Intervista di Marina Pierri. Foto di Piotr Niepsuj.
Frida Hyvönen è una specie di principessa scandinava. È bionda. Ha grandi e sinceri occhi azzurri. È alta più di un metro e ottanta. È sottile e slanciata. Ha mani da pianoforte, lunghe e curate. Il pianoforte, del resto, è il suo strumento: ha scritto ballate insolenti e rabbiose, elegie per diversi luoghi del mondo, sonetti di pochi minuti per i suoi amanti (in)dimenticati. Appartiene (anche se non vorrebbe) alla “scena svedese” di Jens Lekman ed El Perro Del Mar, ma il suo modo di cantare – un crooning intenso e assai riconoscibile – la rende unica. Se non l’avete ancora fatto, scoprite il suo talento; magari, partendo proprio da quello che ci ha raccontato.
Come ti chiami?
Frida Hyvönen.
Quanti anni hai?
Non è una domanda da fare a una signora.
Cosa fai nella vita?
Sono un’artista. Lavoro con la musica da quattro anni e ho scritto tre dischi.
Dove vivi?
Ho vissuto a Stoccolma per molto tempo. Dopo di che ho comprato casa in un paesino molto quieto, nel nord della Svezia; voi italiani fareste fatica a pronunciarne il nome! È vicino alla villa dei miei e non così lontano dalla città. Per me è perfetto. È un posto silenzioso e meraviglioso: ho una stanza per suonare e una per registrare; un grande giardino e diversi orsi grigi nelle vicinanze… L’ho trovata su Internet. La proprietaria era piuttosto stupita. Ho messo un piede oltre la porta e ho capito che era mia. Lei è stata felicissima: a sua volta l’aveva ereditata da sua madre, morta alla fine degli anni Novanta. Novantenne. Voglio dire, lei, la persona che me l’ha venduta, aveva ottant’anni. L’ho pagata pochissimo. Era la sua tenuta estiva.
Orsi grigi?
È un posto piuttosto selvaggio. C’è ogni sorta di animale da quelle parti. Una volta ho investito un cervo. Mi sembrava di essere in un film di David Lynch. Ho pianto tantissimo. Eravamo in due: abbiamo sentito un tonfo e abbiamo visto sangue schizzare sul parabrezza – ma noi stavamo benissimo, neanche un graffio. Quando siamo scesi abbiamo visto un’enorme carcassa. È stato surreale.
Come mai hai deciso di andare via dalla città?
Nessuna ragione metafisica, avevo solo bisogno di spazio. Nel 2006 non ho avuto casa per due anni. Ero in tour tutto il tempo con il mio disco precedente, Until Death Comes ed è stato davvero emozionante. Ero in hotel belli e meno belli, oppure ospite della gente più disparata, soprattutto fan. È così… buffo: cambia tutto quando canti, quando ti esibisci. Di colpo la gente ti apre le porte dei suoi appartamenti, ti offre del cibo, ti porta in giro. Tutto per una manciata di note. È stato un periodo indimenticabile, quello della mia prima, piccola notorietà. Poi, però, è arrivato l’autunno e ho voluto mettere su dei calzettoni, sedermi vicino al fuoco, apprezzare la gioia di stare tra quattro mura che fossero mie.
Sei anche nata in Svezia? Sei svedese al 100%?
Sono nata nel paesino dove i miei vivono ancora. Meno di 4.000 anime. Adesso di meno, credo, perché la gente… scappa via. Quanto a me, sono metà finlandese. Quindi, svedese al 100% no, ma scandinava al 100%, sì.
Animali… luoghi selvaggi e silenziosi… è praticamente il titolo e la grafica del tuo nuovo album, Silence Is Wild.
Sono cresciuta tra gli animali. Quando ero piccola, mia nonna e mio nonno abitavano in un caffè/casa piuttosto speciale. Erano stati in America nei primi anni del Novecento e avevano deciso di aprire una sorta di bar, diversissimo da tutto quello che c’era dalle loro parti. Oltre ai prodotti americani, avevano anche animali bizzarri: ad esempio, avevano delle scimmie e un allevamento di pavoni, proprio così. Avevo pensato di chiamare il nuovo disco “White Peacocks” perché avevano un pavone bianco. Poverino. Scappò e fu preso sotto da una macchina. Se ci pensi, la cosa suona piuttosto naturale. Voglio dire, un pavone bianco? È un animale da fiaba, non so neanche come sia arrivato in questo mondo. Un po’ come un unicorno. Io credo negli unicorni, sai? (ride, NdR)
Hai appena portato l’album in tour in Italia, a Ravenna nello specifico, e poi hai suonato in casa di amici. È stata una serata molto speciale. Hai esordito con una canzone sui pony.
Quando avevo quattro anni ero sempre a cavallo. Poi, beh, a quindici anni la città mi ha trascinato via dall’abitudine. In tempi recenti ho ripreso. E il mio legame con i cavalli ha fatto sì che ne scegliessi uno per la copertina. Sono bestie magnifiche.
Come ti è venuto in mente che il silenzio fosse “selvaggio”?
Volevo scrivere della mia esperienza con gli animali, appunto, specie coi cavalli. Cosa si prova, come ci si sente. Quanto al silenzio, è ovvio che gli animali siano creature silenziose: non possono parlare, ma ho avuto spesso l’impressione che il rapporto che si stabilisce con loro sia più forte delle parole. E poi, sì, sono selvaggi nella misura in cui non sai mai davvero cosa aspettarti da loro.
Poi, c’è stata un’altra cosa. Ti ho già raccontato della mia casa. Credo che il disco sia fortemente legato alla mia vita lì. Mi ha portato una tranquillità che non avevo mai conosciuto prima d’allora; la quiete mi ha reso semplice accedere alla mia vita interiore. E anche quella è selvaggia.
Ho intervistato da poco Emiliana Torrini, una cantante molto brava, italo-islandese, che mi ha, anche lei, parlato del silenzio come condizione indispensabile della creatività. La conosci?
Continuano a dirmi tutti che dovrei ascoltarla, ma non ci sono ancora riuscita.
Sempre Emiliana mi raccontava di una stranissima esperienza avuta con un fan innamorato di lei. In maniera, ecco, un po’ disturbante. A te è capitato qualcosa del genere? Hai mai avuto un ammiratore o ammiratrice scatenata?
Io? No, mai. L’unica cosa che assomiglia a un’ammiratrice scatenata che ho mai avuto è una ragazzina francese. Ho appena suonato in un posto magnifico a Parigi, La Maroquinerie, dove mi si è avvicinata questa persona. Piccola, occhialuta. Avrei potuto giurare che fosse venuta da sola al concerto. Mi ha scritto una lettera un po’ ambigua, non dico saffica, ma ambigua, che denotava forse l’inizio di una piccola ossessione. Ha continuato a scrivermi mail lunghissime, dopo; mi racconta tutto di sé, delle cose che fa. È come se chiedesse consigli pensando che io sia una sorta di anima gemella, non nel senso amoroso, se mi capisci; è come se sentisse che abbiamo la stessa sensibilità e volesse condividere una visione del mondo. Faccio un po’ fatica a starle dietro. Ma è il massimo che mi sia mai capitato di gestire, quanto a fan.
Parliamo un po’ delle canzoni di Silence. Che mi dici di Dirty Dancing?
È una storia vera! Quando ero piccola ero davvero innamorata del ragazzo della canzone, che era (è tuttora) un amico di mio fratello. Quando si è piccoli si è uguali: si è accomunati dall’incertezza e dalla spensieratezza. Poi si cresce. E, si, lui è diventato uno spazzacamino e io qualcosa di simile a una ballerina. Qualche giorno dopo l’uscita svedese del disco mi ha chiamato, lo sai? Mi ha detto “Frida… ma quella canzone racconta di noi due?”.
Il pezzo sarebbe perfetto per un video. Ci hai già pensato?
Si, ci ho già pensato. Vorrei che io e quest’uomo danzassimo sui tetti… come in Mary Poppins!
E poi c’è la mia canzone preferita… London!
Mi ricordo bene di quando mi hai chiamato, qualche mese fa e mi hai detto che sembra una canzone di Morrissey. Sei stata l’unica a dirmelo, a notarlo. Io l’ho concepita pensando a Morrissey, con la musica e i suoi testi in mente.
“London… they way you hate me is better than love and I’m head over heels… London, the way you want to get rid of me makes me weak in the knees…”. È una bellissima dichiarazione d’amore alla città.
Si, almeno è quello che vorrei pensasse la gente.
In che senso?
Nel senso che non è proprio una semplice dichiarazione d’amore alla città. È una dichiarazione d’amore a qualcuno che vive a Londra e per me rappresenta alcuni aspetti della città…
Non sarebbe la prima volta che “personalizzi” o “incarni” una città.
Si, ho scritto New York, Shangai, London!… adesso dovrei davvero scrivere di Milano.
Un’altra traccia pazzesca è Sic Transit Gloria.
Me la trascino dietro da molto tempo, ma di recente, a causa di una serie di problemi miei personali, ha acquistato un nuovo senso per me. Ovviamente il tema della canzone è la precarietà di tutte le cose, un sentimento che, credo, sia molto familiare alle persone sensibili. Insomma, nessuno può scongiurare la caducità. È molto teatrale, melodrammatica. Piace alla primedonne, di solito… (ride, NdR)
Cosa è cambiato, in genere, dai tempi di Until Death Comes? Mi sembra che il tuo stile abbia subito un cambiamento piuttosto evidente.
Credo di essermi scoperta. Come ti dicevo, la casa ha contribuito molto al cambiamento: dopotutto, è una metafora del sé. Per il resto, le mie ragioni sono piuttosto banali. Quando ho registrato Until Death Comes ero davvero giovane. È un disco del 2004, dopotutto. Ascoltando la mia voce oggi, mi rendo conto di quanto fosse inespresso un certo tipo di potenziale vocale: solo oggi inizio a esplorarlo. Mi ricordo di essermi ritrovata davanti un microfono e della gente che mi guardava. Ero timidissima. Non volevo esagerare e non volevo strafare. La mia voce rispecchiava questo tipo di sentimenti: era… soffocata, se capisci cosa intendo. Ogni parola era pronunciata in punta di piedi, come… per non disturbare. Poi c’è stato il tour. Ho cantato tantissimo e ho ripetuto le stesse canzoni per qualcosa come ventimila volte. I pezzi, per un musicista, sono come figli. Non riesci a distaccarti da loro, ma a un certo punto devi lasciarli andare, devi accettare che crescano, maturino, sboccino – anche se la cosa, in un certo senso, spaventa. È quello che mi è successo con You Never Got me Right o The Modern. Tutti volevano ascoltarli e riascoltarli…
… così hai pensato bene di esplorare un nuovo stile, per cantarli.
Esattamente. Li avevo interiorizzati talmente tanto che non è stato difficile: ho dovuto solo liberarli, stare attenta che le parole non uscissero più semplicemente dalla mia bocca, ma da un posto più profondo. Il risultato di questo procedimento, su disco, è stato proprio Silence is Wild.
Adesso spostiamoci nella tua Svezia, per essere precisa nel mondo musicale svedese, che è ricchissimo. Esiste una “scena svedese”?
Certo che esiste. Ci conosciamo tutti, per forza di cose — noi musicisti, almeno.
Posso farti alcune domande ficcanaso?
Vai.
Ok… non è un segreto che tu sia stata “scoperta” da Jens Lekman e che anche grazie a lui tu sia finita su Secretely Canadian, la sua stessa etichetta. Che tipo è Jens?
Ah, Jens. È un grandissimo narcisista! Gioca molto a fare il cuore solitario e l’anima tormentata, ma è una persona molto semplice e gentile. Credo che si sia montato un po’ la testa ultimamente… è diventato famosissimo fuori dalla Svezia in un lampo. Ora che ci penso, è l’unico maschio a essere davvero emerso. Per il resto siamo tutte donne.
Che mi dici di Sarah Assbring, El Perro Del Mar?
Credo che sia una musicista magnifica. È Nico e Ronnie Spector. Le sue canzoni sono un gorgo di malinconia e dolcezza, ma la sua musica è così sottile e delicata… è una contraddizione che scoppia. Di persona, è una donna molto riflessiva. Siamo molto amiche. A volte mi è sembrato che avessimo lo stesso modo di pensare e di sentire. Abbiamo suonato assieme talmente tante volte… e ci siamo raccontate ogni sorta di cosa. Credo di poter dire che in quella che chiami “scena” sia la mia più grande amica.
C’è anche Victoria Bergsman, Taken By Trees.
Victoria è un ragazza paffutella, molto viva e stilosa. Come saprai, è stata la cantante dei Concretes per diversi anni. Ultimamente se n’è andata per lavorare al suo disco solista. È molto amica di Bjorn Yttling, lo conosci? È uno dei Peter Bjorn and John. Personalmente, ho un grande debito con Victoria: senza di lei non sarei qui adesso credo; prima di Jens ci fu lei, che ascoltò una mia cassetta e mi propose all’etichetta svedese dei Concretes, la Licking Fingers.
Ti sei trovata bene, con la Licking Fingers? È molto piccola e homemade, in effetti…
La Licking Fingers è stata l’anima del movimento, fin dal principio. Quando “noi” non eravamo neanche minimamente note/i, c’erano i Concretes. Sono stati i primi a venir fuori, dopo i Cardigans; hanno il vantaggio del pioniere. Solo che, ecco, più si diventa grandi e più la Licking diventa piccola. È normale, no? Pensa che nessuno e dico nessuno è pagato o guadagna bene con la Licking. Ognuno se ne occupa a tempo perso, come se fosse un blog. Diciamo che, se si vuol crescere come musicisti, non è l’indirizzo giusto. Per farsi notare all’inizio, d’altro canto, è perfetto.
E a te piacciono i Concretes?
Eh, musicalmente parlando non moltissimo. Sono più sbilanciata sul crooning, lo sai. Però adoro la loro grafica, che adesso è della cantante che ha rimpiazzato Victoria quando se n’è andata, Maria Eriksson. È così brava che la “vostra” Miuccia Prada ha voluto che disegnasse parte della collezione Primavera/Estate del 2008 di Miu Miu. Hai presente tutti quegli Arlecchini che sono comparsi sui suoi abiti? Li ha disegnati Maria! Mi ricordo di quanto fosse fiera, anche se non credo dia stata particolarmente ben pagata.
Continuiamo con la nostra galleria. M’interessa conoscere la tua opinione e ricevere il ritratto di altri due personaggi svedesi molto cari a PIG, Lykke Li e Robyn.
Sono due personaggi fantastici! Comincio con Robyn: è un tipo davvero buffo. È molto piccola; la chiamano, non a caso, la Kylie Minogue svedese. Ha moltissimo gusto nel vestire. È estrosa, bizzarra, ma molto brava negli abbinamenti, una di quelle persone dotate di un gusto personalissimo nel vestire. La cosa che fa ridere di lei, però, è la voce: come ti dicevo sembra una bambolina, ma non è giovanissima e ha un modo di parlare molto maschile, che va di pari passo con un carattere che definirei… manageriale. È molto decisa! C’è chi la definisce “aggressiva”, ma sono solo uomini codardi… Lykke Li: è molto giovane e si vede. È anche molto carina. Lei, al contrario di Robyn, ha davvero la voce argentina che si sente nei suoi dischi. Si tende a pensare che chi parli in quel modo sia anche piuttosto stupido, ma non è il suo caso, affatto. È una ragazzina piena di vita e molto, molto furba. Ecco… la parola è “esuberante”.
Devo dire che la maniera di cantare molto delicata a cui ti riferisci è un po’ un trademark delle voci femminili svedesi. Tu sei stata la prima, credo, a lanciarti nel crooning, che forse è più maschile.
Credo che sia vero. È iniziata con le due ABBA, poi ci sono state le prime vere dive pop svedesi contemporanee, tipo Nina Persson dei Cardigans e Stina Nordenstam… è un registro che si è affermato.
… e poi ha influenzato tutto il movimento “indie”.
Io non mi definirei mai “indie”. Credo di appartenere a un genere diverso. Forse Jens o Victoria rientrano meglio nella categoria. Quanto a me, preferisco considerarmi sui generis, più vicina a un folk lontano dalle mode. Non ho iniziato pensando “Oh, come vorrei fare parte della gente indie svedese” e cose così. Capisco che questo sia un grosso problema per i giornalisti che hanno sempre bisogno di etichettare tutto, ma ecco, non me la sento proprio di cucirmi addosso questa cosa.
Ok, basta con la Svezia… hai altre grandi amiche musiciste, magari conosciute in tour o qualcosa del genere?
Mi fa piacere che tu me lo chieda, perché ne ho una molto speciale. Si chiama Larkin Grimm e ha recentemente scritto un disco uscito per la Young God di Michael Gira. Ho passato molto tempo tra New York e Chicago nel 2007 e l’ho conosciuta lì, per caso; me l’ha presentata qualcuno che neppure ricordo. Insomma, non ti so dire come o perché, ma ci siamo trovate immediatamente bene insieme.
Ho ben presente Larkin Grimm. Il suo disco ha ricevuto moltissimi consensi in Italia. È un folk abbastanza cupo, esoterico… il tipo di cosa che finisce su Young God, appunto. Che tipo è, lei?
È una donna molto, molto bella, tanto per cominciare. Bruna, conturbante, con labbra molto carnose. Quanto al resto, non si stenta a definirla… hippy. Si veste un po’ come capita ed è piuttosto invadente… in senso buonissimo. Ti racconto una storia divertente su noi due. Dopo gli Stati Uniti Larkin mi ha telefonato e mi ha chiesto cosa facessi a Natale.
Le ho risposto che, come sempre, l’avrei passato nel paesino dei miei e avremmo fatto una gran cena. Dopo di che, non ho capito esattamente come mai, mi ha detto che avrebbe voluto passare le feste da me per trovarsi in Svezia durante il solstizio d’inverno (il 21 dicembre, credo che fosse). E l’ha fatto!
Cioè, è stata con te il giorno di Natale?
Si, è proprio il tipo di donna che fa una cosa del genere! Mi ricordo di quando è arrivata, aveva addosso un sacco di strumenti. Ai miei è piaciuta subito. E sai cosa? È stato il Natale più bello della mia vita. Io e Larkin abbiamo suonato insieme il piano e la chitarra e riso a crepapelle. Poi, lei ha letto i tarocchi a tutti i miei parenti… È stato magnifico. Sul suo album c’è una canzone che parla di me, mi ha detto che l’ha scritta sull’autobus, di ritorno verso l’aeroporto. Si chiama Blond and Golden Johns. È nel suo stile… molto sensuale. Larkin è fidanzata con uno “sculacciatore professionale”. È un vero mestiere, sai? Viene pagato per sculacciare chi lo desidera.
A parte Larkin Grimm, sei riuscita ad appassionarti ad altre cantautrici, o altre band?
Non di recente, no.
Quando vado alle feste, oppure a ballare, ovviamente mi diverto ad ascoltare musica, ma quando sono in casa il mio stereo è sempre spento. Se lo accendo, non è quasi mai per mettere su un disco nuovo, neppure recente a dire il vero. Mi piace bere un bicchiere di vino rosso ascoltando Nina Simone quando è molto freddo fuori, quello si, ma in quanto compositrice, sono interessata alle meccaniche della musica, solo dopo all’impatto emotivo. Mi spiego: le due cose sono legate, ma per me è una specie di osservazione scientifica. Per esempio: questo ritmo mi cattura, mi rapisce… come mai succede? Cosa fa scattare la molla?
Vai ad ascoltare musica dal vivo, concerti, di tanto in tanto?
Mi capita molto nei festival. Se, ad esempio, suono al SXSW, mi fermo un po’ sotto i palchi. Ma le persone che suonano non mi interessano mai, mi fermo ai pezzi; e neanche quelli mi sembrano molto attraenti.
Lo so, suono molto arrogante, ma mi sembra di aver conosciuto tanti musicisti che si assomigliano troppo nella mia vita e credo che molta gente che scrive musica dia il meglio di sé in quello e basta… cioè che la parte umana ne risenta un po’.
Da intervistatrice, capisco benissimo quello che intendi. Non hai idea di quanto sia frustrante conoscere persone che hanno scritto canzoni magnifiche, ma di persona fanno scena muta o non ti trasmettono nulla di interessante.
Suppongo che ognuno di noi abbia più di un’intelligenza: un ferramenta ha intelligenza per gli utensili, un falegname per i tronchi, un musicista per la musica. Un grande artista, o almeno una persona speciale, credo sia una questione di somma di intelligenze. C’è chi ne ha una e la sfrutta appieno, ma è carente in tutti gli altri campi; c’è chi ne ha molte ed eccelle in molti sensi.
Quest’ultimo tipo di persona credo sia rara. Per questo gli artisti con la “a” maiuscola sono pochi.
La gente realmente interessante che si incontra si conta sulle dita di una mano.
Forse, è anche questione di linguaggio. Riprendendo il tuo discorso, magari un falegname sa intagliare magnificamente, ma non ha il linguaggio per descrivere quello che fa. Succede, in effetti.
I musicisti non mi affascinano perché credo nel fatto che ci si possa completare l’uno con l’altro. Preferisco magari incontrare o avere a che fare con gente dotata di un’intelligenza diversa dalla mia.
Ho un debole, ad esempio, per i ballerini (che usano il corpo per parlare) e i registi (che usano le immagini per esprimersi); ma la mia vera passione sono gli scrittori.
Eppure, tu sai parlare della tua musica. Sai spiegarla, raccontarla…
Si, è vero, ma non hai idea di quante volte sia stata costretta a rispondere a domande imbecilli, di fronte alla quali non potevo che alzarmi e andarmene, o mostrarmi spazientita, o farmi una risata… Quando mi chiedono della mia musica, specie in periodi come questo, di promozione del nuovo album, mi sento rispondere come un disco rotto sempre le stesse cose. E nel momento stesso in cui le pronuncio mi chiedo: “ma è vero?”.
Hai qualche aneddoto divertente sulle tue interviste? Ti ricordi di qualcuno che ti abbia veramente fatto venire i nervi?
Oh si, certo che me lo ricordo. Tu sai che le canzoni di Until Death Comes sono molto schiette e sai che ce n’è una, nello specifico, che lo è più delle altre. Si tratta di Once I Was A Serene Teenage Child, in cui racconto una storia vera e molto dolorosa: una molestia sessuale ricevuta da un insegnante. Beh, io credevo che nessuno con un minimo di sensibilità potesse mai chiedermi di approfondire quel che dico in quel pezzo, che è peraltro già fin troppo chiaro. Invece un giornalista di una notissima webzine americana mi ha chiesto: “Allora Frida, cos’è questa storia? Ma davvero un tuo insegnante ti ha messo l’uccello sulla coscia?” (la frase in inglese recita: “once I was a serene teenage child, but then I felt your cock against my thigh”… NdR). Non ho bisogno di dirti quanto fossi sdegnata dalla richiesta, dall’assoluta mancanza di tatto. Eppure, ci sono giornalisti simili in giro, che non dovrebbero lamentarsi se gli artisti gli rispondono a monosillabi…
Incredibile. Posso chiederti di quale webzine si tratta? Sono curiosissima.
Non voglio fare nomi. Ma dai. L’hai capito.















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