Foto di Piotr Niepsuj.
Mi sono sempre chiesto cosa muova le persone che stanno nel mondo dell’arte. Gli artisti è facile, si sa, è il sacro fuoco che li divora. Ma tutti quelli che ci stanno intorno? Galleristi, curatori, critici, agitatori… cosa li spinge? Da questo mese Fart sarà dedicato a loro e alla loro passione. A cominciare da Nicolò Cardi, gallerista, che ha aperto da pochi mesi il “Cardi Black Box” .
La scatola nera usualmente è uno strumento che registra, la tua scatola cos’è invece?
Nell’immaginario collettivo la scatola nera di un aereo registra il mondo dall’alto. L’arte, invece, lo processa in modo che sia possibile vederlo da altri punti di vista. Sempre nell’immaginario collettivo una galleria è un cubo bianco, che corrisponde alla stanza vuota, intatta, bianca, il luogo fisico che poi si riempie d’arte. Cardi Black Box invece ha scelto di identificarsi non con lo spazio che la definisce, ma con il suo contenuto. Nero è il colore che si ottiene attraverso strati di pittura sovrapposti, ma è anche forme, pensieri, immagini, idee, esperienze. Se il bianco è il colore dell’inizio, della neutralità, il nero è invece il colore del percorso. Noi pensiamo all’arte come a uno spazio complesso e profondo: il colore nero, racchiuso nel nome di questo progetto, riflette questa profondità. Non solo, ma richiama anche l’ombra metaforica che le opere lasciano sulle pareti. La scatola nera, allora, diventa metafora dell’arte che marca permanentemente lo spazio della galleria e diventa parte della sua memoria. Ecco, direi che la mia scatola nera è tutto questo. E altro ancora: per esempio, diversamente da quella degli aeroplani non raccoglie immagini oggettive, ma “contiene” la realtà attraverso la sua memoria individuale e collettiva.
Aprire in questo periodo di crisi: è un salto nel buio?
No, non è un salto nel buio. Il mio intento è certamente anche fare utili e ci riuscirò perché parto dal presupposto che l’arte è un bisogno. Da sempre. Di certo, l’apertura di Cardi Black Box in questo momento particolarmente difficile rappresenta anche un segnale positivo. E’ proprio adesso che bisogna fare e far sapere che ci sono persone disposte a fare da volano. Inoltre io mi prefiggo un altro obiettivo, che è quello di allargare il mercato presentando l’arte in un modo più accessibile rispetto a quello tradizionale. Cardi Black Box è uno spazio diverso dalle solite nicchie elitarie: è meno ovattato, meno “irraggiungibile”. Per questo puntiamo moltissimo sull’accessibilità, sul coinvolgimento: cerchiamo persone curiose, a cominciare dai giovani. E lo facciamo con un progetto culturale a tutto tondo: per fare un esempio, in galleria sono distribuiti gratuitamente i Notebox, libricini con informazioni sull’artista e sulla mostra in corso, su cui è possibile anche prendere appunti. Inoltre le opere sono accompagnate da didascalie a parete che offrono delle chiavi di lettura delle opere esposte.
Spesso il ruolo di gallerista è visto come quello di semplice mercante, anche per colpa di molte persone che si improvvisano galleristi. In realtà ci puoi spiegare come funziona il tuo ruolo, e come funziona una galleria?
Inizio a rispondere da questa seconda parte della domanda. Oggi le gallerie sono protagoniste a tutti gli effetti della vita culturale e con un’amplissima gamma di proposte, esposizioni, percorsi, prestiti, sono un indispensabile punto di riferimento per l’arte e per il territorio nel quale operano. Accanto alle funzioni tradizionali, di mediazione tra il mondo degli artisti e quello dei collezionisti – e del mercato in generale – la galleria contemporanea ha acquisito una responsabilità considerevole nei confronti del pubblico collezionista e di quello generico, ma anche verso gli stessi artisti. È a partire da questa consapevolezza, da questa idea che ho del ruolo della galleria nel nostro tempo – e qui vengo alla prima parte della domanda – che nasce Cardi Black Box. È un progetto che ho fortemente voluto per dare una nuova direzione e slancio al mio percorso di gallerista.
Cardi Black Box è una struttura indipendente, focalizzata sul contemporaneo, con una vocazione quasi museale per l’impegno di ricerca, il sostegno agli artisti nella produzione di nuovi lavori, il programma di collaborazione con le istituzioni culturali a livello internazionale. In particolare, poiché ritengo che il gallerista “tuttofare” appartenga a un’epoca passata, ho disegnato la galleria sulla netta separazione dei ruoli. A Nicolò la cura e la gestione della parte amministrativa e commerciale, mentre a Sarah Cosulich Canarutto, primo direttore artistico stabile di una galleria, farà le sue scelte in modo del tutto indipendente, costruendo una programmazione culturale capace di guardare alla storia dell’arte più che alle mode o agli andamenti delle aste.
Come assembli il tuo team di lavoro?
Punto tutto sui giovani. Il mio team è composto solo da persone sotto i 35 anni con tanta voglia di fare, tutti italiani. Dopo il secondo errore sei fuori dal team. Ogni settore dell’attività è stato affidato a uno specialista, un esperto, come avviene nelle aziende di qualsiasi altro ambito. Ciascuno ha un ruolo determinato e spetta a me orchestrare le varie funzioni, dando forma a uno spazio di creatività non più feudo di botta e risposta mercantile. La comunicazione è in mano a un ufficio stampa esterno, come fanno i musei e le fondazioni, e altrettanto la grafica. Ma, lo ripeto, il vero punto di forza consiste nell’aver affidato la programmazione artistica a una specialista, con alle spalle solide esperienze internazionali nel mondo dell’arte, sempre attraverso incarichi istituzionali, mai commerciali. Ho totale fiducia in Sarah Cosulich Canarutto e lei in cambio ha la totale autonomia di lavoro e indipendenza nelle scelte artistiche.
C’è una nuova tendenza di esposizioni che vengono dal basso – negozi, atelier e anche case che si aprono per una sera e ospitano mostre – quasi sempre di ottima qualità, dando spazio a giovani talenti. Cosa pensi di quest’arte che cerca nuove vie al di fuori dei circuiti usuali?
Penso davvero che siano le idee e i singoli progetti a fare la differenza. Anche perché poi i progetti di qualità riescono a trovare persone pronte a finanziarli. Faccio anche a PIG un esempio su cui già mi sono espresso: le gallerie d’arte, i teatri, le tavole rotonde, fanno tutti un eccellente lavoro. Tuttavia ci sono spazi pubblici al di fuori dei circuiti tradizionali, vedi i centri sociali, nei quali si fa arte, teatro, poesia, musica. Ecco, in proposito io propongo: perché non mettere in piedi una cordata di giovani imprenditori interessati a sostenere le forme artistiche che nascono in questi spazi? Io penso che sia davvero tempo di togliere questa patina di snobismo da tutte le espressioni contemporanee. Ho la sensazione che in Italia l’arte contemporanea sia diventata una moda oltre che a rivolgersi ad un gruppo limitato di persone. Perciò dico che è arrivata l’ora di aprire e dare accessibilità a chiunque, dalla città underground all’imprenditoria top.
Sono morti e sepolti i tempi dell’artista bohemien? Com’è l’art system oggi?
Credo che tutto intorno a noi oggi mostri il segno di una necessità di un cambiamento radicale rispetto al mondo cui siamo stati sinora abituati. Cambiamento che non è ancora avvenuto, ma che è pronto per essere cavalcato, scoperto, inventato. Noi ci proviamo, a partire da un’idea: costruire un modo nuovo di vivere nel mondo dell’arte contemporanea.
Gli artisti non sono tutti uguali. Loro rimangono come sono, ognuno ha il suo modo di essere e di comportarsi. Il ruolo di gallerie e istituzioni è quello di conoscere e lavorare con gli artisti affinché siano le opere d’arte con i loro messaggi a divenire accessibili. La galleria fa da mediatore tra la persona dell’artista e il visitatore in modo che l’arte mantenga sempre un rapporto diretto con il pubblico. Di arte c’è sempre bisogno, è una necessità per tante, tantissime persone, anche per quelle che non ne sono consapevoli. L’arte contemporanea deve diventare raggiungibile.
Cos’è per te il successo?
Il successo è una scatola nera che registra il reale e lo divulga a tutti. Mai tenere i sogni nel cassetto, bisogna combattere, crederci e cercare sempre di realizzarli.








I soldi no?