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Sonar 2009: Jon Hopkins

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Intervista di Gaetano Scippa. Foto di Piotr Niepsuj.

Enfant prodige dell’elettronica britannica, a soli 29 anni Jon Hopkins è il delfino di Brian Eno, lavora con Coldplay e ci illumina col suo terzo album “Insides” mentre doma i robot- Soundclusters di Roland Olbeter.

Come sei entrato nel progetto Soundclusters?
Sono stato coinvolto dal Faster Than Sound. Una bella sfida far suonare macchine come un quartetto d’archi…

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La robotica rende l’elettronica più fredda?
Per evitare perdita di qualità emozionale, ho creato un pezzo di poche note lento e dilatato, in modo da far sentire ogni accordo delle macchine.

Ripeterai ancora l’esperienza?
Sicuro! Roland sta sviluppando robot di nuova generazione e vuole coinvolgere me e Tim Exile anche in futuro.

Quando è nata la tua passione per la musica?
A 5 anni i miei genitori mi regalarono un pianoforte su misura. Da ragazzino mi appassionai all’house e all’elettronica più pop, come quella dei Pet Shop Boys senza cantato. Se mi avessero fatto conoscere i Kraftwerk sarei diventato un loro fan, ma nel 1987 nessuno ne parlava. A 9 anni comprai un enorme registratore usato a quattro piste. A 12 iniziai a prendere lezioni di piano classico al College of Music, dove c’era uno studio per sperimentare sequencing con Cubase o Performer sul Mac, mentre a casa provavo su un Amiga 500. A 19 anni scrissi il primo album strumentale (Opalescent, ndr) per la Just Music.

Cos’è cambiato in 10 anni da Opalescent a Insides?
I suoni si sono fatti più duri, ci sono più bassi. Sono stufo della quiete! Mi piace trarre elementi dal dubstep e dai primi loop dei Chemical Brothers.

Come hai iniziato a collaborare con artisti famosi?
Dipende. A Brian Eno piaceva la mia musica e voleva che introducessi parti elettroniche nell’album dei Coldplay. Il coreografo Wayne McGregor mi ha chiamato perché interessato ai lati più oscuri ed estremi della mia musica.

Herbie Hancock?
Sempre grazie a Eno, durante una jam session con lui e Squarepusher. Sette ore di grande musica che non so dove siano finite…
Qualcuno ti definisce l’erede di Brian Eno.
Siamo molto diversi. Lui è un pensatore a tutto tondo, un intellettuale, un oratore, un artista, una leggenda. Io sono solo un musicista.

Cosa pensi di Nathan Fake?
Non lo conosco bene, so che gode di molto rispetto, ma è più orientato sulla techno.

Quante ore passi in studio?
Una volta dalle 12 alle 4 di notte. Adesso dalle 9-10 alle 18, poi faccio altro e la mia vita è più piacevole. Bisogna imparare a darsi dei limiti, perché quando fai elettronica puoi produrre qualsiasi suono.

Come ha reagito il pubblico dei Coldplay quando hai aperto il loro live?
Avrei potuto suonare qualcosa di accessibile, in target, ma ho preferito essere me stesso.
E’ venuta fuori roba strana, pesantissima. Molti mi avranno odiato, ma a Salt Lake e Kansas City hanno apprezzato.

Progetti futuri?
Produrre meno, registrare di più in posti diversi.

http://www.myspace.com/jonhopkins

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