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Boy

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Intervista a Scott Sternberg di Ilaria Norsa.
Foto di Scott Sternberg.
Models: Michelle Williams & Kirsten Dunst

Scott Sternberg era stufo marcio della proliferazione di creativi presuntuosi ed aspiranti tali, opinionisti e disoccupati travestiti da coolhunters, saputelli ed esperti di tendenze, “tuttologhi” e scienziati della lasagna, fanatici e sputasentenze, ciarlatani e improvvisati vari: in una parola era stufo degli “insiders a tutti i costi”. Così nel 2003 ha mollato un lavoro rispettabile e ben retribuito per mettersi a fare cravatte. Pirla direte. Genio, direi. Voleva creare qualcosa di genuino e non banale, tradizionale ma speciale, ma dire che si è sacrificato per la causa non è del tutto corretto… Una cravatta tira l’altra e nel 2004 Scott ha lanciato una collezione vera e propria: “Band Of Outsiders” (naturalmente); in breve ne ha fatto uno status symbol e si è poi goduto lo spettacolo. Per un po’: fin quando si è accorto di avercene fin sopra i capelli anche di tutti i cliché sulla moda femminil, o forse solo finché non si è accorto che il potenziale della sua creatura non si era esaurito e che al mondo mancava ancora qualcosa. Ha quindi regalato a “Band of Outsiders” una sorellina: sbarazzina, sexy e sartoriale. L’ha chiamata “Boy”: confuso direte, tutt’altro direi… Pensate a qualcosa di preppy – e con preppy intendo qualcosa di classico, un po’ fighetto ma disinvolto e molto cool; giovane, ma elegante e sartoriale; basico con un pizzico di snobismo, così esteticamente azzeccato da dare quasi fastidio, così spontaneo da darvi sui nervi. Pensate a un servizio fotografico fatto un po’ per caso, senza trucco né parrucco, con un fotografo e una modella improvvisati: sì, non so, una modella a caso, tipo Kirsten Dunst o Michelle Williams. Benvenuti nel meraviglioso mondo di Scott Sternberg.

Ciao Scott, come stai?
Hey ciao, sono un po’ assonnato…

Dovi ti trovi?
Sono nel mio studio, che si trova in una parte vecchia e un po’ marcia di Hollywood.

Che fai? Quali sono i tuoi piani per la giornata?
Fuori piove, una cosa molto rara a Los Angeles, quindi credo che cercherò di lavorare un po’, ma probabilmente finirò col passare il mio tempo a guardare fuori dalla finestra… Stasera invece vado a un party a Laurel Canyon, un altro posto fighissimo qui a L.A.!

Parlami un po’ di te, vorrei conoscere meglio la persona che si cela dietro a due progetti come “Band of Outsiders” e “Boy”:
Ho 34 anni e sono cresciuto a Dayton, in Ohio; Dayton è la classica cittadina del Midwest, noiosa fino allo strazio. Adesso vivo e lavoro a Los Angeles ma ho anche un appartamento a Manhattan, dove vado di tanto in tanto.

Descrivi te stesso in tre parole:
Onesto, impaziente, curioso.

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Come sei diventato un designer di moda? Un giorno ti sei svegliato e hai deciso di creare un brand, “Band of Outsiders”…?!
La storia è questa: per un po’ ho lavorato come agente per una gigantesca talent agency qui a L.A. chiamata “CAA”; era un buon lavoro, molto ambito, ma io lo trovavo incredibilmente noioso… ero molto più interessato a realizzare cose piuttosto che fare affari. Intorno alla fine del 2003 ho cominciato a imparare qualcosa in più su come si fanno i vestiti e poi, verso l’inizio del 2004, ho cominciato a creare camicie e cravatte. Da quel momento in poi ho semplicemente cercato di migliorare, stagione dopo stagione, imparando un po’ alla volta a creare vestiti che fossero proprio come li volevo.

Raccontaci qualcosa di questo brand di menswear nato nel 2004: il nome è tratto da una pellicola del 1964 appartenente alla Nouvelle Vague; immagino che questa scelta sia tutt’altro che casuale, piuttosto direi esteticamente eloquente e significativa…
Questo progetto è nato come reazione alla crescente e persistente tendenza ad attribuire eccessiva importanza – all’interno degli ambienti creativi (dalla moda, al cinema, all’arte) – al fatto di diventare un “insider”, una necessità che io non ho mai davvero compreso e che ho sempre visto come antitetica all’idea di creare qualcosa di nuovo, interessante e con un significato preciso. Allo stesso tempo volevo creare un brand che non avesse niente a che fare coi tradizionali cliché della moda: era dunque fondamentale per me scegliere un nome forte e che fosse significativo.

“Band Of Outsiders” ebbe subito successo, ma evidentemente il tuo giovane dandy made in LA si sentiva un po’ solo… così hai pensato di regalargli una sorellina: “Boy”. Nome curioso per un brand dedicato alle ragazze…
Il fatto è che ci fu un tale interesse da parte dell’universo femminile nei riguardi della mia collezione maschile che alcuni importanti negozi come Barneys manifestarono presto un desiderio verso la possibilità di una versione femminile di “Band of Outsiders”. Ma io non me la sentivo di cimentarmi nella creazione di una collezione stereotipata e scontata, non volevo creare una linea convenzionalmente femminile, con un sacco di vestitini e jersey da tutte le parti. Volevo focalizzarmi su qualcosa di molto preciso, offrendo un progetto veramente nuovo, qualcosa che non si trovasse in giro: abbigliamento sartoriale di qualità dedicato alle donne. “Boy” attinge infatti dal menswear elementi classici che traspone in modo fantastico in pezzi di abbigliamento femminile. La filosofia del brand naturalmente poi ruota anche intorno all’idea di questa “Boy”/girl – una ragazza come Kirsten Dunst o Michelle Williams – che indossa i vestiti con una tale naturalezza e stile che si può permettere di prendere un capo maschile e incorporarlo nel suo guardaroba con la massima spontaneità, sentendosi sempre a proprio agio.

Disegnare contemporaneamente abbigliamento maschile e femminile dev’essere una sfida stimolante. Sono sicura che non ammetterai mai un’inclinazione prevalente o una preferenza per l’una o l’altra cosa, ma non è certo un segreto che tu trasponga molti elementi maschili nell’universo femminile rappresentato da “Boy”, mentre non si può dire lo stesso dell’inverso… sei d’accordo? Come riesci a rapportarti a questa dicotomia? Non hai mai sentito l’esigenza di fare una scelta definitiva?
E’ una bella sfida, certo. Una bella gatta da pelare direi. Rimbalzo continuamente da una collezione all’altra, ma invece che metterle in competizione l’una con l’altra nell’indirizzare loro la mia attenzione, cerco di fare in modo che si aiutino e si completino a vicenda. L’approccio al menswear è molto controllato, moderato – non sarebbe coerente con la filosofia del brand se i vestiti fossero troppo concettuali, troppo complicati. E’ invece secondo me importante incorporare alcuni “trucchi” e abbellimenti in una collezione di abiti femminili per conferirle maggiore personalità e vita, quindi in questo senso “Boy” mi permette di completare e sviluppare alcune delle idée che nascono con “Band of Outsiders”.

Descrivi “Boy” in tre parole:
Sartoriale, classico, easy.

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Che obiettivi ti proponi di ottenere in termini di estetica con questa linea?
Cerco di prendere tagli convenzionali e rigidamente sartoriali e trasformarli in qualcosa di molto easy e cool, non impostato e mascolino, ma più adatto all’universo femminile.

E che ruolo ricopre la tradizione nella delineazione di questo stile?
La tradizione per “Band” e “Boy” è tutto. Dalla forma, al tessuto, alla costruzione, alle rifiniture, alle cuciture. Si parte dalla tradizione e solo dopo ne si alterano gli elementi in modo da tirare fuori qualcosa di attuale e accattivante. Parlerei di nuovo classicismo.

Un altro ingrediente nella ricetta di “Boy” sembra essere quello di proporre alle ragazze abiti da maschiaccio, ispirati all’universo maschile, che assicurano però una cosa: l’essere sempre sexy. Sbaglio?
Assolutamente! Il sex appeal è un must per il womenswear. Soprattutto in un momento in cui siamo circondati da abitini stile impero, baby doll, vestitini a tunica… Sono in ogni dove. La cosa stava diventando insostenibile, era giunto il momento di fare qualcosa!

Per lo scorso lookbook – quello per l’autunno-inverno 2008-09 – hai avuto una modella d’eccezione: la deliziosa Michelle Williams è stata infatti immortalata in una serie di scatti bellissimi che tu stesso hai realizzato a casa del designer Paul Fortune. Ti sei dunque coraggiosamente improvvisato fotografo! Una vecchia Polaroid anni ’70, niente trucco, niente parrucco, niente luci: proprio come piace a noi! Raccontaci qualcosa di questa scelta e del, lasciamelo dire, grande risultato che l’ha premiata:
Grazie. E’ stato troppo divertente, è venuto naturale. Michelle ha scoperto il mio brand da Opening Ceremony a New York e un amico comune ci ha messi in contatto. Cerco di scattare le campagne in un modo molto easy, sciolto, direi quasi approssimativo, ma sempre con un taglio leggermente narrativo in mente e con l’intenzione di divertirmi. La campagna con Michelle inizialmente avrebbe dovuto essere scattata a Malibu, all’aperto, in una serie di location simbolo di LA, ma la povera Michelle ha un “problemino” coi paparazzi, così il giorno prima dello shoot abbiamo deciso di cambiare location. Paul è un caro amico ed è un cortese (e sempre esilarante) padrone di casa.

E cosa puoi dirci invece della collezione per la primavera-estate 2009?
Quando l’ho concepita mi trovavo in uno stato d’animo orientato ed influenzato dagli anni ’80 – pensavo a come le ragazze indossavano gli abiti maschili quando andavo al liceo, a come alcune di loro sapessero trasformare una vecchia felpa in una gonna…

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Anche per questa collezione hai avuto una testimonial mica male: Kirsten Dunst è infatti stata la protagonista degli scatti della campagna e – virtualmente – anche dello show di presentazione della linea… Uno show tutt’altro che convenzionale: m’incuriosisce la tua scelta di presentare la collezione tramite un insolito happening invece che tramite la più convenzionale passerella. Tattica o avversione?
Credo che una sfilata tradizionale non renderebbe la giusta immagine di “Boy”, il messaggio sarebbe sbagliato. “Boy” non vuole essere moda ovvia e prestabilita. E’ contemporanea e fresca, ma quelli che creo sono abiti destinati alla strada, abiti che sono piuttosto classici, indossabili e di sostanza. Quindi evito le passerelle e cerco invece altri mezzi per intrattenere e coinvolgere le persone che partecipano al mio show. Per l’ultima presentazione infatti ho voluto portare la passerella sui muri: abbiamo scattato un po’ di persone qualche settimana prima dell’evento – Kirsten è stata la protagonista femminile, abbiamo poi lavorato alle immagini modificandole utilizzando una tecnologia HD pazzesca in modo che i vestiti fossero molto chiari e definiti; infine abbiamo proiettato le foto sui muri.

Sagace! E a proposito di scelte “alternative”, sin dal principio hai deciso di affidare la comunicazione del brand sul web a un blog piuttosto a un più convenzionale sito. Perché? Sei soddisfatto di questa strategia?
Sì, decisamente, perché ci consente di comunicare in modo onesto e diretto con il nostro pubblico. Nessuna stupida intro in flash, nessun fashion cliché o modella con un palo in culo: solo Polaroid, alcuni ritagli dai giornali, qualche link alle cose che troviamo interessanti. Il blog mi è semplicemente sembrato il modo più onesto di comunicare, e l’onestà ricopre un ruolo fondamentale nella filosofia del marchio.

Ma tu ne sei appassionato? Hai un blog preferito?
In realtà sono stato così indaffarato ultimamente che credo di essere rimasto un po’ indietro in materia, ma in questo momento mi piace un casino http://ffffound.com/

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Sì, è molto bello! Dov’è venduta la collezione?
Barneys, Jeffrey, Ron Herman/Fred Segal, Opening Ceremony, Dover Street Market, United Arrows, Beams, Isetan, Loveless, ecc. ecc. Sono molti! Sul sito c’è la lista completa.

Ho controllato: in Italia possiamo trovarti da Penelope a Brescia. Meglio di niente! Un’altra domanda che volevo farti riguarda gli accessori: mi risulta infatti che abbiano sempre ricoperto un ruolo fondamentale per entrambe le tue linee. Per la P/E di Boy hai riconfermato la tua collaborazione con Sperry e Manolo Blahnik?
Ho iniziato facendo cravatte, che ritengo essere l’accessorio fondamentale del guardaroba maschile. Mi diverto a disegnare accessori perché il processo è simile a quello del design industriale – puoi rapportarti ad essi come se fossero degli oggetti più che dei vestiti e quindi puoi giocarci un po’ di più. La mia collaborazione con Sperry è fantastica e cresce stagione dopo stagione. Con Manolo Blahnik invece collaboriamo per realizzare le scarpe per lo show ed è super divertente perché sono molto disponibili e aperti a nuove idée.

Eri tra i dieci finalisti del CFDA/Vogue Fashion Fund del 2007 insieme a Philip Lim, Erin Fetherston, i ragazzi di Threasfour, ecc. La partecipazione a questo prestigioso concorso – vinto quest’anno da Alexander Wang – ti ha portato vantaggi tangibili in termini di popolarità?
Certo, è stata una grande opportunità e un ritorno d’immagine c’è sicuramente stato. E poi onestamente è stato davvero molto divertente prendere parte al concorso. Ho avuto la possibilità di conoscere piuttosto bene gli altri partecipanti e molti di loro sono diventati buoni amici.

Parlando di giovani talenti del mondo della moda, c’è qualcun’altro di cui ammiri il lavoro?
Sono un fan del lavoro di così tante persone… Se devo dirne uno… Thakoon: lo trovo fantastico.

E c’è qualcuno lì fuori con cui vorresti fortemente lavorare?
Junya Watanabe.

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Che cosa ti fa “strippare” in questo momento?
Le giacche a vento.

Che musica stai ascoltando?
Neu, Fujiya e Miyagi, Beach House, Brian Eno, Horse Feathers

Cos’è la prima cosa che fai quando ti svegli al mattino?
Cerco di riaddormentarmi!

La tua giornata ideale:
Un po’ di lavoro, una passeggiatina nei canyons, una partita a tennis, cena con un caro amico.

Quand’è stata l’ultima volta che ti sei ubriacato di brutto?
Sabato scorso. Questo è il periodo delle feste qui a LA, così sono tutti in giro… Tosto.

Non potresti mai vivere senza?
Pane e burro.

Dicci qualcosa di cui ti vergogni molto:
Mi dimentico sempre qual’é il cestino per le cose riciclabili e quale quello della spazzatura nel mio condominio così va a finire che raramente faccio la raccolta differenziata…

Cosa ti fa incazzare?
L’intolleranza. E la confusione dello stato e della chiesa.

Dicci un segreto:
Non ci penso neanche!

Approfitta: c’è qualcuno con cui ti vorresti scusare?
Cavolo, sì: il mio grande amico John Dewis. Lui sa perché…

Cosa conosci dell’Italia?
So che quando vengo a Mogliano (comune in provincia di Treviso n.d.r) per lavorare sulla mia collezione femminile vado a cena da Beccofino.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e che vorresti aggiungere:
Direi che hai coperto decisamente tutto!

http://boy.bandofoutsiders.com

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