Intervista di Giovanni Cervi, foto di Piotr Niepsuj
Mi sono sempre chiesto cosa muova le persone che stanno nel mondo dell’arte. Gli artisti è facile, si sa, è il sacro fuoco che li divora. Ma tutti quelli che ci stanno intorno? Galleristi, curatori, critici, agitatori… cosa li spinge? Fart prosegue con la sua indagine intervistando Kathy Grayson, a Roma per New York Minute, una mostra sulla scena artistica della grande mela, supportata da adidas.
Come sei arrivata nel mondo dell’arte?
Era il 2001 quando visto un disegno di Chris Johanson che ritraeva un tipo triste in completo da business con la scritta “how did i become a fucked up dog person” (www.artnet.com/Magazine/people/santoro/santoro7-10-4.asp), cambiai il mio corso di laurea e feci uno stage al Whitney Museum. In quel periodo non ero in sintonia con la mia vita così ne cambiai il percorso. Dopo la laurea al Dartmouth cominciai a lavorare alla Deitch Gallery perché rappresentavano Chris Johanson e io volevo conoscerlo!
Sei piuttosto giovane tu, cosa vedi nel tuo futuro?
Ho compiuto 29 anni ieri! ho ancora un anno per essere cattiva e poi so che dovrei diventare un po’ più seria. Almeno per quello che riguarda i party. Forse arrivare in orario al lavoro. Probabilmente, non sicuramente.
Dove trovi le energie per fare tutto?
Se ti diverti non ti stanchi mai.
Hai notato differenze tra il mercato dell’arte americano e quello europeo?
In qualche modo sono diversi, ma le “vibrazioni” sono le stesse. Da un punto di vista di marketing penso che, ad esempio, le galleria newyorkesi siano più interdisciplinari nel promuovere gli artisti, sfruttando le compagnie di arte, design, fotografia, moda, internet e tutte le cose del genere. A New York ci sono artisti che hanno i piedi d’appertutto, le loro carriere sono multiformi e si fanno pubblicità in campi diversi: ad esempio Hanna Liden può aver attenzione perché scatta un servizio di moda per V Magazine o per una sua mostra o per la sua presenza nella vita notturna. AVAF può fare una borsa per un’industria di design, una carta da parati per il Moma, un video per il Burning Man Music Festival etc etc. E’ dappertutto.
Dove ti piacerebbe vivere?
Appena laureata mi sono trasferita a New York. Non conoscevo nessuno. Vivevo in uno studio e dormivo su un futon. Mi ci son voluti tre mesi per trovare un amico. Ora ne ho centinaia. Dopo tutta questa fatica e tutto il lavoro fatto per costruirmi un network di artisti e amici non credo potrei vivere in un altro posto.
Con tutta l’arte che ti vedi passare davanti, c’è qualcosa che ancora ti stupisce?
In questo show romano pensavo di sapere esattamente come sarebbe andato l’allestimento, ma oggi, a soli tre giorni dall’apertura, è sorto un nuovo pezzo fuori da museo, una eccitante collaborazione, non rovinerò l’attesa prima dell’inaugurazione. Succede quando hai dieci grandi artisti in un museo e molta birra e caffè. Sicuramente salterà fuori qualcosa di sorprendente!







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