Photography: Sean Micheal Beolchini, Styling: Ilaria Norsa, Asstnt Phtgrphy: Giovanni Galilei, Asstnt Styling: Fabiana Fierotti, Special Thanks: Marco Rapisarda, Stefano Palumbo,tutti i membri dei Crocodiles, la ragazza di Chuck e la Grinding Halt.
Intervista di Marina Pierri.
Hanno infestato l’estate del 2009 con feedback e distorsioni da fare sanguinare le orecchie e l’hanno fatto con un album chiamato, peraltro, “Summer Of Hate” (leggete l’intervista per scoprire perché hanno scelto il nome). Tra le loro fonti e influenze citano Spacemen 3, Jesus And Mary Chain e Velvet Underground, ma mettete su il loro fortunatissimo singolo “I Want To Kill” e scoprirete una citazione delle Crystals, il girl group. Vengono da San Diego e se la fanno con i migliori nomi dell’anno: Wavves e No Age. Sono stati stroncati e coccolati in uguale misura dalla critica americana ed europea, ma vedono un aspetto positivo anche nelle recensioni pessime. Hanno poco più di venticinque anni e un entusiasmo spaventoso. Sono i Crocodiles. E qui di sotto Charles Rowell, voce e chitarra della band – dallo Spazio 211 di Torino – ci racconta i per che e i per come della loro avventura nel favoloso regno dell’hype.
Ciao.
Oh, ciao.
Ti disturbo?
No, affatto, ma fammi andare in camera, così non c’è tanto chiasso in sottofondo.
Siete a Torino?
Si, siamo a Torino.
State per suonare allo Spazio 211, se non ho capito male.
Si, esatto.
Mi dicono che sia una delle migliori venue d’Italia, anche se non ci sono mai stata.
A me sembra fantastica!
Allora, come forse saprai, quest’intervista è per PIG Magazine…
Si, si abbiamo fatto il photoshooting oggi pomeriggio. Persone bellissime, Sean e gli altri.
Domani ripartite?
Si, andiamo a Ravenna. E poi dopo passiamo da NYC.
Oh, grande, andate a suonare a NYC, sono appena tornata. Dove?
Oh no, non ci fermiamo, facciamo solo scalo, perché siamo diretti a Seattle. Iniziamo il tour americano con una band che non so se conosci, i Raveonettes.
Certo che li conosco!
Però a NYC abbiamo suonato di recente, alla Music Hall of Williamsburg. Con gli Horrors.
Scusa, non ti ho chiesto… ma sei Charles o Brandon?
Sono Charles.
Ok Charles, ti va di presentarti?
Certo! Vado?
Vai.
Sono Charles Rowell dei Crocodiles e ho 27 anni e sette giorni (il mio compleanno è stato una settimana fa). Oggi è il 27 di ottobre e sono a Torino, dove suonerò questa sera. E…. vengo da San Diego!
Bene. Tu e Brandon Welchez, prima dei Crocodiles, suonavate assieme in una band punk chiamata The Plot To Blow Up The Eiffel Tower. Come è avvenuta la transizione?
Non così dolcemente come avremmo voluto. Quando i PTBUTET si sono sciolti io e Brandon abbiamo lavorato a due altri progetti per conto nostro. Nel frattempo, però, è successa ogni sorta di sfortuna. Nessuno dei due stava facendo un minimo di successo con la musica, poi un nostro amico è morto e abbiamo avuto anche un lutto in famiglia. È stato un periodo davvero difficile. Devi sapere che io e Brandon siamo molto affezionati: abbiamo scoperto che le cose non funzionavano soprattutto perché noi due non funzionavamo bene lontano uno dall’altro. Allora abbiamo fatto un patto. Abbiamo deciso che avremmo ricominciato a suonare insieme.
E sono nati i Crocodiles.
Si, era l’anno scorso, il 2008. Non volevamo continuare a suonare punk: eravamo abbastanza consci del fatto che quella musica venisse da un luogo oscuro, dove, dopo tutto quello che era successo, non ci piaceva più tanto avventurarci. Non ci sembrava più giusto scrivere soltanto quando avevamo sentimenti fortissimi, o negativissimi. Volevamo scrivere anche quando stavamo bene e, soprattutto, cantare e fare musica non soltanto per chi stava male. Perciò abbiamo provato a dare vita a qualcosa di evoluto, che non lasciasse andare del tutto quelle sensazioni estreme ma fosse anche, beh, più pop.
Ok: pop.
Si. Del resto, lo sai, non riuscirei mai ad ascoltare continuamente le stesse cose che ascoltavo quando esistevano i PTBUTET. Ero più piccolo. Lo saprai anche tu. Una determinata musica costituisce una determinata fonte di ispirazione in un determinato periodo della tua vita. Poi i periodi si succedono. E quella determinata musica non ti interessa più. Con i Crocodiles abbiamo tentato di trovare una via di mezzo tra le chitarre acustiche, o comunque un suono più intimo e le cose che amiamo e ci portiamo dietro come eredità. Per esempio i Birthday Cake o i Bauhaus. Ma anche i Beatles, o i Pixies, o i Kinks.
A proposito di pop. Sono sicura che moltissime persone vi avranno fatto notare che l’incipit di I Want To Kill ricorda molto da vicino quello di And Then He Kissed me delle Crystals.
(ride, NdR) Si, quell’unico riff si, molte persone ce l’hanno fatto notare. Beh, l’abbiamo fatto apposta. È una canzone, del resto, e come tutte le canzoni esce da una “fabbrica”, la fabbrica del pop. A noi è sembrato abbastanza normale inserire un mini-rimando, un aggancio. Anche i Ramones l’hanno usato… e molte altre. Quel pezzo è un classico.
Oh, ma io adoro quel pezzo, e adoro che voi abbiate scelto di usarlo… così fuori contesto poi… non voleva affatto essere una domanda polemica, o una critica.
Aaaah, bene! Pheeeew (ride, NdR) Ci hanno criticato tantissimo per questa storia di And Then He Kissed Me. Sai come sono i giornalisti, no? (ride di nuovo, NdR) Siamo stati davvero riempiti di merda per la scelta.
Assolutamente, mai passato per la testa. La canzone è fantastica e, ripeto, decontestualizzare il riff in quella maniera ha un “effetto-citazione” notevole. Mi piace da matti.
Grazie, davvero. Anche se in realtà ce ne siamo pentiti moltissimo. Ci siamo chiesti se avessimo esagerato, se avessimo, quasi, giocato col fuoco. Molti l’hanno sentita come un’eresia, persino come una mancanza di rispetto perché, sai, la canzone delle Crystals è una canzone d’amore e la nostra, beh, il titolo si spiega da sé direi. Ma era il nostro modo di omaggiare i girl group, Spector, una parte di pop che ci è immensamente cara.
Quindi mi pare di capire che non avete avuto vista facile con la critica.
Non sempre. Anzi, più no che si.
Il che mi porta – e scusami se suono brusca – alla cattivissima recensione che avete avuto su Pitchfork (4.1/10, NdR).
Si, davvero una pessima recensione! Non solo nel voto. Pitchfork ha preso, diciamo, una posizione molto precisa nei nostri confronti.
Come hai preso la faccenda?
Ovviamente all’inizio l’abbiamo presa male. Poi abbiamo visto che molta gente veniva ai concerti apposta per quella recensione o ci conosceva grazie a quella. E abbiamo imparato a vedere il lato positivo di una brutta cosa.
Leggete spesso Pitchfork? Come lo vivono i musicisti americani?
Beh, con timore ma anche con ironia, o sarcasmo. Ormai, voglio dire, lo sapete anche in Europa che a una band basta avere un ottimo voto su Pitchfork perché il cachet dei live lieviti di tre volte, per dirne una. Essere più di un’otto vuol dire avere un’esposizione molto speciale, essere invitato ai loro festival tra i migliori talenti, essere intervistati mille volte e potere avere un parere ascoltato da tutti. Non si scappa dall’effetto-Pitchfork, se sei un musicista americano. E avere una recensione come la nostra equivale un po’ ad essere ostracizzato.
Ostracizzato ma anche… al di fuori della massa.
Esatto, assolutamente. Conosco un sacco di band che hanno avuto recensioni tiepide, su Pitchfork – ma non solo – e la cosa è terribilmente frustrante. Avere un quattro ti fa almeno emergere. Tutti si ricordano di te, come ti dicevo.
Eppure, io credo che si tratti di una critica di “reazione” e non di “ricezione”. Voglio dire: quando è uscita la recensione avevate già fatto un giro assurdo di blog ed eravate stati promossi da gruppi, peraltro, molto celebrati dallo stesso Pitchfork, come Wavves e i No Age.
Lo credo anche io; mi sembra che abbiano reagito all’hype e scusa se magari pecco di immodestia. Non so se ci sia stata malignità, ma non credo. Hanno semplicemente creduto che fossimo poco originali e il nostro seguito fosse ingiustificato. Così l’hanno scritto. Del resto, tutto quello che concerne un prodotto e un pubblico, può non essere amato, o accettato: e chi produce deve tenere in considerazione che la possibilità si concretizzi. No?
Quindi non è cambiato nulla per voi, dopo la recensione?
Assolutamente no. Anzi: ognuno ha un’opinione su di noi! Siamo diventati un argomento di conversazione che va al di là del “mi piace” e “non mi piace”, che è davvero una conquista per una piccola band di San Diego. Lo diceva anche Madonna [ride, NdR]: “bad press is good press”.
Cambiando argomento: domanda banale ma sempre efficace… come siete finiti su Fat Possum? È l’etichetta di Wavves, vostro amico. Ha avuto qualcosa a che fare con la cosa?
Non so se sai che all’inizio avevamo solo video, non canzoni da ascoltare. Avevamo quest’idea assurda di poter “pilotare” le immagini nella testa di chi ci prestava un orecchio. Beh, abbiamo imparato una lezione preziosa: non si possono pilotare le immagini nella testa di nessuno. Così abbiamo smesso e ci siamo rassegnati. Abbiamo iniziato a incidere come facevano tutti gli altri. Alla fine abbiamo fatto benissimo.
E cos’è successo poi?
È successo che a dicembre del 2008, circa, abbiamo deciso di mettere I Wanna Kill su MySpace. Abbiamo ceduto. Non sono sicuro, a dire la verità, che Nathan (Williams, cioé Wavves, NdR) abbia dato un’imbeccata all’etichetta o altro, sta di fatto che dopo pochissimi giorni la Fat Possum si è fatta viva e ci ha chiesto quanti soldi ci servivano per sfornare un disco intero e che tipo di contratto avremmo voluto. Abbiamo detto subito di si. Per rispetto della Fat Possum che conoscevamo benissimo, naturalmente, ma anche perché nessun altro ce l’aveva chiesto!
Tra l’altro ha un roster fantastico, molto variegato.
Oh si… c’è Andrew Bird, ci sono i Fiery Furnaces, gli Heartless Bastards, i Dinosaur Jr, gli Heavy Trash… anche nomi non necessariamente legati al “piccolo” indie-rock americano se capisci cosa intendo.
Di solito sono le band che rincorrono i discografici. Mi pare che nel vostro caso sia stato il contrario.
Esatto, siamo stati davvero fortunati sotto questo punto di vista.
Senti, ma parlando ancora di Wavves. Saprai che è uno dei personaggi più controversi dell’anno; ed è di San Diego, come te. Siete amici o vi conoscete, che so, di vista?
Oh si, conosciamo Nathan da tantissimo tempo. Voglio dire lui è giovanissimo ora, ma io lo ricordo quando era davvero giovanissimo!
Cosa pensi di quello che è successo sul palco del Primaverasound Festival di Barcellona? (il “meltdown” che ha portato alla cancellazione del tour europeo, NdR)
È una situazione-medaglia, direi. È stata una fortuna e una sfortuna allo stesso tempo. Voglio dire, se fosse successo su un palco più piccolo e non in Europa, nel bel mezzo del primo tour internazionale, certamente si sarebbe chiusa lì e non staremmo qui a parlarne. Invece è dovuto succedere in quel momento, quando due continenti quasi interi avevano gli occhi puntati su di lui, sul suo successo e tutto il resto. Io penso che la gente del suo entourage abbia esagerato: nulla è stato fatto senza il suo consenso, ma come ti dicevo è giovane e quella quantità assurda di date si è tradotta, nel suo caso, in una quantità inimmaginabile di stress.
Lo difendi, dunque? Non credi che annullando tutte quelle date si sia comportato in maniera non professionale, indipendentemente dalla sua età?
Lo difendo per forza, perché è mio amico. Quando é tornato a casa e gli ho chiesto cosa diavolo avesse combinato era blu in faccia come se avesse fatto la più orribile delle azioni, ma ha tagliato corto. Mi ha detto “mi stavo divertendo un po’ troppo” e io ho capito che era successo tutto per il mix assurdo di robe (droghe) che aveva ingoiato. Anche quello, però, è causato dallo stress. Non voglio fare Matusalemme, ma come ti dicevo prima parlando di TPTBUTET, quando si è più piccoli si è più familiari con una serie di sensazioni e desideri estremi. Io credo che lui fosse talmente stanco da non voler sentire niente, non vedere niente, solo andare a casa. Il batterista poi; tra loro c’era una bomba pronta a scoppiare. Se anche la faccenda del “meltdown” non fosse successa, forse sarebbe successo di peggio, perché i due non si tolleravano neanche lontanamente, e da tanto. Per esperienza ti dico che non puoi fare buona musica con una persona con la quale non sei affatto in sintonia. Non va. È come una chitarra scordata: senti la nota, ma è tutta sbagliata. Per il resto, si, si è comportato in maniera davvero poco professionale, non sto a scusarlo. Non l’avrei fatto al suo posto.
Ma Wavves ora sta meglio, no?
Si, decisamente. Abbiamo suonato da poco assieme ed è stato incredibile: non faccio per dire, ma era una tripletta da paura. Noi, lui e i No Age. Abbiamo tirato giù il club!
Non stento a crederlo! Ma parlando di No Age…
So cosa stai per chiedermi: il singolo di Neon Jesus, la loro promozione…? Vero?
Oddio, sono troppo prevedibile!
A dire il vero speravo che volessi chiedermelo perché credo che abbiamo un debito non ancora estinto con loro e mi fa piacere parlarne. Magari, non so, in Italia non sono molto famosi?
Oh no, sono famosi in Italia, certo. Se ne parlava parecchio fino a qualche mese fa.
Beh, per noi è cominciato tutto, davvero grazie a loro. Pensa che parlarono di noi tra i loro migliori singoli del 2008, su Stereogum. E parlando di voci che non si possono ignorare nella musica americana, saprai meglio di me che Stereogum è una di queste. Poi c’è stato il SXSW: ci hanno presentato, portato ovunque… davvero… grazie No Age!
Parli del SXSW 2009?
Si. Sai che siamo in tour da allora, più o meno ininterrottamente? E quest’anno ci torniamo!
Porterete in tour un nuovo album?
Si, esatto! Al momento siamo davvero pieni di adrenalina. Non ci sediamo in uno studio da tantissimo e non vediamo l’ora di farlo. Il programma è fare tutto entro gennaio/febbraio ed essere belli pronti per marzo, appunto.
Quindi non siete il “classico” tipo di musicisti che odiano andare in tour, diventano isterici dopo un po’ eccetera?
No, al contrario. L’unico problema è che Brandon ha una famiglia vera e propria e io una fidanzata. E ci mancano. Per il resto la vita per strada non ci dà nessun fastidio. A dire il vero conto i giorni prima del prossimo SXSW!
È il festival musicale più bello del mondo e lo so perché ci vado ogni anno da cinque anni.
Non potrei essere più d’accordo per noi è una vera festa. Lo aspettiamo tutto l’anno. L’ultima volta ci hanno anche intervistato per il New York Times.
Ok, ultima domanda, o quasi: perché avete deciso di chiamarvi Crocodiles e perché il disco si chiama Summer of Hate.
Allora. Summer of Hate è una referenza molto chiara, ma non so perché non la nota nessuno! È che io e Brandon siamo veramente appassionati di tutto quello che è 60s e, insomma, hai presente la celebre Summer of Love?
Ah, giusto. È vero. Non ci avrei pensato.
Ecco siccome noi siamo forse più ispirati al lato buio degli anni Sessanta, allora abbiamo cercato un effetto “specchio”… tutto il contrario, l’inverso.
E il nome, invece?
La spiegazione per quello è molto più banale. Ti ho detto che abbiamo sempre amoreggiato, o comunque siamo più legati a un certo tipo di emozioni profonde, a un certo tipo di rock…
Non ti ho chiesto nulla su Velvet Underground e Jesus and Mary Chain perché penso sia fin troppo ovvio il vostro legame con loro.
Bene, anche perché probabilmente ti avrei risposto che “il nostro legame con loro è fin troppo ovvio!”
… dicevi.
Nulla, abbiamo scelto un nome aggressivo. Eccolo. I coccodrilli. Soddisfatta?
Direi di si!























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