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M83

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Intervista di Marina Pierri. Foto di Sean Michael Beolchini.

Anthony Gonzalez, in arte M83, ha solo 27 anni, ma il suo ultimo bellissimo disco “Saturdays = Youth” è già il suo quinto. Quando lo abbiamo incontrato del backstage de La Casa 139 di Milano prima del suo concerto si è presentato educatamente e, con aria affabile e assorta, ci ha raccontato della sua adolescenza e di come l’impossibile amore per l’heavy metal si sia trasformato nella passione di una vita, lo shoegaze.

Come ti chiami?
Mi chiamo Anthony Gonzalez, sono nato nel dicembre del 1980 e ho 27 anni. La mia band si chiama M83.

Da dove vieni?
Vengo da una piccolissima città tra Nizza e Cannes, si chiama Antibes. È un gran bel posto. Certo, è la mia terra e dunque sono un po’ di parte.

Dove vivi?
Vivo… ad Antibes appunto. Ho vissuto per due anni a Parigi, ma poi sono tornato a casa. Non mi piaceva, stavo impazzendo.

Come mai Parigi non ti piaceva?
No, mi sono spiegato male; non è che Parigi non mi piaccia. A chi è che non piace Parigi, intendo…
E’ un luogo perfetto per passarci piccoli periodi di tempo. Viverci, invece, no. Quanto allo stile di vita, direi che è decisamente troppo duro e difficile per me. È una metropoli che, al di là delle apparenze, definirei “maleducata”. E poi tutto quel rumore è troppo; sono un amante della quiete e del silenzio.

Hai iniziato a suonare a Parigi o ad Antibes?
Ad Antibes. Ho preso in mano una chitarra e iniziato. Non ricordo bene che età avessi, probabilmente poco più di quattordici anni.

Ovviamente è stato lì che hai conosciuto gli ex-membri della tua band, M83.
Si, eravamo dei ragazzini, anche se a pensarci non è passato poi così tanto tempo. È stato bello fino a che è durato, come si dice degli amori che finiscono non tanto bene. Il fatto è che sono una persona solitaria e amo fare quel che dico io; farlo per conto mio. Non voglio suonare cattivo o egoista in nessun modo, ma la mia musica è “mia” e faccio fatica a condividerla con chiunque altro. Voglio dire, se mi viene un’idea speciale, il solo pensiero di non doverla spiegare condividere con nessuno per metterla in atto mi rallegra. Da qui la mia decisione di separarmi da Nicolas Fromageau, che pure era un mio grandissimo amico, a un certo punto… del resto credo che l’ispirazione venga più facilmente dall’isolamento. E io tendo a isolarmi, a fuggire i contesti in cui non posso essere del tutto me stesso. È una parte di me con cui sono sempre dovuto venire a patti. Non amo i gruppi troppo nutriti di gente, preferisco le serate a due, a tre, a quattro, raramente di più, ad esempio.

Cosa ti ha spinto a iniziare a suonare?
Oh, gli Iron Maiden! Accidenti, avevo dieci anni e impazzivo per loro, una vera cotta. Avevo magliette e poster, parlavo costantemente di loro e tendevo a ricercare gente che avesse la stessa passione per non sembrare del tutto… matto.

Wow, ascoltandoti, non è esattamente la band da cui si immagina possa venire la tua musica! Li ascolti ancora?
Si, assolutamente. Specie perché adesso Bruce Dickinson è tornato nelle loro fila. Lo so, non è quello che la gente si aspetta, ma Somewhere in Time è davvero uno degli album della mia vita. Certo, adesso gli Iron Maiden fanno parecchio schifo, ma ai tempi erano incredibili. È il lato positivo della fama: anche se dopo un po’ inizi a far pena, basta un solo colpo di genio ad assicurarti una certa dose di immortalità. È un pensiero consolante, sotto certi punti di vista; come dire che per essere grandi artisti non si deve necessariamente sopravvivere al momento in cui, in te, divampa il fuoco sacro – può darsi che si tratti di una sola volta nell’arco di un’intera carriera. Ci si può permettere di bruciare, anche consumarsi del tutto.

È davvero interessante. Dunque, ricapitolando: tu suoni ambient e shoegaze, ma vieni dal metal a tutti gli effetti!
Beh come ti ho detto ho cominciato molto presto. Ci sono voluti almeno cinque anni perché scoprissi effettivamente lo shoegaze. È venuto dopo, una seconda tappa. Dunque quando mi sono trovato tra le mani Loveless avevo quindici anni. Allora sono diventato fissato con Kevin Shields e i mille piccoli gruppi satelliti attorno a lui e al suo genere. Non li ho lasciati mai più; ho lasciato che la loro musica mi possedesse e avesse un grandissimo effetto su di me.

Eri un ragazzino precoce.
Molto. E non è finita: tra gli Iron Maiden e i My Bloody Valentine c’è stata un’altra band davvero importante: i Sonic Youth. Credo che siano una delle realtà più interessanti degli ultimi vent’anni. Almeno, quelli di Sister e di Goo.
Quando ci si riferisce alla musica di Kim Gordon (una delle mie icone) e compagnia si parla sempre di noise, ma io credo che il loro sia un genere molto sfumato ed eclettico, praticamente impossibile da definire; una terra di mezzo. Dopo i Sonic Youth mi sono dedicato al krautrock. Ho avuto un momento di fissazione pura per i Tangerine Dream, ad esempio.

Ti sei mai trovato faccia a faccia con un tuo idolo, tipo… che so, Thurston Moore?
No, purtroppo no. Non sai quanto mi piacerebbe stringergli la mano, o anche solo guardarlo da vicino!

Beh, fare da opening act per una band che ami potrebbe essere una buona idea in questo senso… Se potessi aprire il concerto di qualcuno, chi sarebbe?
Credo che cercherei di aprire per gli Smashing Pumpkins, perché li adoro. Oddio, anche loro sono un po’ come gli Iron Maiden – un colpo di fulmine adolescenziale; ma come avrai capito anche la mia musica è molto legata all’essere teenager… credo di essermi fermato lì un po’ in tutto e la cosa non mi dispiace affatto, anzi ne faccio tesoro. Per esempio, Mellon Collie & The Infinite Sadness è un disco intensissimo per me, perché è pieno zeppo di ricordi di quegli anni. Ecco, questo lo posso dire con ragionevole certezza: è uno dei miei dischi da isola deserta. Lo porterei dovunque, comunque.

Del resto, gli Smashing Pumpkins sanno essere molto romantici. Come te, che scrivi canzoni sognanti, cariche di emozione.
Per quanto riguarda gli Smashing, saprai meglio di me che non sono sempre stati romantici. Hanno anche scritto canzoni molto rock, almeno quando hanno cominciato (penso a Cherub Rock, per dirtene una). Lentamente, però, sono scivolati nella malinconia. Non ho bisogno di dirti che preferisco questi ultimi, essendo io piuttosto malinconico e amando, per lo più, prodotti culturali malinconici, che siano album o libri o film… Mi sento sempre stupido quando ne parlo, ma c’è una grande differenza tra l’essere una persona triste e amare la tristezza. Per esempio, in questo momento della mia vita mi posso definire felice, a tutti gli effetti. Sono nel posto giusto, faccio quello che amo e sono circondato di affetti. Questo però non mi vieta di continuare a essere affezionato a musica che la gente trova deprimente, o a registi che di solito si occupano di filmare situazioni non piacevoli. Non ci vedo nulla di male, è la mia natura. Parlando ancora degli Smashing Pumpkins, hai presente, vero, quella famosa frase di Zero in cui Corgan recita “I’m in love with my sadness”? Ecco, appunto. Dice molto sulla loro attitudine, e anche sulla mia.

In effetti, la tua musica è malinconica. È anche colorata, leggera, certo, ma ha qualcosa di autunnale. Oggi lo è, almeno…
Si, in effetti ho iniziato a scrivere dischi diversi anni fa, questo è già il mio quinto e se fai un po’ di calcoli, non avrei potuto che essere giovanissimo quando sono nati gli M83. Sono passati otto anni. Non posso crederci!

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Per un artista, il proprio ultimo lavoro – in questo caso Saturdays = Youth – è sempre il migliore?
Non necessariamente. Io ho sentimenti molto differenti nei confronti di ognuno dei miei album.
Amo molto Saturdays, ma in un certo senso sono più legato a quello che è venuto prima, Before The Dawn Heals Us. Magari è soltanto passato più tempo. È come se si avessero molti figli diversi e li si vedesse crescere: il ricordo più intenso è legato a quello che si è accompagnato di più, tenuto più per mano e visto lentamente allontanare…

Si, sono anche dischi diversi, sotto molti punti di vista.
Decisamente. Saturdays è la mia scoperta del pop, è una collezione di canzoni strutturate, con una tracklist costruita ad hoc e alcune idee precise dietro. Before è molto più cinematografico, una specie di lunga sinfonia dove il passaggio da un pezzo all’altro vuole essere il meno udibile possibile: un viaggio tra terre diverse, il cui confine è assai labile e sfumato.
Al momento preferisco lo “storytelling”, e persino il canto, cosa che per me è abbastanza inusuale. Saturdays è molto cantato per i miei canoni, specie considerato che il fatto non creda di avere una gran voce. Sulle canzoni ci sono anche i vocals di Morgan Kibby, che è qui con me questa sera. Lei canta davvero divinamente, invece. Il suo modo di interpretare la mia musica è perfetto.

Parlando di Saturdays, c’è un nome che viene sempre fuori: il regista degli anni Ottanta John Hughes. Sembra di ascoltare l’OST del film che non ha mai girato.
Oh si, la sua influenza attraversa tutto il disco.
Con i suoi film sono cresciuto. Voglio dire, pensa alla storia del cinema, se la conosci un po’: ti sei mai imbattuta in un regista che abbia raccontato meglio di lui un certo tipo di adolescenza? Quell’adolescenza, esattamente quella che fotografa, rappresenta larga parte del mio immaginario. C’è Molly Ringwald, l’eterna reginetta della scuola, ci sono i conflitti con i genitori, l’incomunicabilità dei sentimenti di un periodo unico della vita di chiunque… è incredibile. Tutto è problematico e vissuto come tale, ma allo stesso tempo scorre, passa lento e sicuro; non vedi l’ora che finisca, ma sai che non tornerà indietro. È così agrodolce come sensazione.

Qual è il tuo film preferito di Hughes?
Io credo che sia Pretty In Pink, seguito da Sixteen Candles e naturalmente il superclassico, The Breakfast Club.

Visto che quel che scrivi – come dici tu stesso – è molto cinematografico, mi viene in mente che essendo francese anche il cinema della tua nazione dev’essere stato importante per te.
Si e no. Sono molto appassionato di cinema, ma non di quello francese. Affermazione poco patriottica, lo so! Ma del resto anche io sono poco patriottico… Impossibile negare il talento della Nouvelle Vague, è ovvio, ma è stata la cultura pop americana in tutte le sue forme, non la mia, a condizionarmi maggiormente. Non ascolto neanche molta musica del mio paese, se è per questo. A
anche se Daft Punk e Justice sono dei veri fenomeni internazionali, non riesco a sentirli vicini a quel che faccio, né a me, ai miei gusti, alla mia vita… non sono io.

Chiacchierando, mi sono accorta che a differenza di molti artisti tu non hai nessun problema a “scoprire” le tue influenze e le tue fonti. Ma l’eccesso di paragoni ad altre band o ad altri artisti, alla fine, ti stanca?
Ancora una volta la risposta è si e no. Mi sento lusingato quando vengo paragonato ai My Bloody Valentine che, come ti dicevo adoro, ma oltre un certo limite la cosa diventa avvilente: parte del lavoro di un musicista, forse la parte più complicata, è sviluppare una personalità unica, che sia solo tua. Così quando mi sento troppo ripetere che ad esempio Couleurs ricorda questo o quest’altro, a un certo punto mi viene il dubbio che io non sia ancora davvero riuscito a raggiungere l’obiettivo.

Questa maniera libera di svelare e lavorare sui rimandi ad altri oggetti culturali assomiglia alla pratica della citazione.
Amo molto citare, si. Lo faccio perché credo che tutte le arti siano legate, che ogni piccola cosa rientri in un sistema più grande che spinge le sue parti a tornare assieme, a ricongiungersi. Sono abbastanza ingordo, quando si parla di arte; tutte le arti. Pittura, cinema, musica… ho visitato un monte di musei e i colori, soprattutto i colori, mi catturano molto.

Hai studiato arte al college?
No, non ho mai studiato molto. Anzi, appena ho cominciato a farlo l’ho immediatamente detestato. Ho sempre avuto le idee molto chiare sul mio futuro e quel che so da quando ho dieci anni è che la musica è la mia vita, la mia passione, l’unico traguardo che voglio tagliare.
Mi sono sempre detto che, in fondo, essendo così sicuro delle mie decisioni, non era necessario perdersi in altri rivoli, altri canali. Musica. Punto. Amo anche moltissimo viaggiare e questo lavoro mi permette di farlo.

Un musicista viaggia continuamente perché è sempre in tour. Il tour di Saturdays è stato lungo fino ad ora? A che punto sei?
Finirò di muovermi alla fine di dicembre. Fino ad ora sono stato in Europa, ma tra qualche giorno partiamo per gli Stati Uniti, che poi è il posto in cui abbiamo fatto più concerti in assoluto; la storia della band è legata agli USA. È il nostro primo mercato – abbiamo un seguito di cui io stesso mi stupisco e penso sempre agli Stati Uniti come a una seconda casa. Voglio dire, è il luogo dove gli M83 sono più famosi in assoluto, visto che la musica è impregnata della loro cultura, come ti dicevo, piuttosto che della nostra, quella europea. Qui in Italia ad esempio non siamo neppure distribuiti, o sbaglio? Per fortuna che c’è Internet e la musica ha perso le sue frontiere; se non altro, quelle della distribuzione.

Per altro, al presente hai un contratto con la Mute. Non è sempre stato così. Hai iniziato a registare per una piccola, ma autorevole etichetta francese che si chiama Gooom Disques. Sbaglio?
No, non sbagli. L’esperienza con la Gooom è stata ottima, ma con loro la mia musica era più o meno destinata a restare nei confini della Francia. Pensa a Cyann & Ben: loro, che sono Gooom appunto, hanno avuto una piccolissima dose di pubblicità all’estero, ma la Francia resta la più grande “fanbase”. Quando sono arrivato alla Mute mi sembrava che si fosse davvero avverato un sogno: capisci, l’etichetta degli Einstuerzende Neubauten non è roba da niente. Per me poi, che come ti dicevo ho un debole per la musica tedesca…

Mi hai parlato solo di band del passato. Oggi, c’è qualche artista che ritieni particolarmente nelle tue corde?
Amo molto i Midnight Juggernauts e i Chairlift, che sono un piccolo gruppo di Brooklyn; la mia vera passione recente, però, sono i Fleet Foxes – la mia e quella di mezzo mondo! Mi piacciono anche gli MGMT, con cui sento di avere qualcosa in comune, anche se loro sono più psichedelici.

www.ilovem83.com

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