Intervista di Depolique, Photography: Nacho Alegre, Styling: Santi Rodriguez, Photo Assistant: Coke Bartrina, Styling Assistant: Davinia Arias, Hair And Make Up: Maria Martinez, Using Sebastian And Giorgio Armani Cosmetics
Anne Lilia Berge Strand nasce a Trondheim, in Norvegia, ma presto si trasferisce a Bergen, la cittadina che all’inizio del nuovo millennio finisce sotto i riflettori per via del suo intenso fervore artistico e del successo di nomi come Royksopp e Kings Of Convenience. A Bergen Anne alimenta il fuoco cittadino con una one night. E’ lì che incontra Erot, giovane e talentuosissimo produttore, DJ e grafico che diventa il suo compagno. E’ con lui che nasce Annie, siamo nel 1999; è lui che produce il suo primo brano, “The Greatest Hit”.
Nonostante la prematura e dolorosa scomparsa del compagno, Annie riesce a portare avanti il suo progetto che si concretizza in “Anniemal”, il suo disco d’esordio. Era il 2004, anno in cui blog e siti internet musicali cominciavano ad essere realmente influenti. La musica in rete, gratis, è ormai una realtà consolidata: tutto si raggiunge con un click. Basta sapere cosa cercare. “Anniemal”, finito sul web appena dopo l’uscita in Norvegia su Telle Records, diventa uno dei file più ambiti e scambiati dell’anno all’interno di una certa cerchia. Il disco viene accolto in maniera entusiasta dalla critica. Pitchfork su tutti, che elegge “Heartbeat” canzone dell’anno. Considerando che la mutazione electro pop di Goldfrapp non era ancora stata metabolizzata, che Roisin Murphy era ancora incastrata nei Moloko, che Robyn non si era ancora rimaterializzata e Lily Allen, La Roux e Little Boots probabilmente andavano ancora al Liceo: Annie suonava come qualcosa di nuovo e inatteso. Fresco e furbo come il pop d’alta quota, ma al tempo stesso vero, malinconico e prodotto in maniera esemplare da un team di amici che includeva, tra gli altri, i connazionali Royksopp e il britannico Richard X. Tutto lasciava pensare all’inizio di una carriera luminosa per l’allora venticinquenne bella, bionda e intraprendente fanciulla. Un po’ come era successo per i suoi concittadini. Ma la 679 Recordings, che sull’onda del passaparola e dell’entusiasmo globale si fa carico della distribuzione, invece che sfruttare le potenzialità di un album già “famoso” e in grado di sposare in maniera esemplare dance e pop, incespica non sapendo in che casella posizionarlo. Nonostante tutto Annie finisce per firmare con la Island e si mette al lavoro sul secondo lp. Le cose non vanno meglio. Nell’autunno dell’anno scorso, con il disco praticamente pronto ed un buon singolo apripista com “I Know UR Girlfriend Hates Me”, Annie sparisce dalla circolazione mentre esce un altro 12″, “Two Hearts”, rilettura di un hit di Stacey Q. Intanto di “Don’t Stop”, posticipato ad oltranza e poi finito in rete, si perdono ufficialmente le tracce. La ritroviamo alle porte dell’estate con un nuovo e agrodolce singolo killer. Prodotto da Richard X, “Anthonio”, perfetto anthem balneare narra di una fugace love story estiva con un misterioso ragazzo brasiliano che la protagonista ricorda malinconicamente indicandolo come il padre della suo neonata creatura.
Incontriamo e conosciamo Annie a Barcellona più o meno in quel periodo.
E’ il giorno seguente la fine del Sonar e siamo nello studio di Nacho.
E’ qui che comincia quest’intervista proseguita poi su una linea telefonica Milano – Berlino.
Ciao Annie…
Hey!
Come stai?
Bene, benissimo!
Ieri sera ho passato una bella serata, qui a Berlino. Ho messo i dischi in questo nuovo club che si chiama Dice, a Mitte.
Quindi ormai sei fissa a Berlino...
Si, mi sono trasferita a febbraio. Mi piace molto qui.
Riesci anche a lavorare sulla tua musica lì a Berlino o fai solo la DJ di tanto in tanto?
Non tanto. Il fatto è che la maggior parte dei produttori con cui lavoro stanno in Inghilterra o in Finlandia, quindi sono io a spostarmi. Non ho ancora collaborato molto con produttori tedeschi. Però mi sono costruita un piccolo studio qui in casa dove riesco a lavorare un po’: scrivo e registro un po’ di demo e di idee.
Com’è andata l’estate?
Bene! A dire il vero di vacanze non ne ho fatte molte. Sono stata molto impegnata nel lancio della mia etichetta. Non sono certo la migliore business woman in circolazione quindi ho dovuto darmi da fare. A parte questo ho passato dei giorni molto piacevoli a Barcellona, dove sono andata a suonare, quando ci siamo conosciuti, poi sono stata in Finlandia e dopo in Norvegia, a casa da mia mamma. Lì mi sono davvero riposata.
Come si chiama la tua nuova etichetta?
Totally Records!
E adesso cosa stai facendo?
E’ tutto pronto per l’uscita del mio secondo album, che dovrebbe vedere finalmente la luce, dopo mille peripezie, il sedici di ottobre in Europa su Smalltwon Supersound (e negli States il 9 di novembre).
Nell’ultimo periodo ho fatto migliaia di incontri per organizzare il tutto e anche per capire chi distribuirà il disco nei vari paesi.
Poi ho fatto un po’ di promozione e interviste in UK e Norvegia.
Insomma… Le cose stanno incominciando a muoversi…
Avevi firmato un contratto con la Island (Universal), avevi un disco pronto – Don’t Stop – che doveva uscire, non è mai uscito ma è finito in rete; mi racconti cosa diavolo è successo?
Credo si sia trattato della classica situazione major…
Ho firmato per la Universal grazie a Nick Gatfield, che era il boss della Island.
Una persona davvero interessata a me e a quello che facevo.
Avevamo fatto mille programmi per il futuro e stavamo lavorando bene insieme. Siamo andati avanti per oltre quattro mesi.
Poi all’improvviso lui è passato alla EMI…
La persona che è arrivata al suo posto sapeva poco o niente di me e del progetto…
Più che altro non aveva idea di cosa farne.
Tutto è diventato terribilmente complicato.
Lui ha cominciato a chiedermi di mandargli musica e io gliela mandavo…
Poi ci siamo incontrati ma poi niente, la situazione è precipitata e stop.
Se poi ci mettiamo anche che l’album è finito in rete… Un incubo!
Adesso ho rimesso a posto tutto il disco, cambiato alcune canzoni e sono riuscita a recuperare tutti i diritti sui brani.
Sono contenta di come sono finite le cose. Peccato averci messo così tanto tempo.
Cosa cambia dal Don’t Stop originario? Ce lo racconti?
Ci sono dei nuovi brani che ho registrato a Londra con Paul Epworth. Una bellissima esperienza. Credo che il disco sia molto meglio ora di com’era prima.
Ci sono ancora i pezzi che ho fatto con Richard X, con cui ho un ottimo rapporto e un’intesa incredibile in studio. Poi ci sono le canzoni che ho fatto con Xenomania, un team di produttori inglese. Ho lavorato in particolare con uno di loro, Brian Higgins. Loro di solito producono artisti pop giganti…

Hanno fatto anche l’ultimo Pet Shop Boys se non sbaglio no?
Si, esatto. Brian sta lavorando con i Saint Etienne, Kylie Minogue, Girls Aloud…
Ha diverse cose in ballo.
E’ stato fondamentale lavorare con lui perchè per me la melodia viene prima di tutto, è la cosa più importante del progetto Annie. Comincio sempre da lì.
Avere una persona così capace di dare un suono e una forma alle tue canzoni è stato davvero di grande ispirazione. Diverso da tutti i produttori con cui ho lavorato fino ad oggi. Ah e poi nel disco c’è anche il finlandese Timo Kaukolampi.
Si chiamerà ancora Don’t Stop…?
Si, così. Anche se è abbastanza curioso che un disco che è stato fermo per tanto tempo esca con questo nome..
All’indomani della sua comparsa in rete Popjustice lo definì “a complete modern masterpiece”…
(Ride) Perchè no… A parte gli scherzi. Penso che sia un buon disco e sono contenta di com’è venuto. Se poi mi chiedi se cambierei qualcosa non posso che dirti di si. Riesco sempre a trovare qualcosa che non va e che rifarei. D’altra parte sono una tale perfezionista che avrei potuto andare avanti a lavorarci fino al 2069…
Allora è per quello che abbiamo aspettato cinque anni…
Non è solo colpa mia… Hai sentito tutti i casini che sono successi!
Puoi raccontarmi come e quando hai iniziato a fare musica?
Ho sempre avuto una grande passione per la musica, sin dai primi anni di vita.
Ho cominciato a canticchiare quando avevo più o meno sei anni se non sbaglio, poi ho iniziato a suonare il pianoforte. Attorno ai quattordici o quindici anni facevo parte di questa band chiamata Suitcase, un gruppo indie rock. Eravamo molto ambiziosi, ma a posteriori direi che eravamo più belli che bravi…
Comunque ci siamo divertiti molto.
La mia prima buona canzone l’ho scritta quando avevo sedici anni, si chiama The Crush. Pensa che è stato pubblicata solamente tre anni fa, su Dim Mak…
Insomma, è una vita che scrivo canzoni.
Che strumenti suoni?
Suono abbastanza bene il piano. Un po’ il basso, la chitarra, qualche synth…
Diciamo che riesco a familiarizzare abbastanza facilmente con i vari strumenti, ma senza eccellere… A parte forse il didjeridoo (ride)…
Sicuramente me la cavo meglio a cantare.
Qual è il tuo background musicale? I dischi che ti hanno cambiato la vita o i gruppi che ti hanno influenzato…
Ho sempre ascoltato tantissima musica, difficile fare un elenco perchè sono passata attraverso così tante fasi… Proviamo. Ovviamente essendo norvegese ho avuto pure io un periodo A-ha… I primi dischi, Take On Me… Poi molto synth pop. Cose tipo Human League e più avanti Pet Shop Boys…
Da lì sono arrivata all’hip hop: NWA, Dr. Dre e cose del genere…
Come vedi ho avuto momenti diversi, non c’è mai stato qualcosa che mi abbia ossessionato.
Ci sono ovviamente cose che proprio non mi sono piaciute. Crescendo, attorno ai diciott’anni ho cominiciato a frequentare rave e club, quindi la musica che ascoltavo era su quelle coordinate.
Poi mi sono appassionata anche alla disco di New York: Larry Levan, Arthur Russel… Fine settanta primi ottanta. E forse è proprio quello che mi ha colpito, influenzato, che mi ha fatto prendere coscienza di quello che poteva essere il mio sound una volta arrivati al momento di produrre.
Ma sono così tante le cose che mi ispirano e mi hanno ispirato che è difficile elencarle tutte… Anche i primi dischi di Madonna!
Invece ultimamente cosa stai ascoltando?
Sto comprando tantissimi vinili ultimamente; Berlino è un posto incredibile per questo. Mi sento come una nerd in giro per negozietti! Ultimamente mi ha colpito molto questo gruppo che si chiama Parallel Dance Ensamble. Hanno un brano che si chiama Turtle Pizza Cadillac. Poi c’è l’ultimo dei Pet Shop Boys.
Non saprei, sto ascoltando così tanta musica…
C’è invece qualcuno oggi che senti particolarmente affine a te?
Mmm… E’ difficile dirti qualcuno che sento davvero vicino. Un’artista che mi piace molto, anche se non per forza vicina a me, come modo di lavorare e produzione è sicuramente Roisin Murphy. Ha fatto cose davvero interessanti. Anche Goldfrapp mi piace.
In passato il tuo nome è stato accostato a quello dei Saint Etienne…
Si, vero. Sono incredibili, bravissimi. Sicuramente abbiamo qualcosa in comune, e in un modo o nell’altro mi hanno influenzato. E’ sempre difficile capire come… Abbiamo già suonato insieme e lo faremo di nuovo a ottobre, aprirò per loro a Londra.
A Barcellona hai diviso la consolle con Marflow della Diskokaine; chi sono i tuoi amici all’interno della scena musicale?
Chi sono? Ieri ero in giro con Freeform Five, un amico e un bravissimo ragazzo.
Ho così tanti amici che fanno musica che non saprei elencarteli tutti.
Ovviamente ci sono Paul Epworth e tutti i miei produttori, specialmente quelli finlandesi. Ho tanti amici in Finlandia.
Hai un manager?
Ho dei manager. Un management di Bergen, la mia città in Norvegia.
Si chiama Made. Sono con loro da dicembre, da quando ho cambiato.
Mi trovo molto bene perché li conoscevo già un po’ prima di persona.
Sanno come sono, cosa penso, cosa mi piace e tutto il resto.
E poi sono anche degli ottimi business man.
Continuiamo su Bergen… Sono passati diversi anni da quando tu, Royksopp e Kings Of Convenience avete attirato l’attenzione mondiale sulla Norvegia e più in generale sulla scena scandinava…
Ti senti in qualche modo insieme ai tuoi colleghi di aver aperto una strada?
Non è che mi senta responsabile in maniera diretta. Non ero certo sola, eravamo un po’ di artisti che gravitavamo tutti attorno alla Telle Records. Io, i Royksopp, Kings Of Convenience, Ralph Myerz & Jack Herren Band… Tutti nomi di talento che avevano il desiderio di emergere anche al di fuori dai nostri confini.
E così è stato. Abbiamo capito che si poteva fare e abbiamo indicato, tracciato la strada probabilmente. Questo ha fatto capire a tanti musicisti che c’erano le possibilità e che bisognava provarci. Poi ovviamente come nella maggior parte dei casi è stata la stampa a montare il “caso Bergen”.
Com’era Bergen in quei giorni?
Era fantastica e lo è ancora. Nonostante sia una piccola cittadina era piena di entusiasmo. Proprio perchè la gente ha capito che se vuoi che succedano le cose devi fare il possibile, non basta aspettare che accadano.
C’era un grande fervore artistico, musica, parties… E poi si riusciva a coinvolgere tutti. Magari c’era un rave e ci trovavi pure i metallari… C’era la voglia di aprirsi ad altri stimoli.
Ad esempio a Berlino che è una città gigantesca e cosmopolita non è così: sono tutti presi dalla minimal e appena sentono un synth storcono il naso.
E’ vero che gestivi un club a Bergen?
Non gestivo un club, organizzavo una serata. Si chiamava Pop Till You Drop. Eravamo io e un’altra ragazza che faceva la DJ. Era sempre una festa, la gente era entusiasta. Abbiamo portato molti guest a suonare in città. Peaches due volte, Adam X e molti altri.
Hai sentito gli ultimi dischi di Royksopp e Kings Of Convenience?
Si ho sentito quello dei Royksopp, dei Kings Of Convenience no, mi sembra sia un po’ che non pubblicano niente…
Il disco nuovo sta per uscire…
Ecco perchè non l’ho sentito. Quello dei Royksopp mi piace, alcuni brani. Loro sono d’altronde sono talmente bravi. E non ho dubbi che anche quello dei KOC sarà interessante: Erlend ha un talento enorme.
In qualche modo la Svezia grazie ai lavori di gruppi come Peter, Bjorn & John, The Knife/Fever Ray, Studio, Tough Alliance ha un po’ preso il posto della Norvegia al centro dell’attenzione ultimamente, cosa pensi di questi artisti?….
Beh, Peter, Bjorn e… Come si chiama l’altro??
John..
(scoppia a ridere) Ah si John! Si, hanno scritto un super hit (Young Folks ndr), molto carino, ma tutto l’album per me era un po’ noioso. Mi piacciono molto invece i The Knife, sono una loro grande fan. Li suono spessissimo anche nei club quando faccio la DJ. Gli altri non è che li conosca un granchè.
E invece cosa mi dici dell’esplosione della scena disco del tuo paese?
Intendo Lindstrøm, Prins Thomas, Todd Terje e compagnia bella…
E’ una cosa molto curiosa. Perchè in Norvegia non è che siano sconosciuti… Ma quasi.
Non sono certo delle star. Suonano pochissimo dalle nostre parti, pur essendo molto rispettati. E’ soprattutto all’estero che riscuotono un buon successo e una discreta visibilità. A me piacciono soprattutto Lindstrøm e Prins Thomas. Thomas è un DJ favoloso.
Restiamo in tema di DJ… Come dimenticare il tuo DJ Kicks? Iniziava proprio con un brano italiano…
Si! I Wanna Be Your Lover di La Bionda, un gran bel brano. Amo la italo disco, mi piace molto anche Valerie Dore…
Usciranno altri tuoi mix in futuro?
Ne faccio un paio al mese quando sono a casa.
Magari in futuro potrei pubblicarne un altro. Vediamo…
Hai già pensato ai remix dei tuoi nuovi brani?
Si, certo! Un paio sono già pronti. Per My Love Is Better ci sono dei remix di Emperor Machine e uno di Justin Robertson davvero bello.
Arriveranno anche remix di altri brani, per ora ci stiamo ancora lavorando.
Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?
Ultimamente sto leggendo tantissimo. Letture impegnate. Al momento Pyrrhus et Cinéas di Simone De Beauvoir. Tra gli utlimi anche un libro su Mao e The Book Thief di Marksu Zusak.
Poi adoro la moda e adoro comprare vestiti. E questa è la nota dolente del fatto di vivere a Berlino: è pieno di mercatini e negozietti…
Beh sicuramente è più economico che a Milano…
E’ quello che mi ripeto sempre quando compro quel paio di scarpe in più che non dovrei…
Ah! Mi piace tantissimo correre, faccio jogging regolarmente e saltuariamente anche un po’ di karate.
Sei mai stata in Italia?
Si! A Napoli, a Torino e a Roma. Anche a Capri una volta.
Per “lavoro”?
Sono venuta a fare qualche data come DJ. Voglio tornarci, adoro il vostro paese.
Mi piacerebbe venirvi a trovare a Milano. Spero di farlo presto.
E cosa ti piace del nostro paese a parte ovviamente il cibo?
Beh, il cibo è di un livello superiore. Non ci sono paragoni.
Mi sono sempre divertita in Italia. Il vostro paese è bellissimo anche solo da guardare, avete una storia e una cultura millenaria.
E poi è un paese rilassante popolato di persone affascinanti e interessanti.
Torniamo alla musica, qual è la tua definizione di musica pop?
Bella domanda. Vedi, per me gli Hot Chip sono pop, li vedo così. Poi però penso a Britney Spears e non riesco a non considerarla pop.
Solitamente la gente considera pop i dischi che vendono di più. Per me è un discorso che ha a che fare con la musica. Se una canzone ha delle melodie accattivanti, è leggermente noiosa ma non veramente noiosa… Allora è pop. Insomma qualcosa che ti fa sentire veramente bene o che ti annoia. Oppure qualcosa che ti fa semplicemente provare un bel sentimento.
E la tua musica? La consideri pop?
Si. Per lo meno dal punto di vista compositivo. Le parti melodiche sono pop.
Dal punto di vista produttivo, invece, come dicevamo prima, sono stata influenzata da quello che ho ascoltato nel corso della mia vita. Ed è molto di più che semplicemente pop. Potremmo definirla pop elettronico ma sarebbe sbagliato; è il mio stile.
Forse è per quello che il tuo disco d’esordio ha dato il via ad un certo modo di fare pop, una sorta di “pop intelligente”. Oggi, per esempio, abbiamo gente come La Roux e Little Boots…
Beh questo per me è un grandissimo complimento. Però non saprei dirti. Tocca a qualcun altro dirlo… Little Boots mi sembra una musicista molto preparata, invece trovo che La Roux abbia dei brani davvero forti e contagiosi. Non mi sembra di avere molto in comune con loro ma penso che siano davvero brave.
E Robyn?
Non è che sia una sua grande fan, ma devo ammettere che è una gran lavoratrice, ho visto come lavora, quello che fa anche con la sua etichetta. With Every Heartbeat è un gran pezzo, l’album perà non mi piaceva tutto.
Hai iniziato la tua carriera negli anni dell’esplosione di Napster, mentre il tuo esordio è uscito proprio nel periodo in cui siti e blog musicali hanno cominciato ad affermarsi e a diventare determinanti nel successo, per lo meno mediatico, di un artista; Anniemal infatti è stato un caso esemplare. Cosa pensi di questo e del rapporto tra nuovi media e musica?
Per me è una gran cosa. Trovo fantastico il fatto che un artista possa fare un disco e dopo tre secondi qualcuno dall’altra parte del mondo sia in grado di scoprirlo.
L’idea che qualcuno seduto su un’isoletta al largo della Nuova Zelanda possa ascoltare Annie è meravigliosa.
Per me è stato importantissimo che siti come Pitchfork parlassero di me.
La prima volta che ha scritto di me neanche lo conoscevo, soltanto dopo mi sono resa conto dell’importanza e dell’autorevolezza che aveva tra i media e nel music business. Ovviamente scoprire che il tuo disco è finito in rete, magari prima della release ufficiale, ti da’ un grande dispiacere. Ma cosa vuoi farci? Ormai è così. Bisogna cominciare a vedere e a pensare la situazione in un modo nuovo. Io per esempio ho sempre amato il vinile, continuo a comprarlo e spero di poterlo fare sempre; non importa quanto mi costa. Non c’è paragone con una canzone in formato digitale, il suono è migliore.
Questi cambiamenti influenzano in qualche modo il tuo fare musica?
No, direi di no. Magari mi danno molte più possibilità nel mio lavoro come DJ.
Capita di scoprire molta più musica, di sentire un pezzo che mi piacerebbe suonare e di conseguenza mi viene voglia di andarlo a cercare in vinile.
Restando su Pitchfork.. Hai visto che ha incluso Heartbeat nella lista delle top 20 canzoni del decennio? Prima di 7 Nation Army dei White Stripes… Ma soprattutto davanti a quella che viene considerata una delle canzoni pop più famose della storia come Can’t Get You Out Of My Head di Kylie…
Si, ho visto! E’ stata davvero una sorpresa. Mi ha fatto piacere soprattutto perchè come dicevamo si tratta di un sito autorevole, con una vera passione per la musica e che vanta tra le sue file ottimi giornalisti.
Vedere una canzone che ho scritto all’interno di una lista di brani presumibilmente considerati dei classici mi ha riempito di orgoglio. Ho sempre voluto scrivere un classico, una canzone che potesse durare nel tempo e non essere dimenticata dopo due tre giorni.
Considerando che una bella fetta della critica ti adora (abbiamo citato alcuni esempi come Pitchfork e Popjustice ma potremmo farne altri), perchè secondo te a tante attenzioni non è corrisposto un pari successo commerciale? Le carte in regola le hai tutte…
Non lo so, non saprei spiegarlo. E’ una cosa che può dipendere da vari fattori.
Per esempio quando lavoravo con quelli della 679 Records mi dicevano sempre che era difficile lavorare con Annie perchè non sapevano bene se definirmi come artista pop o underground… Facevano fatica a catalogarmi…
Davvero una cosa stupida perchè dev’essere interessante e anche una bella sfida lavorare con un artista che ti offre diverse possibilità.
Poi io non me ne intendo di vendite… A me interessa la musica.
E poi ormai gli artisti che vendono sono davvero pochi. Prendi La Roux: avrà venduto un bel po’ di dischi, ma se fosse uscita anche solo cinque anni fa chissà quanti ne avrebbe venduti di più.
Ormai si guadagna con i live e sforzandosi di trovare sempre qualche buona idea da affiancare alla musica.
Abbiamo letto su internet la storia di Anthonio e ne siamo rimasti affascinati; puoi dirmi, se non sono indiscreto, se è vera?
(ride) Si… Guarda, io penso che nella vita di ognuno ad un certo punto arriva un Anthonio oppure un’Antonia… C’è qualcosa di vero in quella storia. Non so se il suo nome fosse veramente Anthonio.
Pensa che sto ricevendo tantissime lettere da amici, conoscenti, sconosciuti che mi dicono che hanno sentito la canzone e che la storia li ha colpiti, che anche loro hanno vissuto un’esperienza del genere.
…Quindi quella tua foto con quel bambino in braccio… E’ vera? E’ tuo figlio?
… Si, è lui.
E adesso? Sei single?
Si…
Qual è la tua canzone dell’estate?
Sicuramente la mia Anthonio, il brano che ho scritto con Richard X.
Poi… One Day di Juan Maclean.
Come ti vedi nel giro di dieci anni?
Vorrei continuare a lavorare con la musica. Il che non vuol dire necessariamente continuare a fare album, anche se ne farò sicuramente ancora.
Al momento sono già proiettata sul prossimo: ho scritto diverse nuove canzoni e ho lavorato un po’ con Fred Falke. Oltre a questo sto scrivendo brani per altri.
Tipo chi?
In questi giorni esce un brano che ho scritto con Xenomania a Londra. Per un girl group che si chiama Mini Viva. La canzone si chiama I Left My Heart In Tokyo.
Scrivo così tanta musica che non posso usarla tutta per me…
Hai qualche rimpianto?
No, mai. Non ho nulla da rimproverarmi. Magari solo quel paio di scarpe in più di cui non avevo bisogno… (ride)
Ciao Annie…
Ciao..















Oh my god! where is that Zebra Jumper from? Beautiful! I want one :)