Intervista di Depolique. Foto di Sean Michael Beolchini.
E’ deciso. Andiamo a Londra a intervistare Erol Alkan.
L’unico modo per braccare questa sfuggente icona del nostro tempo, considerato a torto o a ragione uno dei personaggi chiave della musica degli ultimi anni. Quantomeno della musica che piace a noi. Dopo decine di sms, telefonate e email, partiamo per la capitale britannica senza un appuntamento preciso. Lo incontriamo lunedì sera, al Durrt, al The End, quella che per dieci anni è stata la sua “casa”. Ci offre da bere e rimaniamo a chiacchierare per una ventina di minuti insieme a lui e a Blaine, cantante dei Mystery Jets, finchè la neozelandese Ladyhawke sale sul palco.
Ci diamo appuntamento per il giorno dopo a casa sua, alle 16.
“Ho un sacco di cose da farvi vedere”, ci dice tutto contento.
Ma facciamo un passo indietro.
Erol Alkan “nasce” poco più di dieci anni fa, quando comincia con l’organizzare una serata in un club londinese. Si chiama Trash e si tiene ogni lunedì al The End.
Un ospite dal vivo e poi Erol e la sua crew a mischiare dischi.
Massimo 6 pound per vedere gente del calibro di Suicide, LCD Soundsystem e Klaxons, gli ultimi due quando ancora non se li cagava nessuno, e saltare per aria con i DJ set di Soulwax, Jacques Lu Cont, Felix Da Housecat e James Murphy tra gli altri. Non è questa la sede in cui stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina, i mash up o l’electroclash, se abbiano cominciato ad accoppiare brani diversi in maniera “bastarda” prima i 2manydjs o il nostro (con lo pseudonimo di Kurtis Rush) o se abbia pesato più Silver Screen Shower Scene o Emerge sulle sorti di una generazione “nata” all’alba del terzo millennio e che ha nei fratelli Dewaele e nel signor Alkan i suoi messia.
Erol esce allo scoperto nel 2004, anno in cui firma i suoi primi remix.
Comincia con Mylo e non si ferma più.
Col tempo, Chemical Brothers, Franz Ferdinand, Bloc Party, Hot Chip, Scissor Sisters e Justice passano a chiedere una revisione, mentre Erol diventa sorprendentemente uno dei DJ più apprezzati e richiesti al mondo, tanto che Mixmag alla fine del 2006 lo insignisce del premio di “DJ dell’anno”.
Impossibile stare dietro a tutto e così, un anno dopo, Erol decide di farla finita con il Trash e saluta tutti all’alba di un freddo martedì di gennaio.
Neanche il tempo di riposarsi che si trova a produrre tre album, praticamente uno in fila all’altro: Long Blondes, Mystery Jets e Late Of The Pier.
Ha tutta l’aria di essere l’inizio di una carriera da produttore, ma non è così…
Sono le 16:03 e ovviamente piove. Siamo fradici e visibilmente emozionati quando suoniamo il campanello di una villetta dalle parti di Holloway Road. Erol apre la porta e ci invita ad entrare: “Dai, su che piove! Cosa fate lì tutti bagnati?”. Dopo il classico tè saliamo al piano di sopra, nella sua stanza.
Una parete di vinili così alta e fitta che quando faccio per estrarre Jane Fonda’s Workout Record quasi mi rimane in mano un pezzo di cover. Dall’altra parte una miriade di strumenti, synth, tastiere e computer. Sul lato strada, tra le due finestre, la consolle, la sua consolle.
Erol è calmo, sorridente, rilassato. Ciò nonostante non riesce a stare fermo un secondo, suona qualsiasi cosa gli capiti a tiro e ci mostra orgoglioso tutti i suoi “giocattoli”.
Sullo sfondo Sabresonic II, poi, in anteprima, quello che sarà l’album d’esordio dei Late Of The Pier, appena ultimato.
Finalmente si siede sulla sua poltrona e cominciamo a parlare.
Dei Mystery Jets, di amici comuni e della sua splendida casa a tre piani, pagata meno di un appartamento perché incastrata tra due ristoranti. Non mi ricordo quando è iniziata l’intervista, forse non è mai iniziata.
Avevo quattro fogli pieni di zeppi di domande, ma non ne ho fatta neanche una.
Sorry.
Come sono organizzati i tuoi dischi?
Non sarei mai in grado di mantenere un ordine alfabetico perché ogni volta li prendo e poi li rimetto un po’ a caso. Così li ho organizzati un po’ per genere…
Lì, per esempio, ci sono tutti i dischi un po’ sfigati, lì la techno, lì l’electro…
Ascolti musica durante tutto l’arco della giornata?
Cerco di ascoltare musica il più possibile.
Ti capita spesso di registrare qualcosa qui?
Sì, è successo diverse volte, di recente per esempio ho registrato la parte cantata da Laura Marling di Young Love dei Mystery Jets.
Proprio oggi viene un amico per insonorizzare meglio la stanza, in modo da poterla usare più spesso in futuro.
Come scegli le band con cui lavorare?
Devo conoscerle e, ovviamente, devo amare la loro musica, devo credere in quello che fanno come artisti e in quello che dicono.
Per me, più della metà del lavoro consiste nel creare qualcosa che sia il più credibile possibile, questo è il mio obiettivo. Anche se si tratta di qualcosa di strano, astratto, l’importante è che chi ascolta non abbia l’impressione che si tratti di una farsa. Questo è quello che mi spinge ad accettare un lavoro.
Per me è molto importante lavorare con persone che conosco, d’altra parte ho sempre lavorato da solo per i remix. Il passaggio da una situazione all’altra è abbastanza complesso.
Ogni band con cui ho lavorato la conosco personalmente, abbiamo passato diverso tempo insieme, nella stessa stanza. Ci deve essere un rapporto, un’intesa, altrimenti non sono in grado di lavorare.
Com’è successo che all’improvviso, da zero, hai prodotto tre dischi di fila, praticamente uno dopo l’altro?
E’ successo tutto all’improvviso, stavo lavorando a dei b-sides, ma erano tutti talmente contenti che mi hanno chiesto di lavorare su qualcosa di più organico, su un disco intero.
Stai parlando dei Long Blondes?
Sì, dopo aver lavorato insieme su alcuni brani minori, mi hanno chiesto di fare un intero album con loro.
Con i Mystery Jets invece ci siamo trovati per registrare alcune canzoni, dei brani acustici (Umbrellahead, Behind The Bunhouse…) per un EP. Il risultato però era così buono che ci sembrava un peccato relegarle ad un EP…
C’è stata fin da subito una grande intesa tra noi e lì abbiamo capito che si trattava dell’inizio di un album. E’ stato tutto naturale, non ci siamo mai sentiti in dovere o forzati.
(Fa capolino la moglie di Erol, appena rincasata, e ci saluta. “Hi honey” risonde lui.)
E’ così che lavoro, non ho un manager, non ho un agente, non li ho mai avuti, non c’è nessuno che sta trattando per me, che mi cerca lavoro. E’ una cosa molto naturale, siamo lì tutti insieme che proviamo, sperimentiamo e decidiamo quale direzione intraprendere.
I Late Of The Pier mi piacciono da tempo, sono sempre stato un loro fan.
Un giorno, mentre erano alle prese con un nuovo singolo, stavamo chiaccherando e io, spontaneamente, ho chiesto loro se volevano una mano. Ne erano entusiasti, così ci siamo chiusi in studio per due giorni, tutto qui.
Ho fatto questi tre album perché avevo voglia di farli. Non ho intenzione di trasformarlo nell’inizio di una carriera, per ora.
Sono molto contento di ciò che ho fatto perché è stato molto naturale.
Quindi per ora non diventerai un vero e proprio produttore?
Siamo al punto in cui la gente inizia a propormi di fare un sacco di album perché mi vede come un produttore. Purtroppo però, temo che sia proprio il momento in cui potrei lavorare su album e progetti dei quali in futuro potrei pentirmi di aver accettato.
Ho fatto tre album, tre buoni album. E’ proprio ora che devo stare attento a quello che faccio.
Devo, voglio cercare di comportarmi nel modo più naturale possibile.
Preferisco così, pensare a qualcosa di diverso, magari lavorare a dei video musicali…
Una delle mie più grandi paure è quella di ripetermi, voglio sempre cercare di fare qualcosa di nuovo.
Sei diventato un’icona del mondo della musica sospesa tra rock/pop e dance (anche se ormai ho capito che ascolti veramente di tutto). L’Inghilterra è un paese che storicamente ha espresso a più riprese una serie di gruppi davvero interessanti a cavallo tra questi due generi… Dalla new wave a Madchester (Stone Roses, Happy Mondays, Charlatans)… Pensi che oggi si stia verificando nuovamente questo fenomeno?
Per me è difficile capirlo. Quando ascoltavo questi gruppi ero molto giovane e per me hanno significato tantissimo. Bisognerebbe capire che senso ha quello che sta succedendo ora per un ragazzo di diciassette anni. Stone Roses, Happy Mondays e Blur, probabilmente e con le debite proporzioni, per me hanno avuto lo stesso valore che i Beatles e i Rolling Stones hanno avuto per i giovani negli anni sessanta. Chi lo sa se essere un teenager oggi e perdere la testa per i Kaiser Chiefs è uguale ad esser stato un fan dei Rolling Stones nel ‘66 o dei Blur nel ‘94?
Non saprei rispondere. C’è tantissima roba interessante in giro, ma è difficile fare dei paragoni col passato. Come me lo ricordo e come lo percepisco oggi sono due cose davvero diverse. A quei tempi ero come una spugna, assorbivo di tutto.
Più vecchio sei più cinico diventi: senti un nuovo gruppo e ti sembra di averlo già sentito prima. Non si possono fare paragoni, così evito i confronti e cerco di seguire quello che mi ispira di più, così come facevo da giovane.
Per esaltarmi non ho bisogno di cercare quello che è cool, a volte mi basta tornare indietro nel tempo, alla ricerca di qualcosa che non ho mai sentito.
A che età hai cominciato a fare il DJ?
Ho cominciato a suonare nei club a diciassette anni, ma faccio musica da quando ne avevo dodici.
Ora quanti ne hai?
Trentatr… Trentaquattro. Due giorni fa era il mio compleanno.
Hai suonato in qualche gruppo?
Sì, ho fatto tutta la trafila… Ho cominciato a lavorare con un Amiga a 14 anni…
500 o 2000?
2000. E’ ancora qui da qualche parte (si volta verso la miriade di tastiere, synth e computer che affollano la stanza alle sue spalle).
Ho sempre cercato di essere creativo, di fare musica, anche se non ho ancora avuto l’occasione di firmare qualcosa con il mio nome perché non ne ho avuto tempo.
Ho portato avanti il Trash per dieci anni ed è stato un lavoro a tempo pieno. Quando ho smesso ho cominciato a produrre i lavori di altri e l’ultimo, Late Of The Pier, l’ho finito due settimane fa.
E il primo remix?
A dire la verità ne ho fatti quattro o cinque prima che uscisse il primo ufficiale, Drop The Pressure, per Mylo, nel 2004.
Anche se non erano il massimo mi sono serviti a capire che era quello che volevo fare.
Mylo e DFA1979 invece sono stati molto importanti, determinanti per me.
Quante richieste di remix ricevi?
Man! Non hai idea… Soltanto questa settimana mi hanno proposto due gruppi enormi degli anni novanta…
Ma ho rifiutato, non li farò, sono due gruppi con cui sono praticamente cresciuto e che amavo. Mi sembrava troppo strano, non ce l’ho fatta…
Di chi si tratta?
Non posso rivelartelo, me lo impone il mio “codice d’onore”…
Tornando ai remix… Non ne faccio da un po’ di tempo, perciò vorrei lavorare su un gruppo che mi piace davvero piuttosto che su un “nome”.
A volte penso che non sia giusto per me lavorare a cose davvero “grosse”.
Hai paura?
Ho paura di rovinarmi. E poi quando lavori su qualcosa che ti piace veramente, ti viene da chiederti perché lo fai, qual è il motivo.
Penso sia meglio non farlo. Quando mi hanno chiesto di remixare il nuovo Metronomy ho accettato al volo; è a quello che sto lavorando ora.
Hai sempre vissuto a Londra?
Sì, sono cresciuto in questa zona, dalle parti di Archway. Poi mi sono spostato ma sono ritornato qui da due anni.
Come sono cambiati i club a Londra in questi ultimi anni?
Sono cambiati molto, soprattutto nell’ultimo anno. Prima quando andavi a ballare, varcavi la soglia e avevi davanti a te un’avventura. Entravi e rimanevi lì per otto ore. Ballavi, conoscevi gente…
Adesso, se per esempio fumassi, ogni volta dovrei fare una fila, aspettare e uscire. Sei spinto da un posto all’altro, sei sempre sotto sorveglianza. Non è la stessa esperienza indimenticabile che provavo quando frequentavo i club. Tutto ciò distoglie l’attenzione dai DJ, dalla musica. Influisce anche sul modo di suonare, ti dissuade dal rischiare. Quando suoni infili dentro il set cose nuove, sperimenti per vedere come reagisce la gente. Ora può accadere che se non gli piace, la gente prende e va a fumarsi una sigaretta. Ogni tanto mi sparisce metà della pista. Poi tornano dopo cinque, dieci minuti… Per me è molto strano… Ma è anche vero che con il passare degli anni è cambiata la mia percezione.
Ti senti parte di un movimento musicale, di una “scena”? Soulwax/2manydjs, LCD Soundsytem, Ed Banger ecc…
Se devo essere onesto non mi sono mai sentito parte di una scena o di un movimento. Tutte queste persone che hai nominato sono miei amici. Ovviamente ci siamo conosciuti grazie alla musica e questo è l’unico motivo per cui la gente potrebbe dire: “Yeah, questa è una scena!”
Ma in verità non lo è. Incontro tante persone, gente che trovo cool, artisti interessanti anche fuori dalla mia scena. Anche con loro passo del tempo. Non c’è differenza tra loro e gli altri.
Quando sei dentro, quando sei vicino a qualcosa, lo vedi in un modo totalmente diverso.
Solo quando ho visto il film dei Soulwax ho pensato: “Wow! Sono tutti miei amici”, e mi sono reso conto di come qualcuno dall’esterno possa veramente pensare che si tratti di un movimento.
Come ha influito questo tipo di musica, questa “non-scena”, sul panorama musicale contemporaneo?
C’è un certo suono che unisce tutti gli artisti e le etichette di cui stiamo parlando. Ma ognuno è un caso a sè. Alcuni hanno avuto successo in ambito “mainstream”, alcuni fanno fuoco e fiamme nei clubs…
Per me, James Murphy e James Ford il discorso è ancora diverso. Lavoriamo, produciamo altri artisti che, con tutta probabilità, finiscono in radio e a loro volta fanno parte di un’altra scena. Vedi Mystery Jets, Klaxons, Arctic Monkeys e Hercules and Love Affair…
Io, i Soulwax, Justice, la Ed Banger, la DFA e Tiga ci conosciamo da tempo, e sotto certi aspetti, non c’entriamo niente con loro…
Conosco Pedro dal 2003, da quando ha fondato l’etichetta… Ho conosciuto i Justice quando ancora andava l’electroclash…
E’ stato un susseguirsi di cose legate l’una all’altra…
Quindi è cominciato tutto con Sunglasses At Night?
Sì, è cominciato tutto così! Da Emerge di Fischerspooner e soprattutto da Silver Screen Shower Scene di Felix da Housecat!
Quello è il disco con cui sono andato dai Soulwax e gli ho detto: “Questo era quello che aspettavamo”! Prima di quel pezzo, la prima volta che ci eravamo incontrati avevamo parlato di Human League, dei Ladytron e della loro Playgirl, un brano veramente futurista e che ci piaceva molto, aveva quel modo alla New Order… Dopo è arrivata Shower Scene e “Bang! That was it!”. Poi abbiamo scoperto Sunglasses At Night e Emerge…
Se trovassi dischi del genere la prossima settimana mi aiuterebbe sicuramente a prevedere il futuro.
Secondo te quale sarà il prossimo passo per la musica dance?
Posso parlarti di quello che piace a me, non posso fare previsioni in generale… Lavoro senza pensare che nel 2003 può andar bene una cosa e nel 2005 no. Quello che faccio ora mi piace, e penso possa essere quella la direzione. Credo che la musica sarà molto più bella, diventerà più allegra, emozionante, estasiante… Forse un po’ ambient, ma sempre incalzante, con un beat di base più psichedelico. Più allegra. Mi piacerebbe fosse così.
La musica è diventata davvero cattiva ultimamente e non credo ci sia bisogno d’arrabbiarsi. L’incontro tra rock e dance music, in alcuni casi funziona ancora bene: i Justice sono stati molto bravi in questo, l’hanno fatto con ironia, non si prendono sul serio. In giro c’è tanta gente che li copia e che lo fa. Lo trovo stupido.
Dalla descrizione che fai mi torna in mente Screamadelica (il capolavoro dei Primal Scream, 1991)…
Il mio album preferito di tutti i tempi… Ma non credo sia proprio quella la direzione. Forse la dance si sposterà in direzione balearic, forse tutto sarà meno freddo. La trovo noiosissima questa freddezza. Ecco, in questo momento, la disco è davvero forte.
Ti piace la disco?
L’ho sempre amata… Mi piacciono tutti i tipi, dalla cosmica ai Bee Gees.
Restando in tema di disco e di re-edits, mi puoi raccontare un po’ di Beyond The Wizards Sleeve?
Siamo io e Richard Norris (membro nel corso degli anni novanta dei The Grid, noti ai più per il singolo Swamp Thing, #3 in UK) lavoriamo a questo progetto da circa tre anni.
Ci siamo conosciuti in una radio, lui metteva un sacco di roba psichedelica. La psichedelia è un genere che mi è sempre piaciuto, ma non ho mai approfondito. E’ una fortuna conoscere qualcuno tanto esperto di musica, specialmente se di un genere specifico. Richard mi ha aperto gli occhi su un nuovo mondo. Quando ho cominciato ad approfondire, ho scoperto che sono davvero tanti gli album che vorrei far scoprire agli altri… Così abbiamo iniziato a proporre solo psichedelia nei nostri set, niente dance, e successivamente a fare re-edits per dare a questi brani un po’ di ritmo e di dinamica. Dai re-edits siamo arrivati infine ai remixes. Abbiamo cercato un modo per fare in maniera diversa quello che entrambi in realtà facevamo da anni. Ne sono usciti quattro mini album di re-edits e 12 remixes. Al momento stiamo cercando di fare qualcosa di nuovo.
BTWS è un progetto molto importante per me, inoltre mi diverte perché mi dà la possibilità di fare remixes senza fare dance. Abbiamo lavorato sui Midlake (Roscoe) e su Findlay Brown (Losing the Will To Survive) senza alcun tipo di pressione, concentrandoci solo sulla canzone e su come sarebbe arrivata all’ascoltatore.
E’ come lavorare da produttore: ti focalizzi su un punto, sul ritmo… Non pensi a come far perdere la testa a duemila persone sulla pista!
A me piace spezzare il cuore con la mia musica.
Ma BTWS non potrebbe essere Erol che diventa vecchio?
No man, anzi! Sono questi pezzi che mi tengono giovane. E’ un procedimento più maturo, ma divertente. Non credo sia musica da vecchi, ma musica con un valore più classico, più genuino…
Magari Erol sta solo crescendo?
Sì, sicuramente sto maturando.
C’è sempre vita nella musica, la musica ci mantiene giovani.
Sai, la gente ora è un po’ sorpresa di quello che faccio… “Ah! Erol fa un disco coi Mystery Jets… Sarà sicuramente un disco dance!”
Non è così. Ho portato avanti il Trash per dieci anni. Tutto ruotava attorno alle chitarre e alle canzoni. Ovviamente si ballava, ma c’erano persone che scrivevano canzoni. E oggi, quando lavoro con un gruppo penso alla canzone e non al dancefloor.
Perché hai chiuso con il Trash?
Perché ha compiuto dieci anni e credo siano stati abbastanza. È stato molto bello, ma l’energia che gli dedicavo… Spostare i tavoli, accendere le candele, pulire l’insegna, scegliere i dischi… Facevo di tutto, da solo, senza ufficio: avevo solo la stanza con un telefono e un fax…
Quella stessa energia ora la dedico ai gruppi con cui lavoro.
Produrre dischi per me è la continuazione del Trash, perché significa ugualmente arrivare alla gente. Il Trash è stata un’esperienza bellissima per dieci anni, ma io non ho mai voluto gestire un club o diventare un PR.
Steve dei Soulwax mi ha detto che in dieci anni hai saltato l’appuntamento con il Trash solo una volta, quando ti sei sposato. E’ vero?
Sì, solo una volta, quando sono andato in viaggio di nozze.
E adesso qual è il tuo legame con il Durrr?
Ci faccio il DJ ogni tanto. Non mi prende tanto tempo come il Trash perché ho deciso di dedicarmi ad altre cose. Per me ora l’importante è fare musica e farla sentire.
Gestire un club è un lavoro impegnativo e difficile.
Cosa pensi dei promoters?
Alcuni sono a posto, altri sono strani… Quelli con cui ho lavorato sono tutti ok.
Incontri sempre qualche promoter incompetente, ma la maggior parte sono cool. Adesso ci sono giovani molto in gamba che gestiscono club o serate.
Chiariamo questa cosa una volta per tutte: è vero che hai paura di volare?
Sì, è vero. Avevo una paura fottuta, avevo paura di un sacco di cose. Ora però sono riuscito a superare questo problema. Probabilmente fumavo troppa erba ed ero diventato paranoico.
Pensa che mi immaginavo gente che entrava in casa dalle finestre…
Ora ho smesso di fumare e ho cominciato con l’agopuntura e la riflessologia.
E’ per quello che hai suonato in Italia solo una volta?
In parte sì, in parte era davvero difficile ingaggiarmi per suonare. Sono stato molto impegnato, ma anche ora sono occupatissimo e ho date fissate fino settembre. Cerco di non pensare a tutto insieme, ma solo a dove suono durante la settimana. E’ il mio booking agent che segue tutto.
Ti piace ancora suonare?
Sì, amo suonare, ma devo sempre reinventarmi per renderlo eccitante. Chiunque può fare il DJ, ma quando inizi ad invecchiare, le tue priorità cambiano, ti agitano cose diverse, tipo come e quali pezzi proporre. Devi essere molto onesto con te stesso. Non posso fare la stessa cosa ogni settimana. Voglio sempre offrire qualcosa di nuovo, anche perché la scena è grande e la gente da te si aspetta sempre qualcosa di più. Se non fai parte della scena, se nessuno ti conosce e tu fai saltare per aria la pista, la gente dice: “Wow!”.
Il problema viene quando fai parte di un certo circuito e hai un determinato nome…
Puoi essere il DJ più bravo del mondo, tecnicamente perfetto, ma devi mantenere comunque un link con il pubblico.
I tuoi DJ set sono molto eclettici: spaziano dalla psichedelia alla techno. Se potessi scegliere cosa preferiresti suonare?
Tutto dipende dal posto in cui suono, ma se dovessi scegliere un genere musicale che vorrei suonare per tutta la mia vita direi la disco, perché è la musica perfetta per ballare.
La techno mi piace, la house è house…
Ma per me, e credo per tutti, la disco è l’essenza del club. E’ un genere che racchiude tutto: il modo in cui la gente si veste, si sente viva, balla…
Cosa ascolti ultimamente?
Disco! (scoppia a ridere)
Cosa pensi della disco nordica? Lindstrøm, Prins Tomas…
Mi piace. Ultimamente però ascolto roba vecchia. Adesso sto lavorando al mio nuovo podcast: un mix di pezzi vecchi che mi piacciono da morire, tutti particolari. Forse poi lo metterò on line per tutti.
Sì, comunque mi piacciono questi artisti e apprezzo la loro musica, è così gentile.
Ti senti famoso?
No, mai successo. È difficile da misurare. Spesso c’è gente che mi attacca bottone, ma io non mi sento famoso.
Quand’è che uscirà finalmente qualcosa a tuo nome?
Dipende. Ultimamente sto lavorando a un sacco di musica che mi rappresenta alla perfezione. Metà delle volte però il pezzo non mi convince a pieno e finisce nelle mani d’altri. Sarò pronto per uscire con qualcosa di mio solo quando avrò qualcosa che mi rappresenta, ora però non so bene come sono.
E come suona quello su cui stai lavorando?
(ride) Non è ancora finito. Tra l’altro ho perso un bel po’ di materiale quando mi è saltato l’hard-disk.
Che strumenti suoni?
Suono la chitarra, il basso, tastiere… Suono, o meglio strimpello, un po’ di tutto, ma non bene. Gli strumenti mi servono giusto per comporre…
E Mustapha 3000 dov’è finito?
Quei tempi sono finiti… Però ho conservato un bellissimo ricordo (estrae da un armadio un compressore che scopriamo essere praticamente unico al mondo): The Mustapha, l’ho progettato e disegnato io, ne esistono soltanto due al mondo, uno ce l’ho io ed è questo, e l’altro ce l’hanno i Soulwax.
Quale pensi sia stato il momento più alto della tua carriera (magari non c’è ancora stato…)?
Non saprei dirtelo sinceramente. Suonerà un po’ hippie, ma cerco sempre di tirare fuori il meglio da ciò che succede.
Credo che le cose che non ti aspetti siano le migliori che ti possano capitare. Sono molto contento che il Trash sia diventato ciò che è diventato, anche di come i dischi che ho prodotto – soprattutto quello dei Mystery Jets – siano stati accolti dalla gente. Questo mi dà un’enorme soddisfazione.
Comunque di fatto è stato il 2006 il tuo anno d’oro, quello in cui hai ricevuto il premio di miglior DJ dell’anno da parte di Mixmag e poi hai fatto un sacco dei remix…
Sì, diciamo di sì…
Come hai vissuto la consegna di questo premio, che l’anno prima era stato di Paul Van Dyk e l’anno dopo è stato assegnato ad Armin Van Buren? Ti sei mai sentito un pesce fuor d’acqua all’interno della scena dance?
Hehe, mi sembra un po’ strano che una cosa così business oriented possa andare sia a me che a Paul Van Dyk o Armin Van Buren, con tutto il rispetto per loro… Hanno una grande industria alle spalle, tante persone che lavorano per loro, e le serate sono gigantesche. Io per scelta non ho mai avuto un manager, un ufficio stampa o cose del genere. Il mio obiettivo non è mai stato diventare il miglior DJ del mondo. Se vai a suonare alle grandi serate, invece, c’è sempre una sorta di competizione, artisti che pensano: “Sono grande!”.
Io non l’ho mai fatto, perché secondo me competere con gli altri è una merda e non appartiene al mio karma. Non voglio essere un vincente o un perdente.
Mi sento un vincente solo perché posso fare ciò che mi rende felice.
Fa piacere essere stato nominato il miglior DJ del mondo, ma non penso esista davvero il miglior DJ del mondo. Potrei nominare almeno dieci DJ fuori dal circuito che trovo incredibili…
Per esempio?
Ogni tanto incontro questi ragazzini, come gli Skull Juice, che oltre ad essere giovanissimi, sono in grado di fondere nei loro set una miriade di generi musicali che vanno dal dubstep alla techno.
Questa si chiama diversità a Londra… Non mettere i Rage Against The Machine. Ripescare il northern soul, dischi degli anni ‘60 che ti fanno saltare in piedi, questo mi piace!
Quindi sinceramente non conosco il criterio per cui io sia meglio di Paul Van Dyk o viceversa. Questo è il motivo per cui se mi dessero questo premio un’altra volta non lo accetterei. Non sono uno che punta a vincere premi, sono contento di quello che faccio.
Ti aspettavi che il tuo sito (erolalkan.co.uk) diventasse il punto di ritrovo di una community così grande?
E’ vero, è diventata enorme. Non me lo aspettavo, ma trovo molto stimolante che ci siano così tante persone, opinioni e discussioni sulla musica, bella o brutta che sia. È bello che la gente si scambi le idee. Spero che tutti quelli che partecipano a una discussione imparino o scoprano qualcosa di nuovo. È buono per loro e lo è anche per me.
Forse è cresciuta così tanto perché la gente si è accorta che la “scena” è grande, e mi ritiene un punto di riferimento al suo interno, così si iscrive per parlarne e scopre cose nuove.
Ti occupi personalmente del sito?
Sì. Ci sono un paio di persone che si prendono cura del forum, ma cerco di farlo anch’io. Far scrivere ad altri i contenuti esclusivi per la pagina non è una cosa semplice. Ora c’è un gran fermento, ma chissà, tra un po’ potrebbe scomparire o magari diventare ancora più popolare. Mi piacerebbe che rimanesse una fonte per scoperte musicali.
Erol, mi piacerebbe parlare ancora a lungo con te, ma non vogliamo approfittare della tua ospitalità. Mmm… Qual è il remix preferito di Erol Alkan?
Mmm… Sicuramente la Beyond The Wizards Sleeve re-animation di Roscoe dei Midlake e poi, probabilmente, Boy From School per gli Hot Chip.
Chiuderei con una domanda di cui molti vorrebbero sapere la risposta: qual è il primo disco che hai comprato?
Daddy Cool di Boney M.
Me l’ha comprato mio padre quand’ero piccolo. Proprio l’altro giorno pensavo che si tratta un disco geniale dal punto di vista del marketing. “Mum” e “dad” sono le prime parole che ognuno impara da piccolo, scrivere un brano di disco music così accattivante e con un ritornello che continua a ripetere una di queste parole (Erol canta: “Daddy, daddy cool”)…
Grazie



















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