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Grizzly Bear – Intervista

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Intervista di Marina Pierri. Foto di Andrew Laumann.

I Grizzly Bear, a tre anni dal bellissimo “Yellow House”, escono in questi giorni con il loro nuovo album “Veckatimest”. Siamo innamorati da sempre del loro sound assurdo, che fonde influenze dei girl group degli anni Sessanta, jazz, blues, pop e post rock, ma oggi la band sembra aver fatto l’impossibile, confezionando un disco levigato ed elegante dall’inizio alla fine, senza alti e bassi o cadute di tono. Eppure, al SXSW 2009, non abbiamo parlato di musica con Ed Droste e Daniel Rossen. Piuttosto, abbiamo cercato di capire il rapporto speciale che i Grizzly Bear sembrano avere con la comunicazione online e dunque con chi li legge e li segue. Tra Twitter, Facebook e leak, questo è il ritratto di un gruppo eccezionale che, oltre a suonare egregiamente, è riuscito ad assomigliare ai suoi ascoltatori. Un gruppo che si racconta con trasparenza, cerca di capire il mondo attorno a sé e funzionare al meglio in un mercato che di anno in anno costruisce e poi inghiotte, crea e distrugge. Ecco la nostra intervista.

ED: Ti dispiace se si siede con noi anche Daniel (Rossen, NdR)?
No, affatto.

ED: Quindi sei italiana?
Si!

ED: Vivi a Roma?
No, a Milano.

ED: Ah, Milano! È la capitale della moda, dell’editoria… e anche ci vengono a suonare davvero tutti! Ti piace? Ti trovi bene?
Si, la adoro.

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ED: Ma in questo periodo dell’anno, fa così caldo in Italia?
Oh no, è solo marzo. Fa ancora freschetto, direi.

ED: Dio, qui ad Austin si muore. Ma senti che concerti ci saranno in Italia di qui a breve?
Oh, mille… non so, io aspetto molto Andrew Bird, Fan Death, Blank Dogs.

ED: Oh, anche tu! Mi parlano tutti di questo Blank Dogs. Ma chi è? Che fa?
La gente, credo, lo chiama “shitgaze”.

ED: Già (ride, NdR), qualsiasi cosa significhi!
Si, davvero.

ED: Hai sentito il nostro nuovo album, Veckatimest?
Si, si, è meraviglioso!

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ED: Ma… immagino che tu abbia sentito la copia che è finita su Internet, che ha quella qualità orribile…
Uh, mi dispiace, proprio quella…

ED: Scaricate molta musica, lì, in Italia?
Un po’, si, suppongo.

ED: Leggete tanta stampa estera? Inglese, americana eccetera?
Si, i blog, le webzine, Pitchfork… la solita roba.

ED: Ma c’è una scena molto vitale lì da voi?
Non so se è molto vitale, ma certamente c’è una piccola scena.

ED: Oh, e c’è qualche band italiana che suona qui al SXSW?
Si, ci sono gli A Classic Education! Loro sono favolosi.

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ED: Oh, wow, devo assolutamente andare a vederli allora, sono curiosissimo. È anche vero che probabilmente in Italia non c’è moltissimo pubblico per la musica indie. O sbaglio? Mi pareva di averlo letto da qualche parte.
C’è pubblico, ma certamente non quanto ce n’è a NYC, ecco. C’è una nicchia di gente che ascolta e va ai concerti. Più o meno, sempre la stessa.

ED: Com’è Firenze?
Beh, dipende da quale punto di vista la guardi…

ED: Musicalmente.
Non mi pare che sia vivacissima, ma anche lì c’è un gruppo che si occupa di promuovere le nuove band.

ED: Noi siamo stati a suonare a Milano e a Bologna, era il tour di Yellow House.
Io vi ho visto a Bologna, al Covo. Era pieno, mi ricordo.

ED: Si, eravamo contenti. Per quel che mi ricordo. Ma è stato tantissimo tempo fa! Mi manca un po’ andare in tour. È passato un po’ di tempo tra Yellow House e Veckatimest e cominciavo a sentire la mancanza di questa vitaccia. Voglio dire: negli Stati Uniti ci capita di andare in giro qua e là. Possiamo fare date se vogliamo e sappiamo che qualcuno verrà.
In Europa, d’altro canto, andiamo per promuovere i dischi. Costa troppo andarci per la gioia d’andarci. Tipo… in Italia secondo me non ci fila nessuno.

No, non è vero! Io credo che, oggi, ci saremmo in molti ad un concerto dei Grizzly Bear. Perché questa mancanza di autostima?
ED: Ma non verrebbero migliaia di persone.

No, non un migliaio. O forse si… sicuramente un po’ ecco!
ED: Ovviamente scherzo.

Avete suonato molto in Europa, comunque. Qual è la città che ricordi con più affetto?
ED: Ah, è un clichè… ovviamente Parigi. Abbiamo suonato alla Fondation Cartier. È stato lo show più bello che ricordi. Comunque, ecco, a Parigi abbiamo suonato proprio molto, almeno sette volte. Al Point Ephemere, alla Maroquinerie… le venue lì sono da svenire.

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E il SXSW ti piace? È la vostra prima volta qui?
ED: No, è la nostra seconda. C’eravamo anche quattro anni fa, ma non eravamo nessuno. Ma sai cosa, al SXSW è così. La seconda volta che ci vieni hai la misura di chi sei diventato nell’intervallo tra le due edizioni. Poi, io cerco di trarre il massimo dal soggiorno: cerco di vedere più band che posso. Non sono uno di quei musicisti che si accascia nella sua suite al Driskill e si scola champagne fino a mezzanotte. Sono in giro. Tutto il giorno.

Ti ho visto ieri al concerto di L***** ****S (Ed Droste mi ha chiesto di non citare esplicitamente il nome dell’artista, NdR). Ti è piaciut*?
ED: Promettimi che non lo scriverai, ma… no, per niente.

Io credo che si sforzi troppo di assomigliare a (artista svedese finit* in copertina su PIG qualche mese fa).
ED: No, beh (artista svedese finit* in copertina su PIG qualche mese fa) è infinitamente meglio. Non c’è paragone. Non c’è affatto la stessa classe. Non aveva voce, accidenti, era come ascoltare carta vetrata che striscia sul legno. Una voce non deve essere solo “sottile” o “argentina” per essere delicata. È come l’eleganza: è un dono. O hai la melodia, o non ce l’hai. E quell’accento, mio dio. Insopportabile. Da ver* contadinott*.

Tu però adori il pop, mi pare di capire.
ED: Si io adoro il pop.

Qualche nome?
ED: Roisin Murphy, Annie, mamma mia, Annie!

E qui, invece, al SXSW cos’hai visto di interessante?
ED: Oh, Micachu & The Shapes! Favolosa. Poi ho visto i Department of Eagles, ma sono di parte (è la band di Daniel Rossen dei Grizzly, NdR). Best band ever!

Stamattina ho intervistato uno dei fenomeni dell’edizione di quest’anno, Wavves. Conosci?
ED: Sentito nominare e sentito descritto. Non credo faccia per me.

Comunque, lui non ce la faceva davvero più a fare interviste. E alla fine abbiamo parlato davvero di altre cose. Fumetti, televisione, religione. Voi siete stati intervistati parecchio questi giorni?
DR (che finora era stato zitto, NdR): Si, con il nuovo disco che sta per uscire, si, mille interviste.
ED: Del resto, se vieni intervistato poco quando sta per uscire un nuovo album, c’è qualcosa che non va. No?

Vi piace discutere della vostra musica, oppure vi annoia mortalmente? Ho notato che ci sono musicisti che adorano farlo e altri che non lo sopportano.
ED: No facci pure tutte le domande che vuoi!

No, intendevo, davvero, come pura curiosità.
ED: Dunque direi che non mi dispiace parlare della nostra musica. Ma nelle settimane di promozione, quelle molto fitte, finisco per trovarmi in una specie di film che si ripete sempre uguale a se stesso. I giornalisti mi fanno sempre le stesse domande. E io gli do sempre le stesse risposte.
Ogni tanto mi sento come un disco rotto. Avanti e avanti a dire cose quasi a memoria. Quello si, non è del tutto piacevole.

Poi, Ed, tu non sei… riservato.
ED: Ti riferisci al mio Twitter?

Si! Quando Veckatimest è finito in rete, hai fatto una specie di “public statement” proprio su Twitter.
ED: Si, non è mai stato così utile!

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Assolutamente. Mi sembra che tu non abbia preso la faccenda molto bene, per più di una ragione.
ED: Si, l’ho presa male perché la qualità del disco è veramente orrenda. Insomma, è vero che un leak in rete distrugge l’attesa di un disco, ma è anche vero che in certi casi essere molto scaricati conviene agli artisti. La storia la sai anche tu: l’importante è che ti ascoltano perché i dischi non li compra più nessuno e bla bla bla. Non sono bigotto al punto di dire “oh, accidenti, perderemo un sacco di soldi”. È chiaro che i dischi costano e pochi se li possono permettere, specie di questi tempi.
Quello che mi secca davvero della faccenda è che la qualità degli mp3 è orrenda. Voglio dire, se metti un disco in rete, curati che si senta bene, no?

Chiaro.
ED: Ecco, quello che mi scoccia è che Veckatimest, così com’è finito in rete, mi sembra prodotto malissimo. Le canzoni suonano molto peggio. Abbiamo messo una cura davvero enorme nella produzione. Ci teniamo ai suoni. E da lì escono tutti sballati. In ultima analisi, quel leak confonde. La gente penserà che faccia schifo.

Mah, io ho già letto pareri molto entusiasti a dire il vero… e non mi è parso così terribile.
ED: L’hai scaricato anche tu, eh?

Eh… si!
ED: Tornando a Twitter, a volte mi chiedo se sia una buona cosa o una totale buffonata. Che ne pensi, tu, Daniel?
DR: Io non ho un Twitter e non voglio averlo, ma credo che in linea di massima sia molto divertente per essere in contatto con i tuoi amici. Insomma è in qualche maniera interessante sapere in tempo reale se il tuo migliore amico sta mangiando vietnamita o sta bevendo un caffé ed ascoltando un disco in quel momento, è una specie di nuova frontiera dell’intimità. D’altro canto, i twitter delle celebrità come Ed (ride, NdR) mi fanno un po’ rabbrividire. Che senso ha seguire un thread infinito di botta e risposta tra Alan McGee e Brian Eno? Mi pare un po’ perverso e voyeuristico.
ED: Tipo l’altro giorno, Trent Reznor ha messo su una falsa voce sul suo disco, mi pare e la cosa si è allargata di colpo, tipo macchia d’olio, istantaneamente. E che dire di Martha Stewart (Martha Stewart!) che litiga con P.Diddy per tipo venticinque tweet di seguito? Sai cosa, Twitter, in questi casi, per me è esattamente come guardare una conversazione telefonica!

È vero, non ci avevo mai pensato.
ED: Io cerco di non farlo troppo sapere che ci sono 7000 persone che leggono le mie fesserie, mi fa sempre una certa impressione. Penso che si annoino, no? Robin Pecknold (dei Fleet Foxes, NdR), lo fa continuamente. Ma lui è molto più dipendente di me da Twitter. Io parlo di cose più triviali, tipo del fatto che ho mangiato dei tacos favolosi. O di quanto il SXSW sia duro per me!

Ho letto. L’hai scritto oggi, mi pare.
ED: Comunque non so fino a quando resisterò, con Twitter. Credo che tirerò avanti fino al momento in cui scriverò qualcosa di veramente, veramente stupido e mi vergognerò da morire. E tu usi Twitter?

Ho un profilo su Twitter, si. Ma lo uso in maniera intermittente. Sono più un tipo da Facebook.
ED: Interessante! È tipo un test stupidissimo. “Quale social network sei?”. Ognuno si identifica con il mezzo che gli è più affine, del resto, mi pare normale.

E voi avete un profilo su Facebook?
DR: Per un periodo sono stato molto appassionato di facebook per via dei giochi online. Hai presente Scrabulous (che è una specie di Scarabeo, NdR)? Non facevo altro dalla mattina alla sera.
ED: Io al momento sono assolutamente un Twitter-guy. E quello è vero vinile? (guarda la mia agenda di vinile, NdR)

Si, vero vinile, l’ho comprata tempo fa ad Olympia.
ED: Olympia, Washington?

Si.
ED: Mio dio, com’è? Non ci sono mai stato.

Pioveva continuamente!
ED: Oh, io non sopporto la pioggia. Vorrei davvero che ci fosse un mercato migliore per l’indie rock nel sud del mondo. Giriamo solo per questi posti nordici e tristi, dove non c’è mai sole. Quanto vorrei fare un tour in Sicilia e Grecia! Sarei la persona più felice del mondo. Sempre sulla spiaggia. E suoneremmo in sacco di posti di pescatori che si grattano la pancia e si dicono tra di loro “ma che diavolo è questa roba, da dove vengono questi spostati?” Ah, un uomo può sognare.
Cos’ha la gente del nord? Perché loro sono appassionati di musica e gli altri no? Ci devono essere delle ragioni recondite che non conosciamo. Non credo proprio che per esempio nel sud d’Italia non ci sia gente che non vuole andare ai concerti. Potremmo almeno provarci una volta, o no?

Non riesco a spiegarmelo bene neppure io.
ED: Eppure sai, succede anche in America. Più giù vai e meno audience c’è. Dico, Daniel? Abbiamo suonato così tanto in Florida, per dirne una? Non mi pare. Se togli Atlanta e Austin non ti resta niente. Che ne è del Mississipi, dell’Alabama, della Louisiana?
DR: Io credo che, forse, ci siano generi differenti per diverse parti del mondo. Magari al sud non è l’indie rock che va. Magari è la musica popolare. O il reggae. O il dub. Per esempio, nel sud degli USA credo che il folk e il country siano molto gettonati.

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