La scelta è stata difficile, ma togliendo e mettendo, valutando e riguardando sono questi i 10 best dell’anno. Nell’indecisione su molte pellicole (nel senso che non ho messo piccoli gioielli come “Lars e una ragazza tutta sua” e “Persepolis”, che però ho adorato), ho preferito lasciare spazio a quei film che non avevano ancora trovato posto sulla rivista, ma che hanno segnato questo 2008. Se ve li siete persi, non vi resta che recuperarveli in dvd il prima possibile.

Il Petroliere
Di Paul Thomas Anderson. Il film di Anderson è impegnativo, sicuramente non da serata con gli amici. Racconta un’epopea familiare, una storia di ricerca di ricchezza a tutti i costi, di sfruttamento sia fisico (quello di Daniel Plainview) sia morale (quello del predicatore). Anderson alla regia non smentisce la sua maestria di narratore, riadattando per il grande schermo le prime 150 pagine di “Oil!” di Upton Sinclair, biografia inedito angosciante del magnate vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900 Edward L. Doheny. Daniel Day Lewis, nei panni de “Il petroliere” è spettacolare. Consiglio: anche se sarà più complesso, guardatelo in lingua, così apprezzerete anche tutto il lavoro fatto dall’attore sul personaggio. Da Oscar… appunto…

Wall-E
Di Andrew Stanton. La magia di Wall E si può capire solo vedendo il film. Tenerezza, malinconia, rabbia e stupore: sono tante le emozioni che riesce a suscitare. Chi pensa che un prodotto d’animazione non possa essere una delle pellicole migliori dell’anno si sbaglia. Wall E incanterà sì i bambini con le immagini, ma quelli che usciranno dal cinema davvero ubriachi d’emozione, saranno i grandi.

Il Cavaliere Oscuro
Di Christopher Nolan. Nolan ha il merito di aver saputo reiventare un eroe. In questo caso lo ha fatto due volte: chi credeva che la faccia di Jocker avrebbe avuto per sempre solo un nome, Nicholson, si sbagliava. Heath Ledger ha vinto la sfida proponendo la vera interpretazione del male: folle e vero. Un cult.

Pranzo di Ferragosto
Di Gianni di Gregorio. Immagino la faccia del produttore quando il regista è andato a proporgli un film con protagoniste delle signore anziane, notoriamente poco commerciali, e per le cui parti avrebbe preferito prendere attrici non professioniste. Beh, il suo coraggio ha pagato e il risultato è un piccolo gioiello, un divertente spaccato di realtà che porta alla luce vizzi e desideri di un gruppo di donne della terza età, senza fronzoli e storpiature.

La classe – Entre les murs
Di Laurent Cantet. Accolto dalla critica internazionale come un ottimo esempio di cinema verità, il film di Cantet prende come spunto la convivenza in una classe (tra studenti e professore, ma anche tra gli studenti stessi) per raccontare l’equilibrio precario del nostro vivere quotidiano. Cantet ci racconta il punto di vista di un insegnante attraverso le mille difficoltà che deve affrontare ogni giorno e che spesso lo spingono quasi ad arrendersi. Lo spettatore riesce ad immedesimarsi davvero in lui ed ad apprezzarne la franchezza.
Tra incomprensioni culturali e differenze/uguaglianze razziali, cercando di non cadere mai nel troppo facile estamotage della retorica, la pellicola riesce dunque nel suo intento di “dialogo” (appunto) con lo spettatore.

Control
Di Anton Corbijn. Alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, Corbijn firma una di quelle pellicole destinate a diventare cult per molte generazioni di cinefili ed estimatori di musica. Biografia inedito sentimentale di Ian Curtis, leader dei Joy Divion morto suicida a soli 23 anni, Control segue l’estetica fotografica tipica di Corbijn con l’utilizzo del bianco e nero. Il titolo del film fa riferimento ad una canzone del gruppo, She’s Lost Control, ma indica anche lo stato di Ian, impossibiltato a controllare quelle crisi epilettiche che lo fecero cadere in uno stato di depressione. Corbijn dà di Curtis un ritratto inquieto ed innamorato, intimo e drammatico, come solo chi lo ha conosciuto avrebbe potuto fare.

In Bruges
In Bruges di. Due killer professionisti commettono un errore durante un lavoro commissionato loro. Attendendo ordini superiori, si trovano costretti a fare i turisti a Bruges, incantevole cittadina d’arte in Belgio. Questo film è stato una vera e propria rivelazione: la città non fa solo da sfondo, ma diventa parte integrante della vicenda. I ritratti psicologici dei personaggi sono ben sviluppati, così come la trama: un action movie tra commedia e dramma.

The Hurt Locker
Di Kathryn Bigelow. La Bigelow non c’è che dire… è davvero una donna con le palle! Dopo film come K-19, torna a parlare di guerra e alienazione, usando un taglio documentaristico e un punto di vista critico su ciò che il mondo ha sotto gli occhi da troppo tempo, ma che permette: l’Iraq. L’obiettivo della pellicola però, non è tanto parlare della guerra in sé, quanto delle trasformazioni dell’uomo (inteso proprio anche come maschio) in un simile contesto.

La famiglia Savage
Tamara Jenkis. Due fratelli che vivono lontani ed afflitti dai medesimi problemi di solitudine e insoddisfazione sia sul fronte emotivo che professionale, si ritrovano il giorno in cui il padre, sprofondato nella demenza senile, viene sfrattato dalla casa in cui stava. Impareranno i due a conoscersi superando i propri egoismi? Un film che tratta temi ostici come vecchiaia e morte senza cadere nel dramma scontato e senza luoghi comuni.

Burn After Reading/Non è un paese per vecchi: i Coen
Si può dire senza ombra di dubbio che il 2008 sia l’anno dei Coen. Con il primo film, Non è un paese per vecchi, si sono aggiudicati un poker di Oscar, nonostante fosse la prima volta che trattavano un tema difficile come quello della violenza. Con Burn After Reading si sono invece divertiti a far esplodere la loro filosofia stilistica, ricca di quei classici “perdenti” che non pensano mai alle conseguenze di ciò che fanno.

L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza
Di Cao Hamburger. 1970, Brasile. L’atmosfera che si respira nelle vie di San Paolo è festosa per i mondiali di calcio e sembra riuscire ad attenuare la ferita profonda che lacera il paese: un regime voluto dal potere dei pochi. Questa la situazione che fa da sfondo alla vicenda di Mauro, bambino con una grande passione per il calcio che viene lasciato dai genitori costretti alla fuga per motivi politici, da un nonno ebreo, che scoprirà essere appena morto. Presentato durante la scorsa edizione della Berlinale, il film ci piace perchè ben rappresenta l’evoluzione cinematografica brasiliana degli ultimi 10 anni. Un processo che punta a far conoscere le aree urbane e le loro problematiche sociali-culturali.






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