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Sonar 2009: Carsten Nicolai

alvanoto09_pigmag.com

Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Piotr Niepsuj.

Precoce avanguardista visuale e oggi massimo esponente del minimalismo elettronico che insegue allo stato più puro con la sua Raster-Noton (attraverso il moniker Alva Noto e non solo), Carsten Nicolai è una mente brillante alla continua ricerca della perfezione estetica, capace di manipolare suoni e immagini fino all’unione quasi impossibile dello spazio che separa arte e scienza.

Quando hai cominciato a pensare all’arte e alla musica?
Ho iniziato studiando architettura, ma ho sempre avuto un interesse per le belle arti e l’arte visuale. Ho fatto la mia prima esibizione a 15 anni e solo molto più tardi, circa dieci anni fa, ho cominciato a creare suoni.

E la scienza?
Mi sono sempre piaciute le scienze naturali, per cui come ramo di studi ho scelto landscape architecture. La scienza e la matematica influenzano tuttora molti miei lavori.

Quanto conta l’estetica?
L’estetica è fondamentale per definire le cose. Significa crescere al di fuori dai contenuti, ma talvolta è essa stessa parte del contenuto. Ho studiato per anni questioni di tipo estetico e sono sempre attento alle proporzioni, ai tipi di materiali da cui dedurre funzioni.

Come si fa a bilanciare precisione estetica ed emozione nella musica elettronica?
La musica elettronica può regalare emozioni forti a discapito dei pregiudizi che la vogliono fredda e poco accessibile. Se qualche anno fa poteva essere considerata tale, adesso non è più così. Benché la maggior parte delle persone siano legate alla techno, ormai la musica elettronica è ovunque, anche nelle grandi produzioni pop.

Ritieni che la tua musica, al di là del progetto “pop” Alva Noto, sia accessibile?
Non voglio comunicare tutto il mio pensiero in modo olistico, cioè ogni cosa con un unico progetto, e non pretendo che la gente comprenda subito.
All’inizio è più importante capire se piace o meno ciò che si ascolta.
Ogni progetto si focalizza su un argomento specifico, quindi se l’ascoltatore si fa incuriosire dalla personalità di quel pezzo e riesce a coglierne un frammento può capire che c’è dell’altro, entrare nei dettagli e spingersi ad ascoltare nuove cose. In effetti con Alva Noto mi occupo della trasformazione di suoni astratti in strutture musicali della cultura pop più che in altri progetti.

La Raster-Noton ha favorito questo processo di sensibilizzazione?
La Raster-Noton è la nostra piattaforma (sua, di Frank Bretschneider e Olaf Bender, ndr) per pubblicare album e attirare l’attenzione pubblica. Siamo partiti lentamente 13 anni fa, tutti con un background sperimentale, ma senza il timore di utilizzare strutture pop. Ora i progetti coinvolti sono molto diversi, anche se siamo ancora legati all’idea più pura dell’elettronica. Cerchiamo di evolvere, di guardare avanti, producendo dischi che magari la gente non associa immediatamente alla nostra etichetta. Non siamo le stesse persone, cresciamo, cambiano i nostri gusti e interessi, quindi anche la musica. Ci piace affrontare nuove sfide e mettere alla prova i nostri ascoltatori, che speriamo apprezzino.

Si può dire che Signal è la sintesi degli altri progetti?
Non deve essere considerato un “supergruppo” perché formato dai fondatori della Raster-Noton, io, Frank e Olaf. E’ un progetto che nasce da lunghe session insieme dal vivo e si autoalimenta, il cui risultato è autonomo da ciò che ognuno di noi porta avanti singolarmente. Ne siamo sorpresi noi stessi, per cui speriamo vada avanti. E’ qualcosa di diverso dal resto in quanto sintesi live congiunta, mentre di solito ci rinchiudiamo in studio e poi suoniamo dal vivo.

A proposito di auto-alimentazione, cosa pensi del concetto di Stockhausen sui processi auto-generativi?
Non sono un grande esperto in tema a livello di produzione musicale, perché a me interessa il controllo assoluto su ogni parte del suono.
Quando consenti a elementi casuali di entrare nel tuo suono, come avviene nei processi auto-generativi, devi saper accettare e tollerare anche cose che non avresti mai contemplato in quel caso.
Alcuni risultati possono sorprenderti, altri entusiasmarti, altri ancora non piacerti per niente. Se mi capita di usarli, quindi, accade dal vivo dove le situazioni random sono naturali, mentre in studio seleziono solo quello che mi piace.

Qual è il margine di errore per te accettabile?
Mi piace fare errori, ma ovviamente devono funzionare o servire a qualcosa. Voler controllare gli errori può sembrare una contraddizione, ma mi diverto quando qualcosa va storto, così posso agire in modo creativo per riportarmi nella giusta direzione o trovare nuove idee.

Nel tuo ultimo album, Xerrox vol.2, sembra esserci meno controllo.
E’ un lavoro più dedicato all’idea del processing rispetto a Unitxt, che è molto controllato. In Xerrox suono vari strumenti dal vivo, li registro e li trasformo seguendo un approccio orizzontale e di ambiente piuttosto che ritmico.

Utilizzi anche campionamenti di altri artisti…
Prendo in prestito alcuni elementi melodici di Ryuichi Sakamoto, Michael Nyman e Stephen O’Malley (Sunn O))), ndr), così come loro usano i miei.

Hai collaborato con molti artisti, dallo stesso Sakamoto a Ryoji Ikeda (Cyclo) e Mika Vainio (Pan Sonic). Con chi ti sei trovato meglio?
Ogni collaborazione ha un suo fascino. Con Sakamoto, all’inizio eravamo distanti ma poi ci siamo avvicinati. La scorsa settimana a New York abbiamo deciso di preparare un nuovo album e uno show. Abbiamo già fatto quattro dischi insieme seguendo un concept preciso: mantenere musica elettronica e acustica sullo stesso livello di purezza, senza far interferire eccessivamente le sensazioni dell’una con quelle dell’altra. Il pianoforte non deve suonare come uno strumento elettronico e quest’ultimo non deve suonare come uno strumento acustico. Con Ryoji il feeling è diverso. E’ della mia generazione, abbiamo interessi simili, ci sentiamo quasi fratelli. E’ bellissimo lavorare con lui. Per capirci non abbiamo bisogno di parlare, siamo sulla stessa linea di pensiero. La scorsa settimana, invece, ho registrato dei brani con Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten.
C’era tensione, perché a me interessa esplorare gli albori del movimento industrial, mentre lui ora preferisce gli aspetti più teatrali e sperimentali con la voce. Ne è venuto fuori uno strano miscuglio di musica folk, industrial e sperimentazione.

Ti preoccupa la tendenza politica in Europa, sempre più orientata a destra, i cui partiti notoriamente non favoriscono iniziative culturali e artistiche? Penso soprattutto all’Italia, dove anche tu hai vissuto un anno…
Sono molto preoccupato. Non so come mai in Italia non si riesca a costruire un’alternativa valida a Berlusconi.
Gli italiani stessi non lo sanno. Purtroppo se l’Europa diventa sempre più conservatrice, la causa è la mancanza o debolezza di idee da parte degli intellettuali di sinistra, che dovrebbero rivederle. Almeno viviamo in un sistema democratico, per cui le cose possono cambiare.
La gente ha bisogno di rafforzare il proprio pensiero politico ed essere motivata per andare a votare. Se pensiamo all’elezione di Obama negli Usa, però, possiamo tornare a sperare.

Meglio la vita di artista oggi o vent’anni fa in Germania Est?
Sono contento del cambiamento politico. Il crollo del muro era necessario. Se il sistema non fosse collassato sarei scappato. Certo, se prima le pressioni erano politiche, ora sono economiche.
Abbiamo guadagnato soldi, libertà e diritti, ma ci siamo ritrovati con i problemi etici del capitalismo. Ieri il crollo del sistema socialista-comunista, oggi la crisi di quello capitalista. E’ importante riflettere sul concetto di società utopica, perché solo così arriveranno le idee. E’ ora di pensare a una società diversa.

http://www.carstennicolai.de/

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