le ragioni. Sarebbe una cosa orrenda, molto deprimente.
Sei religioso?
Non credo sia la parola giusta. Mi definirei una persona spirituale.
Se potessi rinascere donna chi ti piacerebbe essere?
Sicuramente Bjork. E’ una delle mie artiste preferite di sempre. Amo la sua voce, il suo modo di parlare e di stare sul palco, quella teatralità unica e irripetibile. Sarebbe una rivelazione poter vivere quel tipo di genialità per qualche ora.
Se potessi viaggiare indietro nel tempo, in quale periodo storico ti piacerebbe vivere?
Perché indietro? Io vorrei viaggiare avanti nel tempo! Se però devo proprio scegliere allora preferire vivere nel periodo Cretaceo, per sfruttare davvero le mie ali da teridactor (ride divertito).
Cosa fai di solito prima di andare a dormire?
Telefono alla mia ragazza, altrimenti mi bevo una bottiglia di birra e poi collasso. Dipende dal tipo di serata, se suoniamo o meno, dove mi trovo. In questo periodo l’ultima cosa che ricordo è l’arrivo in un nuovo albergo, completamente esausto, il desiderio irrefrenabile di appoggiare la testa sul materasso e chiudere gli occhi.
Qual è stata la prima cosa che hai pensato questa mattina quando ti sei svegliato?
“Tra due giorni rivedrò la mia fidanzata”… Troppo romantica come risposta? Farò brutta figura? Però è la verità! Voi italiani capite questo genere di cose… No? Non siete molto passionali?
Qual è la tua serie tv preferita?
Odio la televisione, il più delle volte si tratta solo di spazzatura commerciale.
Ultimamente però il livello delle serie si è alzato vertiginosamente. Sono un vero tocca sana per i musicisti impegnati in lunghi tour. Ti tengono compagnia come niente altro. Nella band siamo tutti grandissimi fan di Lost. Non appena esce un nuovo episodio ci troviamo e lo guardiamo insieme. Io poi adoro 30 Rock.
Come ti immagini tra dieci anni?
In tour con i Local Natives. Questa band è veramente la cosa a cui teniamo di più in assoluto. Suonare è la nostra vita.
In tre parole, descrivimi come ti senti in questo momento.
Fortunato, affamato (stiamo per andare a pranzo), e un po’ sofferente per la sbornia di ieri sera. Ci abbiamo dato dentro parecchio per festeggiare la fine del tour.
Conosci qualche artista o regista italiano?
Qui ci vorrebbe Kelcey, è lui l’esperto di cinema tra di noi. Sono sicuro che saprebbe risponderti. Io invece sono pessimo. Onestamente? Mi sa che non conosco nessuno a parte i Blonde Redhead, ma loro sono americani ormai. Mi spiace davvero. Non mi viene in mente nulla.
Il tuo regista preferito?
Tutti adoriamo i Coen, Fargo in particolare, e siamo grandi fan di Tarantino.
Avete mai litigato per una ragazza?
Grazie a dio no! (Esplode a ridere). Non abbiamo mai condiviso interessi comuni quando si tratta di ragazze… Credo sia tra le cose peggiori che possa capitare ad un gruppo di amici. Siamo quasi tutti fidanzati. Per ora questo problema non esiste.
Su quale pianeta del sistema solare ti piacerebbe vivere?
Non ne ho la più pallida idea (ride)… Dico Giove. E’ il nome dell’Hotel dove dormiremo stanotte.
Nella vostra lista dei “Top friends” di Myspace, tranne i Wild Beasts, ci sono solo band che vengono da Los Angeles: The Union Line, The Outline, Voxhaul Broadcast, Aushua, Pepper Rabbit. Esiste una nuova scena musicale tutta losangelina?
Non credo si tratti di una vera e propria scena. Più che altro siamo tutti amici. Ci frequentiamo. E’ un momento magico in effetti per L.A. L’atmosfera è davvero elettrica, la creatività si respira nell’aria. Anche se musicalmente poi ogni gruppo ha le sue specificità. Prima di trasferirci temevamo di rimanere esclusi, di non riuscire ad integraci. Invece siamo subito stati accolti benissimo. Sia dal pubblico che dalle altre band. Abbiamo già suonato parecchi show in città, erano tutti affollatissimi. Adoriamo Los Angeles, ci sentiamo a casa nostra ormai.
In quale band del passato ti piacerebbe suonare?
I Beach Boys. Senza ombra di dubbio. La loro musica per me evoca splendidi ricordi legati all’infanzia. Sono probabilmente il primo gruppo che ho amato in maniera consapevole da bambino. I miei genitori li ascoltavano sempre in macchina. Adoravo quei viaggi… Ovviamente poi vorrei far parte dei Beatles.
Quando siamo stati in Inghilterra non sono riuscito a trattenermi: una delle prime cose che ho fatto è visitare il loro museo. Ero felicissimo, anche se mi sono sentito il turista medio americano.
Il tuo disco hip-hop preferito?
Come per l’elettronica anche nel campo dell’hip-hop mi trovi del tutto impreparato. Ryan è l’unico di noi che a volte ascolta quel genere di cose. Ne capisco poco, ma quando passa Jay-Z alla radio lo ascolto volentieri.
Grazie mille Taylor, ti lascio andare a mangiare.
Grazie a te Marco, mi sono divertito. Spero di vederti a Milano l’8 Febbraio…
Puoi contarci. Come potrei perdermi il primo concerto italiano di uno dei miei gruppi preferiti del momento?














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