
Intervista a Franco Jacassi di Fabiana Fierotti. Foto di Piotr Niepsuj.
Franco Jacassi è certamente una persona affascinante. E’ il proprietario di quello che io definirei “il paradiso del vintage”, un posto magico, pieno di arte e abiti unici in ogni angolo. Ma se si trattasse soltanto di abiti, avrebbe già perso l’alone cultuale che lo circonda. È molto, molto di più: stoffe, storia, cappelli, passione, luce soffusa, vetrine piene di oggetti, occhiali, scarpe, borse, amore. Come noterete, sono riuscita a fare ben poche domande perché il signor Jacassi mi ha travolta con un fiume di parole e storie che mi hanno rapita talmente tanto, da non rendermi conto del tempo che passava. Parte tutto da un viaggio in giro per il mondo…
Partiamo dalle origini. Come ha iniziato a collezionare vestiti vintage?
Ho iniziato intorno alla fine degli anni ‘70, come shopper proprio a livello professionale, prima era un interesse personale… negli anni ‘60 si andava a rovistare nei porti di Livorno, di Grosseto, nei grandi magazzini dove arrivavano mille stracci, dai cattolici che organizzavano l’aiuto ai poveri tramite la vendita di abiti… Ecco tutto ciò avveniva a Copenhagen nel 1969. Questo è un antefatto. Ma anche il fatto che mio padre mi costringesse ad andare dal sarto da bambino e che mia cugina stessa era sarta.
Tutto mi ha sempre influenzato, io ero la persona più elegante di tutta la scuola… Poi c’è stato il periodo underground, beat , facevo il cantante.
In quale gruppo?
Di un gruppo piccolo chiamato The Dragsters e quindi frequentavo le discoteche… c’è sempre stato di mezzo lo stile, il modo di vestire diverso dagli altri. Invece da un punto di vista professionale ho avuto la fortuna di abitare in una zona dalle origini tessili, la Sestina, e quindi di aprire una galleria d’arte moderna nel 1974.
Le frequentazioni di questi tempi artistici e intellettuali mi hanno permesso di conoscere alcuni personaggi, che poi erano anche miei compagni di scuola, tipo Sergio Loro Piana che mi diede l’incarico di scrivere un libro, che ho composto verso gli anni ’80, sull’eleganza maschile: “Elegance and Style”. Iniziai a viaggiare per il mondo grazie a Sergio, che un pò mi ha cambiato la vita… facendo queste ricerche per il libro mi imbattevo in alcune fabbriche tessili di Lione che stavano chiudendo e compravamo tutti gli archivi. Tutto ciò ovviamente mi ha portato a fare della ricerca e a cercare e cercare delle cose ed andare a vedere cosa c’era dall’artigiano che chiudeva o che aveva chiuso durante la guerra o nei laboratori di maglieria oppure nelle sartorie importanti oppure in vecchie mercerie.
Quindi ha viaggiato tantissimo.
Si, quello che non interessava direttamente a Sergio iniziai ad acquisirlo io, ad investire una marea di soldi allucinante per l’epoca. Quando mi chiedono “ma lei queste cose dove le ha trovate? Nei mercatini?” Mi viene da rispondere: Ma no! Cioè vi pare possibile? Ma non tanto per quello che si vede, quanto per quello che non si vede, che viene tenuto da parte per clienti speciali.
Ieri parlavo con una mia amica e le dicevo che prima o poi devo scrivere un libro intitolato “Il Sognatore”, perchè tutto quello che ho fatto mi è sempre sembrato molto meno di quello che si sarebbe potuto fare. Ancora oggi litigo sempre perchè non fanno la fiera di Milano dei tessuti… mentre in quegli anni mi veniva dato molto più spazio… per citare qualcuno, ad esempio Beppe Odenese mi ha fatto fare un mucchio di mostre, oppure facevo dei matrimoni strepitosi a Roma con Karl Lagerfeld ed Anna Fendi… erano anni molto più creativi per cui andando avanti anche il rapporto con gli stessi stilisti era diretto! Io ho lavorato direttamente con Jean Paul Gaultier, Gianni Versace, Romeo Gigli, Etro, Mantero… c’era un rapporto più stretto perchè in quegli anni lo stilista faceva lo stilista, non faceva il grande manager come adesso. Essendoci un modo completamente diverso di lavorare, il lavoro del ricercatore utilizzato da questi personaggi è venuto meno. Non esiste più la signora Mila Schon che ti dice “ma Jacassi! questo tulle di seta incredibile nero degli anni ‘30 me lo mandi tutto!” , perchè decideva lei che cosa voleva fare e capiva che quella cosa li non l’avrebbe mai più trovata nella vita e se ne appropriava. Un’altra grande differenza è che una volta gli stilisti compravano gli abiti perchè non volevano che nessun altro li vedesse, mentre adesso li noleggiano, li tengono un mese e dopo li noleggia Calvin Klein che fa la stessa cosa che ha fatto la designer di Marni! Mettici poi la crisi che ha determinato dei tagli spaventosi nei budget… beh credo che adesso la stiate sentendo anche voi.
Mah, noi riusciamo a tirare avanti in qualche modo. Non ci facciamo spaventare, ecco…
I maiali proseguono.
Esatto, PIG prosegue…
Ma volevo chiederle, a lungo andare a trovarsi in mezzo a tutto questo splendore di vestiti, di arte… non finisce per rimanere più la passione che…
Beh di soldi ne ho fatti tantissimi, ma poi li ho rispesi tutti. Però poi vedi molti giapponesi che entrano qua e chiedono se bisogna comprare il biglietto d’entrata, e capisci che l’aver creato quasi un museo non è roba da tutti… Rimane il fatto che gradualmente il valore dei capi aumenta, perchè è sempre più raro trovare un vestito di Poiret o di Madame Vionnet o di Chanel del 1929… però ecco quando pensi a che cosa hai venduto dici “caspita se li avessi tenuti” invece non è vero perchè vendi quello per comprare degli altri capi. Un lavoro come questo ha continuamente bisogno di capitale fresco, anche perchè gli stilisti che arrivano qua hanno la pretesa di vedere ogni mese sempre cose nuove; per fortuna che agendo su diversi livelli, noi cambiamo la sistemazione e quello che c era già 3 anni prima e che loro proprio non avevano nemmeno considerato, viene apprezzato.
Quindi gli abiti che ci sono qui da che epoca partono?
Tendenzialmente il Vintage parte da un momento in cui l’abito femminile diventa moderno, per cui dal 1912-15, da Paul Poiret, quando rivoluzionò il modo di vestire della donna, liberandola da lacci, lacciuoli e guepiere. Poi si prosegue fino agli anni ’80, che adesso stanno anche chiudendo, e gli anni ’90… Abbracciamo questo arco di tempo…
E’ ovvio che chi vuole può trovare qui delle camicette di seta molto belle, degli anni’ 60-‘70 spendendo 35 euro. Una signora di Parigi venerdì scorso era felicissima perchè ha preso una giacca di Yves Saint Laurent a 150 euro… quindi si trovano delle cose belle, ben fatte, a dei prezzi del tutto accettabili. Di certo se uno vuole comprare la Elsa Schiapparelli, la paga 160 mila euro, più i diritti di asta. È chiaro che la nostra ricerca è più indirizzata verso le cose belle, importanti, che hanno segnato decade dopo decade l’evolversi del gusto. Se uno compra un bell’abito importante è come aver comprato un bel quadro di Fontana, invece che un quadro degli anni ‘50 fatto da un pittore qualsiasi…
Mi sono stufato di andare al Castello di Belgioioso, della cui esposizione sono stato per altro il fondatore e ideatore, perché da 3 anni è diventato un posto dove arriva la gente e ti chiede perchè questa camicetta costa 130 euro e là la vendono a 10. Questa camicetta è di Valentino, è di seta, mentre quella là è una camicetta del grande magazzino.
Queste sono le delusioni della vita, uno lavora per 8 anni ad un progetto che funziona e poi i proprietari della fiera decidono che vogliono espandersi commercialmente. Che gliene frega a loro se arriva il vice direttore del New York Times o Donna Karen con 8 persone a seguito! Insomma, sono scappato via e adirato ovviamente, è per quello che sono così polemico.
Mi piacciono le persone polemiche, assolutamente.
Via Sacchi, 3
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tel. 02/86462076
(riceve per appuntamento)
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