Intervista tratta dal numero 38 di pig magazine del mese di dicembre/gennaio.
In occasione del party 55DSL Feel At Home tenutosi giovedì 27 ottobre presso lo IED di Milano e trasmesso live su Pigradio.com, abbiamo incontrato i prescelti a musicare l’evento. Prima dell’inizio del loro DJ set abbiamo fatto due chiacchiere con Gildas e Masaya, che di Kitsuné, collettivo multietnico con base a Parigi impegnato tra discografia graphic design e abbigliamento, sono le menti musicali.
(G) Gildas Loaec
(M) Masaya Kuroki
Che cosa significa Kitsuné ?
M: Kitsuné in giapponese significa volpe; questo animale nella cultura nipponica ha vari poteri tra i quali quello di cambiare volto per proteggere i monaci che abitano nei templi. Il gruppo è composto da sei elementi, sei volti, appartenenti a diverse culture; ognuno di noi si esprime in maniera differente: chi attraverso l’etichetta discografica, chi attraverso il graphic design, l’abbigliamento e chi facendo il dj. Questa era la figura più adatta a rappresentarci.
Come si è formato il gruppo?
G: Con Masaya ci siamo incontrati durante un viaggio in Giappone e abbiamo pensato che sarebbe stato interessante fare qualcosa insieme. In seguito, a Londra, abbiamo conosciuto gli altri, le persone che si occupano della parte grafica, e abbiamo capito che la nostra associazione sarebbe cresciuta grazie all’unione di talenti differenti.
I quattro di Londra sono graphic designers, lavorano autonomamente; mentre lavoravo per la Daft Crew mi era arrivato un book con i loro lavori e lo avevo trovato molto interessante, così ci siamo incontrati.
Ci siamo capiti da subito molto bene ed abbiamo deciso di iniziare a lavorare insieme. Ricapitolando: io mi occupo della parte musicale, Masaya della parte abbigliamento e i nostri amici di Londra, che hanno uno studio di graphic design, delle immagini e dell’aspetto visuale di ciò che ruota attorno a Kitsuné.
Come nasce la vostra passione per la musica elettronica e che tipo di influenze segnano il vostro percorso?
G: Quando si parla di musica elettronica penso subito al mondo dei club: quello che più ci interessa è tutto ciò che è festa, ed in questo senso lavoriamo per l’uscita di vinili anche se dall’altro lato cerchiamo di sviluppare la nostra musica che sicuramente tende di più al pop.
M: Quello che amo veramente è tutto il movimento new wave, gli anni ottanta, il rock ed il british pop.
Come è cambiata la musica elettronica francese in questi ultimi anni?
G: C’è stato un periodo in cui la musica elettronica francese era molto venduta, sia in Francia che all’estero, molto mediatizzata e c’erano gruppi che funzionavano molto bene come i Daft Punk o Air. Questa epoca è in declino, ma oggi ci sono diversi piccoli produttori e diversi club di qualità, soprattutto a Parigi dove succedono sempre molte cose interessanti. Si può parlare ancora di “french touch”, ci sono ancora dei produttori francesi che fanno della buona musica, ma la vita è fatta di cicli, e gli artisti che stanno avendo successo in questo momento, Vitalic o Blackstrobe per esempio, erano già sulla scena dieci anni fa; ora è arrivato il loro turno, anche se hanno sicuramente meno esposizione a livello mediatico e magari meno talento rispetto ad Air e Daft Punk. Non si producono per forza cose molto innovative e forse è un po’ questo il problema della musica elettronica oggi: i produttori non sono giovanissimi, e i ragazzi che hanno vent’anni preferiscono il rock; questo è un po’ lo specchio dell’andamento del business della musica.
In futuro quindi ci sarà un ritorno alla melodia e all’uso di strumenti? Ci stiamo spostando verso il pop?
G: Quello che mi ha sempre interessato è la canzone, il pop, ma al tempo stesso i club e le cose più minimali. Non saprei dire se ci sarà un ritorno al pop… Sono un produttore, e quando scelgo un pezzo l’idea che seguo è che possa piacere al maggior numero di persone possibile, che abbia delle emozioni, una buona stesura e delle melodie; insomma che sia veramente interessante. Che si tratti di elettronica o di una canzone con delle chitarre non mi interessa, l’importante è che il prodotto finale sia ben fatto.
Come nasce l’idea di creare un fashion brand accanto ad un’etichetta discografica?
M: L’idea è di creare una vera marca di vestiti che faccia da accessorio all’etichetta. E’ vero che nessuno di noi ha fatto studi di moda, io ad esempio sono un architetto, gli altri si occupano di musica o di arti grafiche, ma condividiamo tutti e sei gli stessi gusti. Ci piacciono le cose semplici, classiche: il nostro progetto è quello di creare dei capi il cui stile possa durare nel tempo.
Come si coniugano le arti grafiche con la musica e come vedi in questa chiave lo sviluppo e la crescita dell’utilizzo dell’ mp3?
G: La vera innovazione sta nella diffusione e nella distribuzione ma è anche vero che il vinile non scomparirà mai, è un oggetto, ha un suono, una struttura. Il suo formato fa si che si possa lavorare sulla copertina, quindi sulla parte visiva. L’analogico è comunque sorpassato dal digitale in quanto può dare a molte persone la possibilità di diffondere musica ad un pubblico sempre più vasto e di ricevere direttamente un loro ritorno economico grazie ai nuovi sistemi di digital rights management.
Il fatto di perdere il contatto con l’oggetto fisico è solo una questione generazionale; ad un ragazzino che ha otto anni oggi non interesserà minimamente questo tipo di problema in futuro. Per me la cosa negativa dell’mp3 è la qualità del suono.
M: Non ha charme, non ha anima.
G: Non è la cosa più sexy del mondo, ma trovo che comunque questo sarà il futuro e penso che alla fine si riuscirà a trovare un formato digitale che riesca ad avere un suono qualitativo.
Qual è il criterio di selezione per le vostre compilation?
M: Cerchiamo di piacere agli altri e di offrire un prodotto il più aperto possibile.
G: Spesso abbiamo scelto un tema: nelle nostre prime compilation chiedevamo agli artisti di realizzare dei pezzi appositamente pensati con riferimento ad esso. Abbiamo rischiato prendendo l’impegno di pubblicare pezzi senza sapere se ci sarebbero piaciuti o meno.
Tutto ciò per avere un prodotto dal gusto eterogeneo, non forzatamente caratterizzato da un beat minimale o dalla techno trance di Losanna, ma il più possibile tendente al pop, con un po’ di techno: qualcosa che si potesse ascoltare e che potesse darci la possibilità di far uscire dei vinili per i club.
Quindi il tema dell’ultimo lavoro “Maison” è l’apertura?
M: “Maison” esprime uno spirito aperto.
G: Infatti il nome di questo lavoro prende spunto dal nostro modo di gestire l’etichetta. Di solito l’idea è principalmente quella di sviluppare il catalogo, noi in più cerchiamo di raggruppare artisti che sviluppiamo noi stessi e di cui deteniamo i diritti. All’inizio chiedevamo alle persone di fare dei pezzi per le nostre compilation, ma non c’era un lavoro su di loro come invece c’è in “Kitsunè Maison”.
Cosa caratterizza i vostri dj set e quindi cosa farete questa sera?
G: Quello che ci interessa è che la gente si diverta, dipende poi da come si sviluppa la serata, abbiamo moltissimi dischi, possiamo suonare dalle cose più dance oriented, a pezzi cantati, più pop, come pure cose più dure, techno, che poi generalmente è quello che preferiamo in quanto penso che quando la gente va nei club ha voglia di divertirsi, di saltare.
Di Lorenzo Fassi, foto di Sara Montali








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